SOLO MACELLO FESTIVAL

SOLO MACELLO FESTIVAL

Circolo Magnolia

Milano

26 giugno 2013

Ok, per prima cosa bisognerebbe recuperare una bella pila di Marshall, portarli davanti a Palazzo Marino e accenderli a palla sistematicamente, per fare in modo che quelli del comune la smettessero di rompere il cazzo con stà storia dei decibel. Detto questo, passiamo alle cose serie e vediamo un po’ cosa hanno combinato quest’anno in quel del Parco dell’Idroscalo gli organizzatori di questo splendido evento, quest’anno dedicato alla memoria di Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer, che recentemente e andato ad occupare il posto che gli spetta nel suo South Of Heaven. Il Magnolia si presenta, al solito, in splendida forma: il main stage (grande grandissimo), il palco messicano (piccolo e infuocato) e la “gabbia” (piccolo spazio all’entrata), poi tre bar che scaraffano birra a fiumi e la cucina che sforna pizze e stuzzichini. Un capannone pieno di stand (dischi, CD, DVD, serigrafie, mailorder, spille, teschi, magliette), uno stand di merchandising delle band. In mezzo (e intorno) tanto spazio per fare un po’ quello che si vuole. E in effetti c’è ne è per tutti i gusti e tutti i colori. C’è l’infoiato che non vuole perdersi nemmeno un minuto di musica e sgomma nervoso per i vari palchi, c’è quello che è venuto solo per una band e aspetta con noia che arrivi il suo momento, c’è chi sembra sia venuto solo per mangiare e bere e passa tutto il tempo o a ingurgitare pizza o a bere birre una dietro l’altra. C’è anche chi dorme sulle sdraio, chi si imbosca sulle collinette, chi non gliene frega un cazzo di niente e chi si chiede cos’è tutto quel casino visto che probabilmente ci è capitato per caso. E il bello di questa location fantastica è proprio questo, cioè che ti lascia libero di vagabondare dove vuoi e con chi vuoi, incontrando amici, amiche, parenti e conoscenti, senza sottovalutare il fatto che tutto questo ha come sottofondo la musica, in ogni istante, per sei ore ininterrotte, dalle 18,30 alla mezzanotte e mezza. Eh già, la musica, metal ma non solo, perché il pubblico del Solo Macello ormai non si accontenta, siamo zozzi e ignoranti (ascoltiamo metal, persatana) ma c’è anche dell’altro che non si disdegna, tutt’altro. Perché è una questione di attitudine e, faccio un esempio, Diego Deadman Potron, all’opera nella gabbia è tutto tranne che metal, ma ha quel quid che lo rende super appetibile a tutti coloro che di musica alternativa se ne intendono riuscendo con il suo blues spurio a far scuotere capelli (per chi ce li ha ancora), lo stesso vale per Graad, decisamente più metallico quest’ultimo che in solitaria fa scuotere le teste dei presenti con le sue cavalcate ai confini del black. Piccole, ma intense, realtà. Però tutto era cominciato con i Veracrash ai quali spettava l’infame compito di aprire il festival (la peggior posizione possibile, diciamolo) e non hanno deluso le attese perché la compattezza della loro esibizione ha scaldato a dovere il discreto pubblico che già cominciava ad affluire. Appena dopo partono i Black Moth, da Leeds, che a mio giudizio hanno fatto un ottimo album (The Killing Jar, tra l’altro prodotto da Jim Sclavunos, non il primo pirla che passa per strada) e complice l’accattivante voce (e presenza) della singer Harriet Bevan (maglietta degli Sleep: bonus) hanno completato un set onesto e coinvolgente, tutto su ritmi doom-stoner che devono ai Black Sabbath praticamente tutto. A seguire quattro braccia rubate all’agricoltura: gli Zolle arano il palco del messicano manco fosse un campo di grano, chitarra, batteria e via andare su volumi indicibili. Mi vado quindi