MOPE “Mope”

MOPE

Mope

Taxi Driver Records

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A Genova e dintorni le cose si stanno facendo sempre più interessanti vista la gran quantità di progetti e band che vivono (e suonano) il meteorologicamente disastrato territorio ligure. Nell’ambito dello stoner doom poi le cose vanno a meraviglia e tutti questi gruppi perpetuano una tradizione che ormai comincia ad avere radici solide e lontane nel tempo. Tra i nuovi adepti possiamo annoverare i MOPE che debuttano con l’omonimo lavoro (Taxi Driver Records) annoverando a dire il vero tra le proprie fila non proprio dei novellini e non solo barbuti doomster di navigata solidità, vale a dire Fabio Cuomo degli Eremite alla batteria e Stefano Parodi dei Vanessa Van Basten al basso, bensì anche le gentili donzelle Jessica Rassi (artista presso The Giant’s Lab) alla chitarra e Sara Twinn, sax, già con i Folagra. Proprio da quest’ultima si può partire per parlare di loro, perché il suo sassofono è la parte centrale e principale della loro musica. Sulle afose atmosfere create dalla base ritmica e dalla chitarra si staglia il gelido suono del sax, nitido e mai distorto, quasi a voler delineare una immaginaria ed inusuale linea vocale (i brani sono strumentali) perché spesso la sua delicata melodia si scontra (doverosamente) con la inquietante ostilità alle sue spalle. Proprio questa dicotomia rende affascinante il progetto, là dove la musica della band è sporca ed abrasiva il suono del sax va a controbilanciare armoniosamente ma con la giusta dose di sinistra profondità. Amate i Kilimanjaro Darkjazz Ensamble o i Bohren And Der Club Of Gore ma a volte ascoltandoli vorreste più volume, più chitarre e meno elettronica dal sapore jazz? I MOPE fanno per voi, si posizionano su quelle lunghezze d’onda perché hanno il jazz ma del resto anche la narcolettica potenza sonica degli Sleep. Tre lunghi pezzi per oltre mezz’ora di drone mefitici profumati dal sax, suoni ipnotici tesi e fumosi, proprio come quella bruma che sale dal terreno dopo un violento temporale nel torrido sole d’agosto.

Daniele Ghiro

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ISAAK: IL MEDITERRANEO COME IL DESERTO

Cambiare il nome da Gandhi’s Gunn a Isaak sembra una cosa piccola e tutto sommato insignificante, ripubblicare lo stesso disco con un’altra etichetta sembra una cosa inutile, ma le cose stanno messe su piani differenti e non sono mai così semplici. Innanzitutto l’entrata in formazione di una nuova base ritmica cambia le alchimie in maniera consistente e se poi l’etichetta che ti contatta per spingerti sul mercato mondiale si chiama Small Stone allora c’è qualcosa di cui parlare ed approfondire. Complice un live a Milano sono riuscito ad ottenere dal disponibilissimo Massimo Perasso (basso) una serie di risposte alle mie domande. Insieme ai compagni di avventura Giacomo H. Boeddu (voce), Francesco Raimondi (chitarra) e Andrea Tabbì De Bernardi (batteria) hanno dato vita ad live set intenso e senza fronzoli, andando a ripescare il meglio della loro discografia. Nel loro lavoro fresco di ristampa, le potentissime uncinate di Under Siege e Haywire si mescolano alle più articolate Flood e Hypotesis, creando un mix tellurico di stoner e psichedelia d’annata applicata ai tempi moderni. Le cover bonus di Fearless (Pink Floyd) e Wrathchild (Iron Maiden) stanno proprio li a dimostrare che ci sono degli estremi con tanto in mezzo. Il pubblico del LO-FI proprio non vuole sentire la parola fine e dopo qualche bis proprio con la violenta e trascinte cover dei Maiden gli Isaak concludono il loro live inaugurando (speriamo) un nuovo corso che sia foriero di successi per una band che ha dalla sua un potenziale esplosivo.

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Partiamo da Genova, il Mediterraneo come il deserto, da dove arriva la vostra passione per questa musica?

