SOLO FEST: KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI & DIEGO POTRON @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 9 SETTEMBRE 2014

KING BUZZO, ADRIANO VITERBINI, DIEGO POTRON

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

9 SETTEMBRE 2014

 

A causa dell’ennesima giornata temporalesca s’era pure rischiato che il concerto saltasse! Poi, per fortuna, grazie alla concomitante Festa dell’Unità, s’è potuto usare la tensostruttura normalmente adibita ai dibattiti e tutto si è svolto senza intoppi. Sarebbe del resto stato davvero un peccato perché, sotto al cappello Solo Fest, si sono esibiti tre artisti diversissimi fra loro ma tutti, a modo loro, invariabilmente interessanti. Ad aprire le danze ci ha pensato Diego Potron, il meno conosciuto dei tre, col suo ritmato e possente blues, suonato con una grezza e squadrata chitarra costruita in casa e un mini drum-kit suonato col piede. Selvaggia, sporca e divertente la sua versione delle dodici battute, condita inoltre da piccole presentazioni tra il surreale ed il “proletario” che hanno aggiunto ulteriore carne al fuoco. Dopo di lui è stata la volta di Adriano Viterbini, normalmente cantante e chitarrista dei romani Bud Spencer Blues Explosion, ma qui in veste solista. Se anche il blues rimane al centro della scena, con lui il mood cambia. Da solo è artefice di una serie di pezzi strumentali per sola chitarra elettrica (o dobro in un caso) in cui le dodici battute si colorano d’echi afro blues alla maniera dei Tinariwen, di suggestioni faheyane, di un lirismo ipnotico che solo a tratti accellera e si fa più funambolico. Un’ottima performance insomma, sugellata infine da una bella versione di Sleepwalk di Santo & Johnny. L’headliner della serata, colui per il quale la maggior parte del pubblico era presente, era però Buzz Osborne aka King Buzzo, il leader dei Melvins al suo primo tour acustico ed in solitaria. Fresco della pubblicazione del suo recente album solista, This Machine Kills Artists, Buzz non ha esattamente messo in piedi un concerto folk. Del resto, come poteva esserlo se già in partenza piazzi un pezzo oscurissimo proprio dei Melvins ed una cover di Alice Cooper. In sostanza, quello che manca ad un suo concerto in solitaria sono solo gli altri Melvins perché, per il resto, l’energia e la potenza sono quelli di sempre. Certo, in questa veste è più facile apprezzare la sua voce svettante, ma il modo in cui martoria la sua sei corde estraendone power chords schiaffeggianti è immutata. E poi, elemento da non sottovalutare, è un tipo simpaticissimo Buzzo! Saltella e si muove in continuazione da un lato all’altro del palco scuotendo la sua riconoscibilissima chioma, ridacchia come un bambinone, si prende un sacco di tempo per parlare col pubblico e per raccontare aneddoti e storielle divertenti (a noi è capitata quella con protagonista Mike Patton, troppo lunga da riassumere qui, ma davvero spassosissima). Il nucleo portante dello show è stato composto con i pezzi del disco solista, più concisi e tradizionali di quelli dei Melvins, ma sempre con quell’impronta. Un bel sentire, che ha offerto un lato inedito di un’icona del rock americano degli ultimi trent’anni.

Lino Brunetti

 

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WARPAINT live @ Carroponte, Sesto San Giovanni, 29 agosto 2014

WARPAINT

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

29 AGOSTO 2014

 

Nello stesso giorno in cui partiva l’edizione annuale della festa dell’Unità milanese – sia pur ormai in pianta stabile in quel di Sesto San Giovanni – con tutti il suo corollario di stand gastronomici, librerie e bancarelle varie, nella stessa sede, al Carroponte, sul suo palco saliva il quartetto tutto al femminile delle losangeline Warpaint. Scoperte qualche anno fa dal chitarrista dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante, al mixer per il loro EP d’esordio, Exquisite Corpse, le quattro si sono fatte conoscere con due ottimi album, l’ultimo dei quali, omonimo, prodotto in tandem con un veterano quale Flood. Le radici del loro sound stanno sicuramente nel post-punk ma, tutto sommato, di tutte le versioni che abbiamo sentito negli ultimi anni, la loro rischia di essere una delle più intriganti, moderne ed in qualche modo addirittura originali. Al pulsare ritmico tipico del genere, messo a punto dall’ottima accoppiata Jenny Lee Lindberg (basso)/ Stella Mozgawa (batteria, a lungo session musician che ha suonato pure con Tom Jones), si sovrappongono le melodie pop fornite dalle due chitarriste, cantanti e songwriter della formazione, Emily Kokal e Theresa Wayman, sempre affascinanti e sottilmente inusuali. A ciò aggiungiamo il fatto che sono molti gli elementi che finiscono poi per arricchire la loro proposta: a partire da un’ariosità eterea quasi a là Cocteau Twins; passando per delle dilatazioni che verrebbe da definire psichedeliche; per il mood malinconico/elettronico di molte tracce, al confine con reminiscenze trip-hop; per la solidità di una scrittura che farebbe stare in piedi le canzoni probabilmente anche con solo voce e chitarra. Un bella dose di glamour sexy, che non guasta mai, fa il resto – due di loro sono pure attrici e tutte assieme, come band, sono state protagoniste di uno spot di Calvin Klein. Quasi ovvia l’ottima risposta del pubblico, che si è presentato numeroso all’appuntamento della loro unica data italiana. Per un’ora e mezza le Warpaint hanno scandagliato il loro repertorio, andando a pescare da un po’ tutti i loro lavori, con una leggera prevalenza dell’ultimo album, a partire da una Keep It Healthy che, dopo l’Intro, ha aperto le danze e poi con bei brani come Disco/Very, Drive, Hi. Alcune canzoni sono risultate essere già dei piccoli classici, penso soprattutto ad un pezzo come Undertow, accolta da un boato, ma pure alla recente, anche se per me non uno dei loro brani migliori, Love Is To Die. Bellissimi i recuperi dal primo EP, Beetles e Elephants, più nervose e chitarristiche e soprattutto dilatatissime e psichedeliche, con le quattro lanciate in parti strumentali improvvisative che, sia pur un po’ sfilacciate a tratti – magari la tecnica strumentale non è proprio il loro forte – ne hanno mostrato ulteriormente la versatilità. Divertente, infine, il finale con una cover di Pump Up The Jam dei Technotronic, vecchio successo dance, qui rivisto in salsa post-punk. Decisamente, una scelta capace di far inorridire qualsiasi serio purista rock. Io, che purista e serio non lo sono per nulla, me la sono invece goduta con gran diletto. Prima di loro, sul palco erano saliti i Julie’s Haircut. Purtroppo ho intercettato soltanto i loro ultimi dieci minuti di show, quanto basta per rammaricarmi di non essere riuscito ad arrivare prima. Da quel poco che ho visto mi sono sembrati davvero notevoli anche in sede live.