a vedere i primi dieci minuti dei Nero di Marte sul main stage, tecnicissimi, precisi e penalizzati un po’ dal contesto (il sole e la luce) ma capaci di offendere pesantemente gli amplificatori. Mi sposto verso la gabbia e vengo ipnotizzato dai Gordo. Voce, basso, batteria, tastiere, armonica: una versione di Mr. Crowley che è tra le più belle in assoluto che io abbia mai sentito, suoni perfetti (per forza, siamo a mezzo metro) e pure la Wrathchild maideniana che si trasforma in un blues malato con l’armonica che fa la chitarra… quando parlavo di attitudine… eccola qui! Ovviamente vado al loro banchetto e mi trovo di fronte due pezzi di legno serigrafati con in mezzo il CD chiuso da vite e bullone: packaging dell’anno! I Fuzz Orchestra nella classica uniforme in giacca e cravatta aizzano con corna a profusione e metal a valanga. I loro straordinari audio sample di Pasolini e Volontè scombinano le carte e creano quel tocco originale che li rende una delle realtà più accattivanti ed originali della penisola. A questo punto il piccolo evento della serata, direttamente dal Botswana, per la prima volta al di fuori del loro paese, con tanto di colletta per il viaggio, arrivano i Wrust alfieri della scena metal dello stato africano (esiste davvero!) con al seguito le telecamere che stanno registrando il documentario March Of The Gods. Evidentemente emozionati, sopperiscono con grande entusiasmo a canzoni e capacità tecniche non certo di prim’ordine, ma questo non è assolutamente un problema o un freno, scatenando il proprio black metal thrash per l’orda sotto il palco che supporta e gradisce. Alla fine arriva addirittura l’urlo one more song! ma i tempi stretti non lo permettono e i quattro africani si presentano a vendere magliette (brutte, quindi bellissime) raccogliendo cinque e strette di mano. Gli In Zaire sono particolari, suonano bene e suonano pesante. Il loro è uno stoner psych a tratti lisergico e a tratti durissimo, con confini che musicalmente potrebbero allagarsi a dismisura. Non conosco i motivi per i quali il bassista Mullins era assente, ma rimane il fatto che i rimanenti Karma To Burn, vale a dire Mecum e Oswald, sono saliti sul main stage come se nulla fosse e hanno devastato le orecchie con il loro stoner ultra amplificato come se fossero in cinque. Hanno pescato (bene) dal loro repertorio fatto di numeri e senza nessun fronzolo, asciutti e monolitici, si sono imposti alla grande. Praticamente la loro continuazione sono stati gli Zeus! e che dire ormai su questi due pazzi che scatenano sul palco un’energia mozzafiato da morte istantanea e dopo averli già visti un discreto numero di volte mi ritrovo sempre a domandarmi come facciano a fare tutto quel casino. Sono le 23.30, lo spazio davanti al main stage è già tutto saturo in attesa dei simpaticissimi Red Fang. Nell’ora a loro disposizione sfornano tutte le canzoni migliori dei loro due lavori, riescono a scatenare un pogo selvaggio e cattivo, fanno alzare le braccia al cielo a tutti e suonano dritti, diretti e concentrati. Uno show un po’ meno cazzone del solito, meno stronzate dette al microfono da quel simpaticone di Aaron (che praticamente si è visto sotto i palchi delle varie band per tutta la durata del festival) ma tanta energia sprigionata da una band che ha qualcosa in più di molte altre. La fine giunge quindi inaspettata perché di roba buona non si è mai stanchi ed è bello passare la serata in mezzo a questa sana bolgia che come al solito è stata ben organizzata, solidamente impiantata e gioiosamente portata a termine. Quando si arriverà ad avere tre(centosessantacinque) Solo Macello all’anno sarà un gran bell’anno.