La passione per questa musica parte dai tempi della Man’s Ruin e da quando i Kyuss erano ancora in attività! Ricordo il video di Green Machine su Video Music. Ricordo che andai dal negozio di dischi chiedendo questi chiuss e il commesso mi lanciò il cd con disprezzo aggiungendo “si dice caiuss”! Da quel momento iniziai a divorare tutto ciò che veniva definito stoner! Mi abbonai alla fanzine Vincebus Eruptum (ancora in attività, attualmente anche come etichetta) e ricordo che compravo tutti i dischi che riuscivo a trovare. Poi sulla rivista Rumore per un certo periodo c’era una sezione apposta e su RockFm Sorge e Cerati passavano un bel po’ di musica del genere nel loro programma. Nel mentre avevo una mia webzine in cui iniziai a parlare di questo genere e iniziai a contattare band italiane. Scoprii che c’era una zine decisamente più a fuoco della mia (più generalista) in merito al genere: era Perkele. Grazie a quel portale fecero le prime mosse i Gandhi’s Gunn (ancora con Kabuto al basso) e frequentando gli stessi posti iniziammo a conoscerci fuori dal web. Ai tempi eravamo più appassionati della scena storica (Kyuss, Fu Manchu, Nebula, Corrosion Of Conformity, Clutch, Orange Goblin) ma ben presto abbiamo iniziato a scambiarci dischi e input. Con gli anni siamo diventati consumatori di ogni disco del genere, complice anche i nuovi arrivi nel mio negozio di dischi (Massimo ha un negozio a Genova, Taxi Driver, ma ne parleremo più tardi, ndr).

Come si è formata la band? Siete amici da sempre o avete incrociato per caso le vostre passioni musicali?

Genova non è una metropoli, per cui se suoni è normale frequentare gli stessi posti e conoscere la stessa gente. Francesco suonava in una band Death Metal (Toolbox Terror, che hanno pubblicato da poco l’esordio), Giacomo meglio non dirlo, Andrea in una band di estrazione psichedelica e space rock (Fase Cronica) e io mi barcamenavo in vari progetti. A Genova lo stoner è conosciutissimo, complice una bella scena: 2 Novembre e White Ash  erano dei veri eroi locali. Negli anni si sono aggiunti Christopher Walken, Bells Of Ramon, Temple Of Deimos, e altre band più variegate come Vanessa Van Basten, Eremite, Lilium. Poi nel mio piccolo ho cercato di alimentare questa fiamma organizzando concerti al Checkmate Rock Club, ho aperto un negozio di dischi e ho un programma radio (su gazzarra.org) chiamato Fruit Of The Doom. Quindi come nascono i Gandhi’s Gunn? Ascoltando musica, bevendo birra e andando ai concerti.

Da Thirtyeahs, che rimane un ottimo debutto, a The Longer The Beard The Harder The Sound c’è un’evoluzione stilistica importante. Avete centrato in pieno l’attitudine, frutto di un maggiore affiatamento immagino. O c’è altro?

Thirtyeahs era una band per metà diversa. La sezione ritmica in primis ma anche il bagaglio culturale. Grazie a quel disco abbiamo avuto la possibilità di girare per l’Italia, di suonare assieme a band importanti (Acid King, Church Of Misery, Atomic Bitchwax) e imparare dal pubblico e dai colleghi. E’ stato facile capire cosa non funzionava e cosa si: bastava guardare le reazioni del pubblico. The Longer nasce proprio dall’esigenza di suonare quello che vorremmo sentire come pubblico. Noi siamo innanzitutto fan di quello che facciamo e difficilmente suoneremmo qualcosa che non ci piace, ma bisogna essere ulteriormente critici e selezionare quello che è veramente il meglio. Le nostre prove sono infinite! Non so se abbiamo centrato il bersaglio. So che in quel disco ci sono parecchie suggestioni che ci piacciono. E’ un disco stoner molto particolare: c’è l’influenza noise rock, c’è l’impronta hardcore, c’è la psichedelia ma sempre all’interno di una forma canzone. Molte band “barano”. La buttano solo sull’impatto. Sul suono. Ma spesso dimenticano che ci vuole anche qualcosa di più.  Pensiamo di avere scritto una manciata di buone canzoni, e speriamo di continuare a farlo.

I vostri testi di cosa parlano?

Cinema. E vita quotidiana. Ma per lo più cinema. Comunque nel cd li trovate tutti. Ed è uno dei motivi per cui è sempre meglio comprare il supporto fisico rispetto al download (il tutto condito da una stupenda grafica che richiama i miti cinematografici poliziotteschi degli anni 70, per spingersi fino ai sempreverdi Godzilla e compagnia brutta, ndr).

