CHRISTOPHER PAUL STELLING “Labor Against Waste”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
Labor Against Waste
Anti/Self

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Ha tutte le caratteristiche dell’hobo, del troubadour, del folksinger vecchio stampo Christopher Paul Stelling. Nato In Florida, a Daytona Beah, dopo aver mollato il college, s’è messo a vagabondare per gli Stati Uniti, soggiornando brevemente in posti quali il Colorado, Boston, Seattle, il North Carolina, per approdare infine a New York, Brooklyn per la precisione. Non che pure lì si sia fermato poi così tanto, visto l’enorme numero di concerti che si sciroppa ogni anno (quattrocento negli ultimi tre), ma diciamo che quello è il posto dove in teoria avrebbe casa. Vive on the road Stelling, ancora e sempre alla ricerca di qualcosa che dia un senso al suo vivere, che gli indichi la via per capire fino in fondo chi è se stesso. E cosa di meglio quindi della strada, dei mille incontri che offre, della necessità di adattamento a cui ti obbliga, del modo in cui ti costringe a guardare al fondo del tuo cuore e della tua anima. Musicalmente parlando, le radici da lui stesso dichiarate stanno dalle parti di bluesmen quali Skip James e Mississipi John Hurt, geni come John Fahey, grandi banjo players come Dock Boggs e Roscoe Holcomb. Noi, per buona misura, ci aggiungeremmo almeno il primo Dylan, giusto per far quadrare il cerchio. Prima di questo esordio su Anti, aveva già pubblicato due dischi, Songs Of Praise And Scorn del 2012 e False Cities del 2013, ma sarà probabilmente con questo Labor Against Waste che finirà con il lasciare il segno. E questo non perché la sua sia, come potete intuire, musica particolarmente originale, ma perché viva e pulsante, sincera nel suo amalgamare i suoni della grande tradizione americana pre war e folk con il cantautorato di personaggi come Bob Dylan e Van Morrison, sporcando il tutto con il country fuorilegge di Waylon Jennings, con un pizzico di giovanile furia punk, ma pure con quel necessario soffio “pop”, tanto da avere la possibilità di diventare beniamino anche di quanti amavano i primi Mumford & Sons. Dotato di grandissima tecnica chitarristica – ascoltare per credere – Christopher Paul Stelling ha una voce autentica e una buona mano nello scrivere canzoni efficaci, a partire dalle ruspanti Warm Enemy e Revenge, passando per una splendida ballata come Scarecrow, per un indiavolato bluegrass quale Horse, per una gotica e drammatica Death Of Influence (potreste immaginarvela nel repertorio di Dylan, come di Wovenhand o degli O’Death), per l’emozionante crescendo di corde e violino di Dear Beast. Il tutto con l’ausilio di voce, chitarre acustiche, un violino, qualche percussione e poco più. Disco fresco e pimpante, nel genere tra i migliori dell’anno.

Lino Brunetti

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WHY? “Mumps Etc.”

WHY?

Mumps Etc.

City Slang/Self

Per Yoni Wolf, in arte WHY?, (indie) hip-hop ha fatto sempre rima con pop. Nato in seno al collettivo dei cLOUDDEAD – un gruppo che non poco ha lasciato il segno nel rinnovamento di un linguaggio, quello dell’hip-hop appunto, che ha ormai più di trent’anni di storia alle spalle – Why? giunge al quarto album forte dei consensi ricevuti con i dischi precedenti, soprattutto quell’Alopecia, considerabile già un piccolo classico. Mumps Etc., che ha già fatto storcere il naso a qualcuno (vedi la sonora stroncatura di Pitchfork), prova in qualche modo a rinnovare la sua musica e di tentare nuove strade. Il connubio di melodie pop, indie ed hip-hop rimane la base del tutto, ma qui viene inserito in un contesto in cui si fanno largo pure un senso melodico di sapore sixties, quasi alla ricerca di una consapevole classicità, qualche vaga spolveratura jazzata, l’uso misurato, ma comunque caratterizzante, degli archi. Il tono è intimo e meno frizzante che in passato, tanto che il mood pare non cambiare mai troppo lungo le tredici canzoni in scaletta. Nell’insieme l’ascolto è piacevole, anche se sconta un po’ la mancanza di veri picchi o di brani realmente memorabili. D’altro canto, non si riscontrano neppure vere cadute di tono, ed il talento del Nostro non appare veramente appannato. E’ semplicemente uno di quei dischi un po’ interlocutori Mumps Etc.; mentre lo ascolti ti prende e ti fa battere il piedino, appena finisce, improvvisamente, scivola via.