Lino Brunetti

All photos © Rodolfo Sassano

Emily Kokal

Emily Kokal

Theresa Wayman

Theresa Wayman

Jenny Lee Lindberg

Jenny Lee Lindberg

Stella Mozgawa

Stella Mozgawa

CAT POWER @ CARROPONTE, SESTO SAN GIOVANNI, 7 luglio 2013

CAT POWER

CARROPONTE

SESTO SAN GIOVANNI

7 LUGLIO 2013

Un concerto di Cat Power alla fine è sempre un evento, un po’ perché la bellezza delle sue canzoni è indiscutibile, un po’ perché non sai mai cosa succederà sul palco durante la serata. Le cronache sono piene dei racconti delle bizzarrie di Chan Marshall on stage e, anche se i wild years sono forse e si spera definitivamente alle spalle, sempre di fronte ad un personaggio sregolato ed irregimentabile ci si trova davanti (e lo sanno bene quelli che l’hanno vista la sera successiva a Roma). Smessi i panni a mio parere a lei poco consoni della soul singer, quelli con cui s’era presentata nei suoi tour precedenti, Chan ha finalmente recuperato i concerti cancellati l’anno scorso per motivi di salute ed è calata in Italia per presentare dal vivo le canzoni del suo Sun. Disco discusso e non da tutti giudicato riuscitissimo, devo dire che dal vivo, le sue canzoni, funzionano in maniera eccellente. Accompagnata da una band dall’assetto rock – chitarra, basso, batteria, tastiere/chitarra – minimale e velvettiana nei suoni, penalizzata in parte a causa della solita assurda regola sui decibel, Cat Power s’è presentata sul palco verso le 22:45, un po’ in ritardo sul previsto orario d’inizio, con capigliatura bionda, una tazza in mano, il suo bel sorriso ed il consueto passo ciondolante. L’attacco è con una superlativa e stravolta in senso rock The Greatest, giusto il primo di una serie di momenti emozionanti e memorabili. In rare occasioni come con i concerti di Cat Power il pubblico si divide: chi cerca la perfezione formale, lo stacco musicale che sorprende e l’ineccepibilità tecnica, quasi sempre rimane deluso; Chan è personaggio privo di sovrastrutture, sul palco è fondamentalmente se stessa, o almeno in questo modo appare, ed è più alla ricerca di un feeling, di un contatto emotivo, che non propensa alla costruzione di una spettacolo organicamente perfetto. Rispetto al suo periodo soul, stavolta mi sembra che abbia ripreso in mano, ma con molta meno follia e sgangheratezza del passato, questa sua caratteristica unica. In questo modo rifulgono come non mai le canzoni dell’ultimo album, intento a far la parte del leone nella scaletta, sottoposte in linea di massima ad una cura più rusticamente rock – ci piace tra esse ricordare una bellissima Manhattan, Nothing But Time, Ruin e Cherokee – ma pure tuffi nel passato come la magica e toccante Metal Heart o riletture di brani altrui quali l’intensissima e straziante Angelitos Negros o l’inattesa Shivers dei Boys Next Door di Nick Cave e Rowland S. Howard. La sua voce è calda e più a suo agio sui toni bassi, un po’ meno quando cerca i vocalizzi su più alti registri. Un’ora e un quarto di show – questa la maggior rimostranza che possiamo fare, troppo poco! – interrotto a mezzanotte in punto come da norme comunali. Alla fine Chan rimane sul palco altri dieci minuti a lanciare rose e tutto ciò che trova sul pubblico, godendosi l’abbraccio con esso. Da menzionare almeno l’apertura di concerto ad opera del cantautore australiano Scott Matthew, impegnato per una mezz’oretta ad offrirci una serie di sognanti cover di pezzi di Neil Young, Kris Kristofferson e Joy Division, ma pure di Bee Gees e Whitney Houston, tratti dal suo recente Unlearned, resi con voce e chitarra o ukulele.

Lino Brunetti