Quanto tempo dedicate agli Isaak?

Parecchio tempo. C’è chi cerca date, chi si occupa dell’aspetto social e web, tutti noi comunichiamo quotidianamente con band e pubblico. Tutti noi siamo sempre a cercare questa o quell’idea da poter sviluppare in sala. Ovviamente lavoriamo tutti, quindi non stiamo assieme 24 ore su 24. Per fortuna.

Le vostre composizioni più dure mi rimandano immediatamente a Clutch e Red Fang, le più psichedeliche a Hawkwind e Monster Magnet, tanto per fare qualche nome. Le vostre preferenze sulle band attuali?

Che bello sentirti nominare gli Hawkwind!! Hai riassunto bene la nostra attitudine sonora. Un po’ di nomi attuali? Big Business, Torche, Elder, Uncle Acid And Deadbeats, Graveyard, Pallbearer.

Esuliamo dallo stoner, cosa si ascolta d’altro in casa Isaak? Presumo che ciascuno di voi abbia il proprio background musicale e che ci siano quattro teste diverse che trovano un punto d’incontro nella sala prove. Oppure non è così?

Maso: grunge, hardcore, noise. Francesco: metal, Carcass ed Entombed. Giacomo: classic rock, funk e soul. Andrea: post rock, post metal. Ma tutti noi troviamo un accordo quando si ascoltano Melvins, Clutch e Big Business. In realtà siamo tutti onnivori ma ovviamente difendiamo le nostre posizioni quando si discute che i Carcass siano meglio dei Russian Circles e viceversa. In tour è meglio che ognuno si porti il proprio lettore musicale personale! In viaggio verso la Spagna solo Francesco aveva portato i CD da viaggio, puoi immaginare: Slayer, Iron Maiden, Megadeth, Metallica, Immortal, Mayhem, Carcass, Death, Entombed per 10 ore di fila. Siamo arrivati a Barcellona ricoperti di borchie e toppe. Ma meno male dato che lì gli eroi locali sono gli Obus! (Grande gruppo spagnolo attivo già negli anni ottanta e ancora in vita che canta in lingua madre, sul filone dei grandissimi Baron Rojo, ndr).

A vedervi live sembrate molto affiatati, ragazzi alla mano e per nulla spocchiosi (e vi garantisco che di gente che se la tira ce ne è in giro parecchia), sembrate divertirvi alla grande. Cos’è per voi suonare dal vivo?

Divertimento innanzitutto. Ma anche parecchia ansia prima di salire sul palco. Noi adoriamo il pubblico che partecipa saltando, pogando e cantando i pezzi (nella fortunata ipotesi che arrivi preparato). Vedere queste scene ci ripaga completamente. Ecco perchè The Longer suona più tirato di Thirtyeahs: vogliamo vedere il pubblico saltare!!

La scena italiana stoner mi sembra viva e pulsante. Molti gruppi dal sottosuolo hanno fatto dischi di una qualità impressionante. Perché non si riesce a uscire dal ghetto italiano? E’ solo una questione che se dici che suoni rock la gente in Italia immagina immediatamente Vasco Rossi? Oppure è un problema di infrastrutture e di soldi? Credete ad esempio che situazioni tipo Ufomammut su Neurot possano aprire un varco?

L’Italia all’estero viene vista non solo come pizza spaghetti e mandolino. Per i cultori della buona musica l’Italia esporta da sempre: uno degli gruppi principali del Roadburn di questo anno sono i Goblin! Dal prog all’hardcore l’Italia ha sempre avuto qualcosa da dire a livello internazionale. Ma il problema è tutta quella musica che non vuole avere risonanza internazionale ma che, anzi, sfrutta, l’ignoranza media per spacciare per oro cose che all’estero sarebbero ridicole. Come mai non ci sono band indie italiane al Primavera? Perchè la proposta vale giusto qualche click su rockit e finisce lì. Cannibal Movie, Squada Omega, e tutta la scena neo psichedelica di cui si sono occupate anche le riviste internazionali sono un grande vanto, non i Cani. Non dimentichiamo band più pesanti come The Secret o Grime che escono per etichette importanti. Magari fra qualche anno qualche collezionista americano pubblicherà una raccolta del miglior stoner italiano… ti consiglio un ottimo disco appena uscito: l’omonimo dei Manthra Dei uscito in CD per Acid Cosmonaut e vinile per Nasoni.

