SULA VENTREBIANCO “Più Niente”

SULA VENTREBIANCO
Più Niente
Ikebana/Goodfellas

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Giunti al quarto album dopo la buona prova del precedente Furente, i Sula Ventrebianco si confermano una band con più d’una freccia al proprio arco anche in questo nuovo Più Niente. Non che la band partenopea si possa dire in tutto e per tutto originale, però è abilissima a posizionare la propria musica ad un crocevia d’influenze che li potrebbe far risultare interessanti per diversi tipi d’ascoltatori. Volendo fare una sintesi brutale, quello che fanno è un alt-rock in italiano potente e chitarristico, con le radici saldamente piantate negli anni ’90. Detta così, forse, nulla di troppo interessante, ma ecco che proprio qui, entrando più nel dettaglio, si fanno avanti i motivi d’interesse. Salvatore Carannante (voce e chitarre), Giuseppe Cataldo (chitarre, cori, synth), Mirko Grande (basso, cori), Aldo Canditone (batteria, cori) e Caterina Bianco (violini) sanno come scrivere canzoni che non lasciano indifferenti. Non si limitano a sprigionare energia e potenza chitarristica, ma sanno bene come rendere i vari brani interessanti attraverso variazioni e finezze di scrittura, arrivando a lambire il pop, così come qualche passaggio cantautorale. Il suono è distorto e aggressivo, ma è anche colmo di eleganti sfumature, così come le atmosfere dell’album, le quali oscillano tra sprazzi di quiete, infiltrazioni cameristiche, furiose esplosioni rock. La trama aggressiva di Saleinsogno è stemperata da un bel gusto pop; Diamante, Una Che Non Resta, Resti e la conclusiva, bellissima Amore e Odio sono tutte ballate che alla solidità della scrittura associano un deciso vigore elettrico; Arkam Asylum s’impegola in arzigogolature al confine col prog, laddove Subutecs è una fulminante pillola power pop, Metionina una rock song dal classicissimo tiro, con Arva a seguirla col piede pigiato sul pedale dell’hard. L’ottima registrazione su nastro dà a tutto l’album un suono caldo ed organico, perfetto per godersi la grana delle chitarre, la presenza vocale di un Carannante in gran spolvero, i synth che impreziosiscono il finale di Wormhole o gli archi che rendono carezzevole L’Ade a Te e che danno un tocco melodrammatico ad Attraverso. A tutto il resto ci pensa il missaggio dell’anima affine Alberto Ferrari dei Verdena e la masterizzazione, al solito iper professionale, di Giovanni Versari.

Lino Brunetti

SULA VENTREBIANCO “Furente”

Furente-cd-cover

Furente è il nuovo album dei SULA VENTREBIANCO (Ikebana Records). E’ un bel titolo. Ed è anche un assist perfetto, perché non esiste parola migliore per descrivere il furente avvio della tribale Notre Dame: un’assalto all’arma bianca tra possenti riff di chitarra e rabbiose scudisciate della sezione ritmica. Il fatto è che terminata la canzone e ripresi un’attimo dalla sorpresa parte Mani di Piuma che incredibilmente è ancora meglio, atmosfera cupa, tesa, ma nello stesso tempo delicata nel suo contorcere melodie sopraffine e durezze metalliche. E’ qui che i Sula Ventrebianco fanno la differenza, hanno l’indubbia capacità di rimanere melodici e ancorati alla tradizione cantautorale italiana pur muovendosi in un contesto musicale assolutamente all’opposto, fa testo a questo proposito la melodia sudista (intesa come Sud Italia) che pervade Di Striscio che pur rimanendo in territori ultra elettrici rimanda spesso a quei ritornelli solari tipici della tradizione partenopea. Parte in maniera più tradizionale Cumulonembo che porta lo stoner in oriente e mette in luce lo strano ma efficacissimo modo di cantare di Sasio Carannante, ma poi ha ancora la capacità di trasformarsi in altro. L’unica cosa che a volte lascia perplessi sono gli arrangiamenti, al primo ascolto spiazzano e paiono esageratamente spinti in qualche occasione, vedi la comunque bella Lingua Gonfia che mette in gioco tanta (forse troppa) roba ma che è solidamente costruita sul desiderio di spingersi un gradino più in là e Subito Prima delle Onde che si adagia su una chitarra fin troppo caratterizzata ed un dolcissimo finale. Ma sono solo sfumature, che si stemperano man mano che il disco entra in circolo e che nulla tolgono al valore della loro musica, anzi fanno capire quanto siano in grado di mettere sul piatto i quattro napoletani, alzando sempre la posta, quasi incapaci di andare via lisci e tranquilli accontentandosi. Ma si sa, chi non risica non rosica, questo alla fine è un punto a favore perché poi, quando nessun orpello si manifesta, si materializzano alla grande Glory Hole e Allo Specchio che vanno giù dirette e pesantissime. Grano è la colonna sonora di un deserto nostrano che non c’è (o forse si, fatto di lava vulcanica) con psichedelia e distorsioni che pervadono l’intenso finale. Spazio anche per una super ballatona, Cornelio, mai melensa e capace di donare perle di struggente malinconia, costruita su una melodia blueseggiante e cristallina. Stupisce veramente constatare che i Sula Ventrebianco hanno così tanti punti di riferimento mischiati ed amalgamati alla perfezione da risultare per assurdo talmente originali da faticare probabilmente a trovare un proprio specifico pubblico. Concludono in gloria con il roboante finale di Così Finta. Furenti, sensibili, bravi.

Daniele Ghiro