Daniele Ghiro

PUBBLICO

Pubblico

VERACRASH

Veracrash

BLACK MOTH

Black Moth

ZOLLE

Zolle

NERO DI MARTE

Nero Di Marte

GORDO

Gordo

FUZZ ORCHESTRA

Fuzz Orchestra

WRUST

Wrust

GRAAD

Graad

IN ZAIRE

In Zaire

DIEGO DEADMAN POTRON

Diego Deadman Potron

KARMA TO BURN

Karma To Burn

ZEUS

Zeus!

RED FANG

Red Fang

Annunci

SoloMacello Fest

Magnolia

Milano

26 giugno 2012

Amo il Magnolia. Un locale unico che ha una marcia in più. Strategicamente posizionato all’interno del parco dell’idroscalo di Milano, con una programmazione estremamente varia ed interessante, sempre in grado di attirare un pubblico assortito che va da quello delle serate danzanti di liscio a quello dei più brutali gruppi grind, in mezzo c’è tanta roba e al Magnolia c’è tutta. Nelle gelide serate d’inverno, quando la nebbia avvolge sinistramente gli alberi che lo circondano sembra di andare a finire nel nulla, fino a quando il covo rosso si materializza tra la bruma ed è pronto ad inghiottirti. Piccolo ma con la dependance per i concerti più numerosi, economico ed accogliente, caldo e fuoco quando fuori i gradi vanno sottozero. Poi d’estate, come il bruco che diventa farfalla, si espande a dismisura sfoggiando tre palchi, tanto spazio e una cucina pronta a fornire vettovaglie e beveraggio con anche il portafoglio che respira, e questo non è un fatto secondario. In questo contesto, prendendo la palla al balzo, una congrega di loschi figuri dediti al turpiloquio e alla blasfemia si sono inventati un festival dedicato alla musica metal, e relative derivazioni. Solo Macello, questa la denominazione dell’organizzazione, nel 2009 ci ha regalato grandi gruppi italiani (ZU, Cripple Bastards, Morkobot) e nel 2010, andando oltre, ha deciso di trasformarlo in un piccolo festival internazionale. Insieme a Ufomammut, Lento, Fine Before You Came arrivano Amen Ra e i fantastici 16 autori di un concerto dall’intensità pazzesca. Il 2011 è l’anno della consacrazione: insieme a una nutrita schiera di piccole e grandi realtà italiane si arriva a proporre Kylesa, Church Of Misery, Russian Circles, Eyehategod e i fantastici Boris che l’anno scorso mi hanno letteralmente ipnotizzato per tutta la durata del loro breve set. Questo è (stato) il MIODI. A sorpresa, e non ne conosco il motivo, quest’anno si cambia denominazione e il festival precedentemente conosciuto come MiOdi si trasforma in SoloMacello Fest. Ma non cambia assolutamente nulla. Il bill è di tutto rispetto e quindi ci approcciamo al Magnolia con ottime prospettive, incontrando i soliti stand goduriosi dai quali attingiamo a piene mani, riuscendo a scovare sempre qualcosa di interessante. Purtroppo mi scuso con Maso e O ma il lavoro mi ha impedito l’arrivo alle ore 19 e quindi mi presento proprio quando i Tons stanno sfrigolando per benino le orecchie ancora distratte dei presenti. Grande impatto il loro e un concerto che conferma live gli ottimi due CD (uno mini) finora pubblicati dalla band. Manco il tempo di riprendersi che sul main stage esplodono i Big Business e sono una bomba sonora. Scott Martin macina riff e se la ride, Jared Warren pompa il basso e urla nel microfono ma non guarda in faccia a nessuno, Coady Willis al solito è una furia e il risultato è una mezz’ora intensissima. Dopo di loro contemporaneamente Johnny Mox e Rise Above Dead, questi ultimi già visti di recente e sempre in continua costante crescita, mentre il noise sperimentale del primo è ben accolto. Arriva il momento dei Gandhi’s Gunn che si confermano un gruppo dalle enormi potenzialità ma che ancora devono aumentare presenza scenica. Le canzoni che hanno da proporre sono però talmente belle che il pubblico applaude e gradisce. Sorry, mi sono perso i Mombu per mangiarmi qualcosa e poi vedermi l’incredibile set di due olandesi, Dead Neanderthal, batteria e sax, che letteralmente distruggono le orecchie dei presenti con la loro proposta anomala ed intrigante. A questo punto sono dispiaciuto ma devo abbandonare purtroppo i bravissimi Squadra Omega (mi rifarò appena possibile perché meritano) a favore dei dirompenti Unsane. Devo ammettere che se proprio devo dire il gruppo che non mi sarei perso stasera avrei detto il loro nome e mi hanno ripagato con tre quarti d’ora sanguinanti ed intensi, di una compattezza senza confini e che confermano Chris Spencer e Dave Curran una macchina da guerra imbattibile. Nicola Manzan con il suo monicker Bologna Violenta riceve ovazioni e scalda a dovere la folla per l’avvento dei Napalm Death. Il main stage del Magnolia, e questa è la sua unica pecca, deve sottostare alle inutili e idiote leggi della limitazione di decibel per spettacoli all’aperto, penalizzando non poco questo tipo di gruppi che fanno dell’impatto sonoro la loro forza. Ma gli inglesi non si perdono d’animo e pettinano a dovere gli ormai stremati metallari, che non paghi di nulla sfogano la loro delusione con buuuu di disapprovazione alla chiusura puntuale delle dodici e trenta. Ma nel frattempo mi sono fatto un giretto anche dai Grime che nel palco esterno riescono a raccogliere una discreta schiera di transfughi dagli headliner e si dimostrano assolutamente in palla. A questo punto il festival è finito, ma Christian (e il nome non poteva essere più inopportuno) continua con la selezione di musica direttamente dalla più scalcinata cantina del SoloMacello, per chiudere la serata ancora ad alto volume. Che dire, una serata prestigiosa e perfettamente organizzata, un concerto che è stato una delizia e senza aver detto che il tutto ci è stato servito alla cifra di quindici eurini. Insomma, perfetto e come ogni evento che si rispetti speriamo di rivederci anche l’anno prossimo. Capisco che la logistica invernale non permette l’organizzazione di un evento del genere a dicembre, ma se magari si riuscisse a farne uno anche all’inizio dell’autunno, tanto per riprenderci dalla fatica delle ferie estive, beh, due SoloMacello all’anno sarebbero ben accetti.