La scena italiana alternativa: alla fine è sempre la solita storia, solo i fighetti con un certo tipo di atteggiamento riescono a raggiungere il grande pubblico. Ma da assiduo frequentatore di concerti ci sono tanti gruppi di ottima qualità che suonano solo per passione. Ma il pubblico, anche se poco, li ama tanto. Basta questo? A volte siete in preda alla frustrazione di non poter fare qualcosa che vorreste invece tanto?

Il nostro sogno è di suonare al Roadburn Festival. Tutto il resto non ci fa rosicare più di tanto. Ovvio se in Italia ci fossero più canali specializzati potremmo far sentire la nostra musica a più persone ma attualmente, per fortuna, c’è molto interesse da parte del pubblico verso queste genere. E’ innegabile: l’approccio dei Red Fang ha fatto si che molte persone che non conoscevano il genere iniziassero a incuriosirsi. In negozio mi è capitato molte volte di consigliare dischi a chi mi diceva “adoro i Red Fang, cosa mi consigli?”. Più che una band è un cavallo di troia!

Capitolo crowdfunding: vi hanno rubato attrezzatura dal vostro studio e avete organizzato una raccolta fondi. Come è andata? Mi sembra ci sia stata una buona risposta.

Siamo molto critici verso il crowdfunding per come viene usato in Italia. Da artisti mediocri che vogliono che il pubblico gli paghi il video o band da pensione che sperano che i fan gli paghino il tour europeo di spalla ad altre band da pensione. Da super nerd seguo molto di più i fund raising per progetti da geek: colpiscono l’immaginario del pubblico e gli vengono concessi bonus di assoluto rispetto. Il nostro è stata una via di mezzo fra la classica operazione di raccolta fondi per terremotati e il dare ai fan dei bonus inediti. Dandoci un offerta era possibile avere magliette e poster disegnati per l’occasione da Giant’s Lab o avere un brano inedito su cassetta con grafica di Solo Macello. O avere dei nostri vinili ormai fuori catalogo ripescati dal magazzino di Taxi Driver. Ci serviva una spinta per non darci per vinti dopo un danno così (fra noi e i nostri compagni di sala Zero Reset abbiamo perso circa 20000 euro di strumentazione). Un danno economico ma non solo, perchè ha cambiato le nostre priorità da un giorno all’altro. Eravamo nel pieno del decisionale sulla registrazione del nuovo disco, nella vera e propria pre produzione. Dopo quel fatto è stato un miracolo poter discutere assieme di come metterci subito in moto. Aiutati da amici, fan e booking abbiamo organizzato un tour in Francia, Spagna e Italia che ci sta consentendo di ripristinare parte della cassa, anche grazie al buon successo del crowdfunding (abbiamo raggiunto 3500$). La registrazione del disco è stata rinviata al nuovo anno ma almeno in questi mesi non siamo rimasti con le mani in mano. E lo possiamo dire senza timore di smentita: abbiamo dei fan meravigliosi! Dopo che hanno scoperto il furto abbiamo ricevuto un calore e un supporto gigantesco!! Ora le nostre spalle sono decisamente più larghe e dopo questa battaglia sappiamo che difficilmente ci faremo abbattere da altre avversità! (Giustamente la campagna è stata intitolata “No One Defeats Isaak”, ndr).

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Una bestemmia: è possibile vivere di musica? Di soldi nel vostro progetto ce ne mettete e basta? Cosa dovrebbe succedere per farvi lasciare i vostri rispettivi lavori?

