Best 2020

Che il 2020 sia stato un anno terribile, di cui tutti non vediamo l’ora di sbarazzarci, è una cosa che non devo venire io a dirvela. Che eredità si lascerà alle spalle questo allucinante anno fatto di malattia, morte, isolamento, slanci di solidarietà, ma in alcuni casi anche di follia, è assai difficile dirlo adesso, quando ancora ci siamo in mezzo. Devo dire che all’inizio, tra marzo e aprile, la sensazione che potesse essere almeno l’occasione per rivedere o quantomeno aggiustare la nostra way of life ce l’avevo anche; a distanza di qualche mese quella convinzione vacilla, perché tra le tante discussioni che sento sul nostro futuro da parte di politici e governanti di tutto il mondo, mi pare che la grande assente sia quella riguardante ciò che vorremo fare in futuro per salvaguardare il nostro pianeta e metterci al riparo da altre probabili pandemie (o peggio), come vorremo riaggiustare l’accesso alle sue risorse, per non parlare poi di una analisi seria sul fatto che anche grazie a questa immane tragedia si è ancor di più acuita la divaricazione fra ricchissimi e poveri/poverissimi.

Mi fermo qui, non è questa la sede per discorsi di questo tipo. Francamente non ho neppure gli strumenti e le capacità per addentrarmi troppo in questo territorio. Lasciatemi però ricordare un’immagine che rimarrà nella Storia e che, in futuro, racconterà questi tempi senza bisogno di parole: è quella del papa solitario in una piazza deserta, sotto la pioggia. Non c’è bisogno di essere religiosi, né tantomeno aver bisogno di chissà quali conoscenze per coglierne la portata simbolica e la deflagrante potenza emotiva. In un articolo che parla del meglio del 2020, non si poteva proprio non citarla!

Passiamo quindi alla musica. Per fortuna, da questo punto di vista le cose sono andate benissimo, di dischi bellissimi ne sono usciti una valangata quest’anno e lo dimostra la lunghissima playlist che ho allegato in coda a questo articolo, con pezzi tratti da oltre 200 album, eppure, nonostante ciò, lo stesso parziale, monca di un sacco di dischi che avrei voluto sentire, ma ai quali ancora non sono riuscito ad avvicinarmi.

Nel compilare la lista – trenta titoli internazionali, un disco live, cinque italiani e una piccola selezione di ristampe/boxset – mi sono attenuto alle regole di sempre: il mio gusto personale ovviamente; la volontà di coprire più o meno i vari generi che seguo; infine le frequentazioni (hanno vinto insomma i dischi che ho ascoltato di più).

Mio personale disco dell’anno – ma da quello che vedo in giro, non solo mio – Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, un’autrice che non si fa viva molto spesso, ma che ogni volta che lo fa dimostra il suo incredibile talento. Qui unisce scrittura eccelsa, arrangiamenti originalissimi, la capacità di piegare i generi al proprio volere e un gusto pop mai diretto, piuttosto laterale anzi, messo al servizio di testi che lasciano il segno. Non la faccio troppo lunga, un capolavoro!

Appena un gradino sotto il nuovo Bob Dylan che, messe finalmente da parte le riletture sinatriane, è tornato con un disco ipnotico e letterario, con una voce macerata dagli anni più fascinosa che mai e un pugno di brani anch’essi forse non così immediati, ma proprio per questo destinati a durare e fonte continua di piacere.

In quello che segue, di tutto un po’: giovani cantautori dal piglio indubbiamente personale (Kevin Morby, Daniel Blumberg, Sam Amidon, Sam Lee); un drappello di cantautrici che avrebbe potuto essere decisamente più ampio e che mi ha fatto penare fino all’ultimo in termini di inclusioni ed esclusioni (Jess Williamson, Waxahatchee, Adrianne Lenker, A.A. Williams, This Is The Kit); band e musicisti “storici” tornati con dischi di altissimo livello (Thurston Moore, The Flaming Lips, Bright Eyes, Fleet Foxes, Sonic Boom, The Dream Syndicate, X, Black Lips); nuove band che consolidano le loro carriere (IDLES, Fontaines D.C., Metz); formazioni di ultra culto (Big Blood); musicisti tra jazz, black music e inafferabilità (Shabaka & The AncestorsMourning (A) BLKstar, Horse Lords, The Heliocentrics); esordienti o giù di lì (Porridge Radio, King Hannah).