Lino Brunetti

VIOLADIMARTE “La Sindrome Del Panda”

VIOLADIMARTE

La Sindrome Del Panda

MK Records/Self

VIOLADIMARTE sono un giovane quintetto calabrese, nato dall’incontro di un manipolo di musicisti – Joe Santelli (voce, chitarra), Stefano Amato (violoncello, chitarra), Marco Verteramo (basso), Paolo Chiaia (synth, Rhodes), Maurizio Mirabelli (batteria) – precedentemente attivi in altre formazioni della più diversa estrazione (Tears And RageKonsentiaSpasulati BandAmanita JazzBrunori Sas). Il loro intento è quello di lavorare ed esprimersi attraverso una forma canzone dall’alto contenuto emozionale, dall’intrinseca forza poetica e dall’inderogabile desiderio di spingere gli ascoltatori ad una qualche forma di reazione interiore, sorta di slancio per superare quello stato apatico che tanti pare colpire. Obbiettivi ambiziosi, insomma, quelli di questo loro disco d’esordio, intitolato La Sindrome Del Panda. A livello lirico, i testi di Santelli seguono un percorso coerente ed unitario che, pur non raccontando una vera e propria storia, ma stando piuttosto su un versante allusivo e metaforico, fanno di questo disco quasi una specie di concept album sulla maniera di uscire dalle gabbie comportamentali che ciò che ci circonda, e pure noi stessi, ci costruiamo attorno. Musicalmente, invece, i VioladiMarte tentano la fusione tra il rock, venato di psichedelia, anglosassone e l’esperienza più tipicamente italiana del moderno pop d’autore. Il risultato è mediamente più che buono, in alcuni frangenti addirittura ottimo: i cinque hanno buone capacità tecniche, le canzoni vantano una buona scrittura e gli arrangiamenti sono ricchi e  stratificati. C’è pure una certa abilità nel saper giostrare il contenuto dinamico della scaletta, con un buon equilibrio tra affondi chitarristici e momenti più intrisi di malinconia. Tutto bene allora? L’avrete capito, un “ma” in realtà c’è e si chiama Radiohead; lo spettro della band di Thom Yorke, direi epoca Ok Computer, è davvero ingombrante per buona parte della scaletta e, se da un lato concorre nel fare di queste canzoni un ascolto sempre gradevole, dall’altro non può non essere preso in considerazione in fase di obbiettivo giudizio complessivo. Brani come Lacrime Di Vetro BluMale Di TeParagioia, ad esempio, anche in certi stacchi o cambi di ritmo, per non parlare degli svolazzi canori di Santelli, fin troppo ammiccano alla band inglese. Un po’ meno la cosa s’avverte nei brani più insoliti in scaletta, tipo la bella Madeleine, per voce, chitarra acustica e violoncello, o nella conclusiva filastrocca in svedese, cantata con Monica Munkvold D-Sen. In conclusione, La Sindrome Del Panda è un esordio interessante e apprezzabile nel suo complesso, un disco capace di mettere in mostra le potenzialità di una band che, quando sarà in grado di scrollarsi di dosso le evidenti influenze, probabilmente potrà ambire a grandi cose. Tranquilli comunque, il tempo non mancherà e per ora va bene anche così.

Lino Brunetti