Io ho un negozio di dischi, pubblico dischi con l’etichetta, ho una webzine di news e recensioni http://www.taxi-driver.it ormai un po’ in disuso ma anni fa avevo un discreto seguito…, ho un programma sulla web radio di Arci Liguria chiamato Fruit Of The Doom, (se vi capita ascoltatelo perché la selezione di Massimo è davvero notevole, a cavallo tra novità e glorioso passato, ndr) organizzo o do una mano ad organizzare concerti in città. Per quanto mi riguarda l’importante non è fare soldi ma poter far si che i progetti continuino ad andare avanti. Non mi interessa vendere le compilation di X Factor, preferisco che nel mio negozio ci sia una delle 300 copie stampate dai Belzebong. Non organizzerei un concerto dei Cani solo per farmi due soldi dai ragazzini. Noi suoniamo questo tipo di musica e difficilmente potrà generare un interesse tale da far si che intorno agli Isaak possano girare dei soldi. A me non interessa. Preferirei sopravvivere come i Melvins facendo un 7” al mese che prendere in giro il mio lavoro e la mia passione. Se arrivasse una major ad offrirmi un sacco di soldi potrei ingrandire il negozio di dischi ma non ci infilerei dentro Emma Marrone. I Mudhoney comprarono casa con i soldi della Reprise (gran bel colpo, ndr). Gli Sleep un sacco di erba e gli diedero Jerusalem, che rifiutarono anche. Ti rendi conto? Hanno rifiutato uno dei più grandi dischi del rock!! (E su questo fantastico disco, nonché gruppo, ho già scritto parecchio e ribadisco l’enormità musicale di Jerusalem!, ndr). Se il nostro lavoro generasse altro lavoro e soldi potrebbe portarci a ragionare su argomenti per ora molto estranei alle nostre usuali conversazioni. Certamente per ottenere una fetta di pubblico in più non cambieremmo stile: la storia della musica ha insegnato che non serve vendersi ma occorre una solida reputazione che conquisti giorno per giorno.

Come è avvenuto il contatto con Scott Hamilton della Small Stone Record? Quali le sensazioni e le reazioni per aver firmato con una delle etichette stoner più interessanti?

Small Stone è un etichetta che abbiamo sempre amato. Fin dai tempi di Acid King, Fireball Ministry, Porn, Los Natas, Novadriver! La fanzine Vincebus Eruptum e Rumore hanno sempre parlato di queste band ed era inevitabile per il sottoscritto andarle a cercare nei negozi di dischi! Negli anni Small Stone ha continuato a pubblicare album anche in periodi di crisi del settore e del genere. Dopo l’abbuffata di fine anni 90 molte etichette hanno smesso di pubblicare. Pensa a Man’s Ruin! Scott ha invece alimentato la fiamma con ottime uscite di Dozer, Greenleaf, Luder, Gozu, Dixie Witch. Abbiamo saputo che era molto propenso ad ascoltare band dall’Europa e dopo aver pubblicato The Longer The Beard gliene abbiamo spedito una copia. Proprio due persone importanti per il genere in Italia hanno fatto da garanti per noi: Davide Pansolin di Vincebus Eruptum ma soprattutto Mario Ruggeri di Rumore. Proprio due entità che hanno mantenuto un rapporto costante fra band, etichette e fan del genere. Puoi immaginare cosa possa essere per uno come me, che da ragazzino sbavavo dietro a questa scena esserne parte al 100%.

Avete dovuto cambiare il vostro nome, non una cosa semplice per una band. Rimpianti? Il nome Isaak da dove arriva?

Rimpianti assolutamente no! Gandhi’s Gunn era un nome che non ci rappresentava più e per noi era associato alle prime mosse della band. La firma per Small Stone ci ha dato una scusa per farlo realmente: negli USA esiste già una band con un nome simile e abbiamo colto la palla al balzo. Dato che i Gandhi’s Gunn erano completamente autogestiti non è stato difficile avvertire il nostro pubblico che avevamo cambiato nome. Isaak è un nome. Ci piace pensarlo sia come l’Isacco biblico che come il nome di un protagonista di un film blaxploitation (propendo maggiormente per la seconda ipotesi, ndr). Ci piaceva avere il nome formato da una sola parola, come Clutch, Torche, Melvins, Ramones. Una semplice scelta di impatto. Abbiamo cambiato registro musicalmente, ecco perchè era necessario cambiare anche la carta d’identità. “Chi siete?” “Gandhi’s Gunn?” “Chiiii?” o “Chi siete?” “Isaak” “Mecojoni!”.

A questo punto c’è molta attesa per il vostro terzo album, avete già lavorato su qualcosa, avete un’idea dei tempi di realizzazione del disco?

