WHITNEY “Forever Turned Around”

WHITNEY
FOREVER TURNED AROUND
SECRETLY CANADIAN RECORDS

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I sogni al principio, la musica, i dischi, le ragazze, il successo, la carriera e alla fine il denaro: tra i tanti motivi che tengono insieme una rock’n’roll band, il batterista e cantante Julien Ehrlich e il chitarrista Max Kakacek mettono al primo posto l’amicizia, perché qualche anno fa è stata la scintilla che ha dato vita ai Whitney e tuttora la forza che li manda avanti. Forse non sarà per sempre, ma al momento tutto ruota intorno alla solidità di un rapporto che dal giorno del loro debutto con Light Upon The Lake del 2016 non ha fatto che rinfrancarsi lungo le tante strade dei tours, nelle sale da concerto che sono diventate sempre più ampie e tra le pareti degli studi di registrazione, dove hanno inciso il nuovo Forever Turned Around. Due teste non fanno una rock’n’roll band, per questo in Forever Turned Around suonano i chitarristi Ziyad Asrar e Print Choteau, il tastierista Malcolm Brown, il bassista Josiah Marshall e il trombettista Will Miller, ma sono Ehrlich e Kakacek a mettere insieme le idee per le dieci canzoni da sottoporre all’attenzione di due produttori come Bradley Cook e Jonathan Rado che ne curano gli arrangiamenti con in mente i successi del soft rock degli anni ’70. Bastano l’epifania del cantato in falsetto, i rintocchi in levare delle tastiere, gli sbuffi soulful degli ottoni o l’aria hollywoodiana degli archi per far supporre che sia al suono soffice e romantico dei dischi degli America, dei primi Bee Gees, dei Toto di Africa o dei Chicago di If You Leave Me Now che sia ispirato l’insieme di tiepide chitarre folk e fragranti melodie pop che riempie le svenevoli ballate di Forever Turned Around. Lasciandosi trasportare dal sentimentalismo, i Whitney cantano degli alti e bassi delle relazioni umane, dei dubbi, delle paure e delle gioie dell’esistenza con l’ingenuità della gioventù e tutto il savoir faire che contraddistingue il songwriter dal principiante, perchè è chiaro che Forever Turned Around non è il disco con cui sollevare un po’ di chiacchere nel circuito indie, ma il lavoro studiato, elaborato e levigato fin nei minimi dettagli con cui dare un senso alla propria carriera. Del resto, nella realizzazione di Forever Turned Around Ehrlich e Kakacek non si sono fatti mancare quasi nulla di quanto scalava le classifiche qualche decennio fa, a partire dal leggero solletico di canzoni d’amore come la raffinata Giving Up, dall’ariosa musicalità country pop di Day & Night e Friend Of Mine, passando per umbratili ballate sospese tra folk e soul comeUsed To Be Lonely, per le orchestrazioni bacharachiane di Before I Know It, per il morbido carosello soul jazz della strumentale Rhododendron, fino al pop allo zucchero filato di My Life Alone e alle barocche sviolinate della sensuale titletrack. Con tutta la spensieratezza del caso, i Whitney cantano la gioia di vivere dei loro vent’anni come se il futuro fosse radioso e l’America d’oggi nient’altro che la terra del latte e del miele degli anni ’60 e ’70: l’effimera piacevolezza di Forever Turned Around racchiude tutta l’amorevole innocenza di questa illusione.

Luca Salmini

CAYUCAS “Bigfoot”

CAYUCAS

Bigfoot

Secretly Canadian/Goodfellas

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Con tutta la pioggia che è venuta giù questa primavera, la voglia di sole e caldo inizia a farsi pressante. Cosa c’è di meglio, allora, di un bel disco capace coi suoi suoni di evocare spiagge dorate, atmosfere spensierate, palme e le onde dell’oceano, in modo da, se non fisicamente, almeno con la mente, liberarsi del grigiore dell’inverno? E allora eccolo qui un disco del genere, il debutto dei californiani CAYUCAS, in realtà progetto del solo Zach Yudin, qui aiutato dall’ormai richiestissimo e lanciatissimo Richard Swift nelle vesti di produttore. Come anticipato, Bigfoot è un disco frizzante e solare, pieno zeppo di fresche melodie, ritmi saltellanti, chitarrine che ti fanno venir voglia di saltare su un asse da surf. È chiaro fin dall’iniziale Cayucos, che uno dei fari di queste canzoni sono i sempiterni Beach Boys, eccheggianti attraverso il loro sognante approccio melodico lungo tutta la scaletta. In un pezzo come High School Lover pare di ritrovare il Beck dei dischi meno malinconici e più pop e, anche se il feeling generale dell’opera è assolutamente positivo, qui e là s’intravedono delle nuvole passeggere, apparse sotto forma di un pizzico di più pensosa nostalgia (vedi ad esempio la title-track). Non è certo un disco che vi cambierà la vita questo, ma magari un pizzico di serena allegria saprà darvela. Mica così poco, dopotutto.

Lino Brunetti