Un commento a parte se lo merita Bruce Springsteen. Letter To You non è il capolavoro di cui si è letto da più parti; la sua parte centrale è tutto sommato deboluccia, anche se ammetto che si fa comunque ascoltare con piacere. Ci sono cose, però, qui dentro, che sono tra le migliori sentite quest’anno. Sappiamo tutti che il furbone è andato a ripescare tre pezzi vecchi del suo repertorio inedito, ma non era così scontato che ce le propinasse con un suono così spettacolare, per qualsiasi springsteeniano addirittura da lucciconi agli occhi, ma credo grandiosi per chiunque abbia anche solo vaghe conoscenze musicali. Il resto beneficia del più classico suono E-Street Band e, nei casi migliori, riesce addirittura a esaltare, come probabilmente non succedeva da anni con un disco di Springsteen (anche se a me, per dire, Western Stars piaceva non poco). Molte di queste canzoni (Burning Train, Ghosts, I’ll See You In My Dreams, la stessa Letter To You), sono sicuro che spaccheranno dal vivo e insieme alle tre (citiamole: Janey Needs A Shooter, If I Was The Priest, Songs For Orphans) spero proprio che potremo vederle dal vivo il prima possibile.

I dischi italiani che ho messo in lista avrei potuto tranquillamente mescolarli assieme agli altri, ma ho preferito segnalarli a parte per permettere di identificarli più velocemente. Grandioso il nuovo monumentale album di Giorgio Canali & Rossofuoco, fascinosissime le canzoni oscure e gotiche di Nero Kane, una bella sorpresa l’esordio dei Viadellironia, come sempre ficcante la psichedelia dei Giöbia. Bellissimo poi l’album di Annie Barbazza, scoperto proprio di recente grazie alla sua inclusione in alcune liste di fine anno, uno dei motivi per cui queste classifiche continuano a essere un giochetto sempre interessante.

Sulle ristampe non mi dilungo molto, ne ho scelte otto, ma ne sono uscite una marea di parimenti interessanti. Citando invece lo stupendo disco dal vivo dei War On Drugs, arriviamo invece a quella che è stata la vera tragedia del 2020 musicale: la quasi totale assenza dei concerti. Non voglio tornare nuovamente sulla questione, ma è chiaro che il mio augurio più grande per il 2021 è che si possa finalmente tornare ad assistere alla musica dal vivo, perché è lì che si alimenta sul serio la passione per la musica, che la si vive in maniera completa. Dedico quindi questo articolo a tutti i gestori di locali, promoter, tecnici, baristi e a tutti coloro che operano nel settore a vario titolo, perché questa maledetta pandemia rischia di spazzare via anni di esperienze e una serie di professionisti che non se lo meritano affatto e che da quasi un anno soffrono mille difficoltà. E ovviamente lo dedico anche a quei musicisti che hanno bisogno dei concerti per continuare a fare la propria musica e sopravvivere. Speriamo davvero che nel corso del 2021, almeno in questo, si possa tornare alla normalità, mandando definitivamente affanculo questo annus horribilis!

Lino Brunetti

IL PODIO

FIONA APPLE – Fetch The Bolt Cutters

BOB DYLAN – Rough And Rowdy Ways

IL RESTO (in ordine alfabetico)

SAM AMIDON – Sam Amidon

BIG BLOOD – Do You Wanna Have A Skeleton Dream?