E’ curioso: il prossimo sarà il nostro terzo album, il secondo come Isaak o il primo vero e proprio pensato come Isaak? Preferiamo quest’ultima possibilità dato che le band sparano le loro cartucce migliori agli esordi! Se ascolti il brano che abbiamo registrato per il crowdfunding sentirai come si sta evolvendo il sound (per inciso: il pezzo si intitola The Frown, ed è una vera e propria bomba con il finale più bello dell’anno, ndr). Prima del furto speravamo di entrare in studio entro gennaio, mentre ora pensiamo sia più probabile la primavera. La speranza è che esca entro il 2014. Nel mentre non saremo fermi!

Spero per voi che possiate imbastire tour anche in altri paesi del mondo, ci sono progetti/possibilità? Penso sia molto complicato e faticoso. Come riuscite a coniugare i vostri live con i problemi della vita normale (tempi/spazi/costi)?

Per ora abbiamo affrontato date nei paesi vicini: Francia e Spagna. Proprio per esigenze lavorative affrontiamo le date nei weekend. L’idea è di fare come fanno tutte le band: prendere ferie nello stesso periodo e girare per 15/20 di fila (quindi affrontare Germania, Inghilterra, paesi scandinavi o dell’est). Le date fatte nei weekend hanno dei costi enormi e non si possono permettere per molto tempo. Siamo genovesi, quindi abbiamo un rapporto protettivo nei confronti del denaro: per cui non rischiamo di andare in rovina! Piuttosto non mangiamo per 24 ore!

Hai un negozio di dischi, riesci a galleggiare ancora vendendo dischi? Quando hai cominciato? C’è ne è ancora di gente che considera l’acquisto di musica una parte delle proprie spese? Come ti poni nei confronti di download, Spotify e simili, dispute sui diritti? Io un disco dei Radiohead posso anche scaricarlo, ma al gruppo italiano che suona in un club il disco lo compro sempre se mi piace.

Ho il negozio da quasi 5 anni per cui non ho vissuto i tempi d’oro e la crisi. Ho aperto in un momento favorevole, ovvero il revival del vinile, oggetto che ricordiamolo è attivo da fine 1800. Non proprio da due giorni. Un revival che era necessario perchè nei banchetti dell’usato trovavi solo Bolton, Sting, Status Quo e Zucchero. Tutto questo ha fatto sì che la gente si ponesse la domanda: “Ma quindi i Daft Punk hanno pubblicato anche il vinile?”. Nello stoner/doom si è sempre pensato al vinile come formato principale. Un po’ perchè nell’ottica purista e/o revivalista del genere fa parte dell’immaginario esattamente come gli amplificatori valvolari. Un po’ perchè il genere racchiude l’essenza del rock, esattamente come il vinile. Il cd funziona per la macchina ma a casa non si può ascoltare: tanto vale cercare il full album su youtube. Gli appassionati si shareano intere cartelle di album su dropbox e poi vengono in negozio a comprare il vinile. Il non appassionato ascolta 5 gruppi su Spotify, magari pagando anche l’abbonamento. In realtà ascolta lo Zoo di 105 e pensa che la musica sia quella. Se va bene ascolta Radio2. Non c’è più Videomusic che trasmetteva cose incredibili in mezzo a boiate pazzesche. Ma grazie a quello ti creavi un gusto, imparavi a scegliere, a cercare, a puntare i videoregistratori di notte con tua madre che pensava registrassi Playboyshow e invece andavi a caccia di musica decente (sembra incredibile a dirsi ma io posseggo ancora delle videocassette con su ore di video registrati da Videomusic! Ndr). Se tu scarichi la discografia degli Electric Wizard probabilmente ti innamorerai dei loro dischi. Il giorno che lo intravedi (in negozio, sul web) non potrai lasciarlo lì. La passione (e quindi l’acquisto, il senso d’appartenenza e di possesso) nasce da quello e difficilmente morirà. Tutti questi “al lupo al lupo” nei confronti della musica cosa vorrebbero dire? Che non ascolteremo più niente? La vedo difficile…. Poi i Radiohead mi fanno ridere. Ma a chi importa se prendi pochi soldi da Spotify? Ogni tuo concerto costa non meno di 60 euro, il tuo merch ha gli stessi prezzi della boutique di alta moda, i tuoi dischi escono per una major. Ma piangi ancora miseria? E poi dicono dei genovesi…  ma soprattutto fai un bel disco che è già un miracolo che la gente ti stia ancora ad ascoltare… (e a questa risposta risposta, non me ne vogliate, va la palma come migliore dell’intervista, ndr).