Daniele Ghiro

GANDHI’S GUNN “The Longer, The Beard, The Harder, The Sound”

GANDHI’S GUNN

The Longer, The Beard, The Harder, The Sound

Taxi Driver

Thirtyeahs del 2010 mi aveva favorevolmente impressionato, ma sinceramente mai mi sarei aspettato (mea culpa) che i Gandhi’s Gunn progredissero ad una velocità così elevata tanto da proporre in questo loro secondo lavoro una musica che sembra uscire da un vicino deserto e che invece sbuca a tradimento dal capoluogo ligure e sinceramente a occhi chiusi e senza sapere nulla avrei detto che certi suoni avrebbero potuto provenire da una delle migliori produzioni targate USA.
Haywire e Under Siege è un uno-due iniziale di potentissima materia hard’n’roll tirata giù a rotta di collo. Breaking Balance è una song dall’inusitata potenza, profonda e senza respiro, che deborda fragorosamente in un mix tra Fu Manchu e Clutch, e proprio tra le gesta di questi ultimi si inserisce alla perfezione la partenza tranquilla di Flood fino almeno al momento in cui il devastante inserto centrale del desertico ritornello non invade e satura gli amplificatori. Adrift e Rest Of The Sun si muovono sulle bollenti sonorità stoner care ai Kyuss, cadenzate, ritmate, solleticanti. La voce è un potentissimo e melodico strumento aggiunto, anche perchè la sezione ritmica e la chitarra fanno talmente tanto casino che ci vuole un’ugola allenata per controbatterle. Infatti nella conclusiva Hypothesis si materializza potente dalle profondità dando ulteriore spessore e calore ad una grande canzone, perché dopo un deliquio iniziale psichedelico si parte a tutta come dei Baroness in trip stoner, e si raggiungono i dieci minuti con una parte finale che è una delle cose più belle che io abbia ascoltato ultimamente. Non vedo l’ora di gustarmeli al Solo Macello, un festival che gli appassionati del genere non possono assolutamente perdere.

Daniele Ghiro