BLACK LIPS – Sing In A World That’s Falling Apart

DANIEL BLUMBERG – ON&ON&ON

BRIGHT EYES – Down In The Weeds, Where The World Once Was

FLEET FOXES – Shore

FONTAINES D.C. – A Hero’s Death

HORSE LORDS – The Common Task

IDLES – Ultra Mono

KING HANNAH – Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

SAM LEE – Old Wow

ADRIANNE LENKER – Songs & Instrumentals

METZ – Atlas Vending

THURSTON MOORE – By The Fire

KEVIN MORBY – Sundowner

MOURNING (A) BLKSTAR – The Cycle

PORRIDGE RADIO – Every Bad

SHABAKA & THE ANCESTORS – We Are Sent Here By History

SONIC BOOM – All Things Being Equal

BRUCE SPRINGSTEEN – Letter To You

THE DREAM SYNDICATE – The Universe Inside

THE FLAMING LIPS – American Head

THE HELIOCENTRICS – Infinity Of Now

THIS IS THE KIT – Off Off On

WAXAHATCHEE – Saint Cloud

A.A. WILLIAMS – Forever Blue

JESS WILLIAMSON – Sorceress

X – Alphabetland

LIVE ALBUM

THE WAR ON DRUGS – Live Drugs

ITALIA

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO – Venti

NERO KANE – Tales Of Faith And Lunacy

VIADELLIRONIA – Le Radici Sul Soffitto

ANNIE BARBAZZA – Vive

GIÖBIA – Plasmatic Idol

RISTAMPE

A.A.V.V. – The Harry Smith B-Sides

TREES – Trees 50th Anniversary

RICHARD & LINDA THOMPSON – Hard Luck Stories 1972-1982

LOU REED – New York – Deluxe Edition

PRINCE – Sign ‘O’ The Times

TOM PETTY – Wildflowers & All The Rest

THE ROLLING STONES – Goats Head Soup – Deluxe Edition

SWANS – Children Of God/Feel Good Now

BEST OF THE YEAR 2014 – LINO BRUNETTI

Annata musicalmente eccezionale il 2014, probabilmente una delle migliori degli ultimi anni, alla faccia di chi sostiene che la musica sia su un binario morto. Ne è testimonianza anche la grande eterogeneità delle classifiche viste in giro fino ad ora che, aldilà di alcuni titoli presenti praticamente ovunque, messe tutte assieme propongono decine e decine di titoli da ricordare. Qui di seguito il mio contributo, con trenta titoli internazionali e dieci italiani. Volendo, sarei potuto anche arrivare a cinquanta e oltre, ma mi è parso più giusto limitarmi alle cose che in un anno così affollato di buone cose ho frequentato di più. Perciò basta parole, buon ascolto e, soprattutto, buon 2015!

Lino Brunetti

T O P  3 0

THE WAR ON DRUGS “Lost In The Dream”

SUN KIL MOON “Benji”

COURTNEY BARNETT – The Double EP: A Sea Of Split Peas

FIRE! ORCHESTRA – Enter

BONNIE “PRINCE” BILLY – Singer’s Grave A Sea Of Tongues

EARTH – Primitive And Deadly

ST VINCENT – St Vincent

WILDBIRDS & PEACEDRUMS – Rhythm

SCOTT WALKER & SUNN O))) – Soused

SWANS – To Be Kind

SHARON VAN ETTEN – Are We There

BOB MOULD – Beauty And Ruin

TY SEGALL – Manipulator

DAMIEN JURADO – Brothers And Sisters Of The Eternal Son

THEE SILVER MT ZION MEMORIAL ORCHESTRA – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

NENEH CHERRY – Blank Project

MIREL WAGNER – When The Cellar Children See The Light Of Day

TEMPLES – Sun Structures

BECK – Morning Phase

PONTIAK – Innocence

THE MEN – Tomorrow’s Hits

THURSTON MOORE – The Best Day

DAMON ALBARN – Everyday Robots

ANGEL OLSEN – Burn Your Fire For No Witness

PARQUET COURTS – Sunbathing Animals

THE WYTCHES – Annabel Dream Reader

STONE JACK JONES – Ancestor

GOAT – Commune

LUCINDA WILLIAMS – Down Where The Spirits Meets The Bone

CARLA BOZULICH – Boy

T O P  1 0  I T A L I A

RONIN – Adagio Furioso

C’MON TIGRE – C’Mon Tigre

PAOLO SAPORITI – Paolo Saporiti

GIARDINI DI MIRÒ – Rapsodia Satanica

JUNKFOOD – The Cold Summer Of Dead

MOVIE STAR JUNKIES – Evil Moods

GUANO PADANO – Americana

NINOS DU BRAZIL – Novos Misterios

GIOVANNI SUCCI – Lampi Per Macachi

…A TOYS ORCHESTRA – Butterfly Effect

DEISON “Quiet Rooms”