Chiudo solo con una speranza personale: non mettetevi a cantare in italiano, ci sono generi che con il nostro idioma non hanno nulla in comune (anche se ci sono state importanti eccezioni)!

All’estero dicono che Giacomo ha l’accento tex-mex.. Perchè cambiare?

Giusto! E allora stiamo tutti attenti al 2014, sperando che gli Isaak sfornino la bomba di cui tutti abbiamo bisogno, le premesse ci sono tutte (The Frown, ve l’ho già detto, è un succulento antipasto) e quindi aspettiamo le loro prossime mosse.

Daniele Ghiro

MOTORPSYCHO “STILL LIFE WITH EGGPLANT”

MOTORPSYCHO

Still Life With Eggplant

Stickman

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Bisogna dare ai Motorpsycho quello che è dei Motorpsycho e riconoscerne il valore. Dal 1991, anno in cui pubblicarono Lobotomizer, passando per almeno un capolavoro (Timothy’s Monster) e qualche caduta (The Death Defying Unicorn) fino ai giorni nostri hanno sempre saputo mantenersi ad un livello creativo e compositivo notevole. Sono d’accordo nel dire che spesso si guardano allo specchio e indulgono nell’autocelebrazione, che a volte si dilungano un po’ troppo in jam fini a se stesse, ma ai detrattori posso solo dire che bisognerebbe averne un bel lotto di gruppi che ancora riescono ad essere pulsanti dopo così tanti anni on the road. E poi, quando si mettono in testa di trasporre in musica quello che sanno fanno fare meglio, cioè buttare giù la testa e tuffarsi a bomba nella psichedelia hard degli anni settanta, possono essere veramente imbattibili. Ho già detto che il precedente The Death Defying Unicorn è stato per me una delusione, prolisso sino all’esasperazione, colmo di parti sinfoniche poco centrate e quello che si salvava non era moltissimo. Ma il nuovo disco dei norvegesi è, come spesso ci hanno abituati, ancora una cosa differente. Decisamente breve per i loro standard, 45 minuti per cinque canzoni e l’aggiunta di un secondo chitarrista. Hell, part 1-3 è la loro classica incursione nella storia dello stoner rock visto dal lato più prettamente psichedelico, chitarre che partono sabbathiane, poi condito da coretti al limite del sixtie pop, commistioni con il prog, ma anche robuste sezioni strumentali che dal vivo spesso si trasformano in incendiari momenti di puro hard rock psichedelico. August è la loro particolarissima rivisitazione di un brano dei Love. Barleycorn è invece molto più progressiva in senso stretto, prendete i Genesis dei primi album (si si, è così) e iniettate massicce dosi intramuscolari di proteine heavy rock, che lasciano partire emboli psichedelici in ogni parte del corpo della canzone. Ratcatcher invece è il loro caratteristico monolite: diciassette minuti che sanno fondere psichedelia sixties alla Grateful Dead e decise incursioni nell’hard hendrixiano. Un’altro brano che va ad aggiungersi alla lunga lista di quelli che dal vivo sanno fare faville. La ballata semi-folk The Afterglow chiude delicatamente un album che segna il loro ritorno su territori più concisi, concreti e meno estemporanei. Questo è esattamente quello che si aspetta di trovare quando esce un nuovo album dei Motorpsycho e bastano pochi ascolti per far proprie queste nuove canzoni aggiungendole alla lunga lista di quelle che fanno parte della loro storia, confondendosi, mischiandosi, sovrapponendosi. Fate un gioco, una prova: andate ad estrapolare a caso un brano per ogni disco pubblicato ad oggi dalla band norvegese e avreste una compilation con la stessa vivacità mostrata da ogni singolo disco, anche in questo senso la loro è una jam totale e i continui sold-out ai loro concerti lo confermano appieno.

Daniele Ghiro

BLAAK HEAT SHUJAA – The Storm Generation

BLAAK HEAT SHUJAA

The Storm Generation

Tee Pee

Il loro omonimo esordio due anni fa mi aveva impressionato ed ora i parigini se ne ritornano con un EP in attessa del nuovo album previsto per la primavera. Una buona mezz’oretta di antipasto che non fa che confermare le ottime qualità del gruppo. Negli undici minuti abbondanti dell’iniziale The Revenge Of The Feathered Pheasant ci sono tutti i punti fermi del gruppo, a partire da un basso tremebondo che imperversa in profondità, lisergici innesti chitarristici con abbondanti sconfinamenti in territori psichedelici estremi, là dove volano alti The Warlock e Wooden Shijps tanto per citare un paio di gruppi che possono benissimo fare da riferimento. Momenti semi krauti innestati su una base che sta a metà strada tra Live at Pompei e la title track del primo album del Sabba Nero. I Blaak sono orgogliosamente in bilico tra una pesantezza stoner e una lisergica psichedelia, con un leggero vantaggio per quest’ultima a dire il vero, anche perchè la preponderanza strumentale della loro musica è notevole, pur non disdegnando anche parti cantate. In questo contesto, una canzone come Helios potrebbe benissimo inserirsi sia in una colonna sonora di un film di David Lynch come in quella di uno di Rob Zombie, tanto per interderci, sfiorando a più riprese il contatto con la musica dei Naam. The Storm/We Are The Fucking Storm porta sinistre nubi cariche di pioggia, Fusil Contra Fusil è cantata in spagnolo ed è maggiormente classica, dal sapore epico di una psichedelia antica. Non avevo sbagliato e i BHS non mi hanno deluso, ora l’attesa per il nuovo disco si fa decisamente elettrica.

Daniele Ghiro

UFOMAMMUT + BOLOGNA VIOLENTA live @ Magnolia – 29 novembre 2012

Come giustamente mi faceva notare il mio amico Lino in quel del Magnolia, per assistere ad un concerto di Nicola Manzan, alias Bologna Violenta, bisogna arrivarci con un minimo di preparazione, altrimenti si rischia di rimanere quantomeno spiazzati davanti alla sua performance. Si presenta sul palco con chitarra, set di pedali e le sue basi, scatenando mezzora di inferno. Il suo grind core, mischiato ad elettronica (“altro che Skrillex” urla) punk, rumore puro, a volte spruzzate classiche, violenza e velocità è un’originale performance ai confini della musica. Poi bisogna riconoscergli grande ironia e un’ottima presenza, con quel suo sinistro fare luciferino, salta, implora drammaticamente pietà a dio, imbraccia un violino e lo tortura, insomma, come detto in apertura anche per chi è avvezzo già alla sua musica si rimane piacevolmente sorpresi. Immagino (e ho origliato) commenti di stupore, ma gli va dato atto di avere una coerenza esemplare nel portare avanti il suo non facile credo musicale. Dopo una breve pausa (insolitamente stringati i tempi questa sera) ecco gli Ufomammut, freschi di contratto con Neurot e di un tour europeo che ha ulteriormente consolidato la loro crescente fama. Si perché dopo la doppia release di Oro, le loro quotazioni sono in netta ascesa e decidono di prendersi un meritato periodo di riposo non prima di aver salutato il proprio paese con quest’ultimo show. Discreta la partecipazione di pubblico e la loro partenza è un diesel che lentamente si mette in moto, fino al raggiungimento del giusto regime e dell’esplosione che puntualmente avviene dopo pochi minuti. La presentazione del loro ultimo lavoro è compatta e sulfurea, suoni possenti e fortemente doom si alternano a piccoli momenti di quiete, spazzati poi via dalle impressionanti accelerazioni che ne caratterizzano il sound. Vita è un batterista che picchia come un dannato, Urlo da sfogo a basso ed headbanging, cimentandosi anche in un cantato proveniente dall’oltretomba, Poia piazza riff a ripetizione scatenando la sua barba contro l’audience. Un volume decisamente alto ma che permette di cogliere appieno tutte le sfumature del loro sound, una partecipazione dei tre caratterizzata da grande impegno (senza spiaccicare una parola, però) catalizzano l’entusiasmo del pubblico che ancora una volta ha avuto la sua sana razione di orecchie fumanti e pesantezze varie.

Daniele Ghiro

Bologna Violenta © Lino Brunetti

Bologna Violenta © Lino Brunetti

Ufomammut (Urlo) © Lino Brunetti

Ufomammut (Urlo) © Lino Brunetti

Ufomammut (Poia) © Lino Brunetti

Ufomammut (Poia) © Lino Brunetti

Ufomammut (Vita) © Lino Brunetti

Ufomammut (Vita) © Lino Brunetti