DEISON

Quiet Rooms

Aagoo Records

Il friulano Cristiano Deison, in arte semplicemente DEISON, ha alle spalle una carriera ventennale, inizialmente spesa tra Meathead e Cinise, poi sviluppatasi in solitaria, sia pur con rimarchevoli collaborazioni con artisti quali Thurston Moore, KK Null e Scanner. Il suo ultimo lavoro s’intitola Quiet Rooms e consta di quattro affascinanti composizioni in bilico tra ambient e drone music. Partendo da registrazioni sul campo captate in vuote stanze d’hotel, Deison ha costruito un’immaginifica soundtrack, capace d’evocare il senso d’isolamento e spaesata solitudine, così come d’estatica serenità che, a volte, le stesse possono provocare nel viaggiatore. I rumori che arrivano dall’esterno – un treno in lontanaza, un gatto che miagola, porte che si aprono e che si chiudono, telefoni che suonano – s’amalgamano ai lunghi drones emotivi, specchio degli stati d’animo che si vogliono raccontare, e dal corto circuito fra questi due elementi, paiono alla fine scaturire dei fantasmi o delle ipotesi di storie. Il disco intero, poi, pare seguire, a sua volta, una sorta di percorso circolare, partendo da suoni cupi ed ovattati e muovendosi sempre più verso visioni ascensionali ed estatiche, per poi, nel finale, tornare a farsi più refrattario alla luce, come se il racconto in questione, attraversasse una lunga nottata insonne, cedente al sonno solo poco prima dell’alba. Affascinante.

Lino Brunetti

THE PHONOMETAK LABS ISSUES vol. IX e X

WALTER PRATI & EVAN PARKER/LUKAS LIGETI & JOAO ORECCHIA

Phonometak #9

PAOLO CANTU’/XABIER IRIONDO

Phonometak #10

Wallace/Audioglobe

Con i volumi IX e X (questo secondo, fresco di stampa), si chiude la cosiddetta serie gialla, messa assieme tramite lo sforzo congiunto di Wallace Records e Phonometak Labs. L’intera serie è composta da dieci split album (in vinile 10″, tiratura limitata e numerata di 500 copie), il cui unico imperativo è sempre stato la più totale libertà, senza preoccuparsi troppo di seguire una linea precostituita che non fosse, semplicemente, quella di pubblicare grande musica. Ed è così che negli otto volumi precedenti si è passati dall’avanguardia al doom, dal jazz alle sperimentazioni rock e così via, spesso all’interno dello stesso LP. Tanti i nomi importanti che si sono susseguiti, sia italiani che internazionali: gli Zu (con Iriondo) e gli IceburnMats Gustaffson Paolo Angeli, gli OvO e i Sinistri (ancora una volta con Iriondo), Damu Suzuki (con Metak Network e con gli Zu), i Talibam! e i Jealousy PartyGianni Gebbia Miss Massive Snowflake, il trio Uchihasi KazuhisaMassimo PupilloYoshigaki Yasuhiro e gli On Fillmore, gli Scarnella di Nels Cline Carla Bozulich ed i Fluorescent Pigs. Nel nono volume della serie, il primo lato è occupato dalla collaborazione tra il sassofonista (al soprano) Evan Parker ed il compositore e ricercatore musicale Walter Prati (electronics, violoncello), già in passato protagonisti pure in un progetto musicale che vedeva coinvolto Thurston Moore dei Sonic Youth. Due tracce, la prima registrata durante una performance al Vancouver Jazz Festival del 2004, la seconda, invece, a Risonanze, a Venezia, datata 1999: The Western Front espone un serratissimo fraseggio di sax, mescolato alle infiltrazioni degli electronics, in modo da dar vita ad un sound brulicante e densissimo; più nebulosa e sospesa è invece Sonanze, decisamente più cinematica ed evocativa, tanto da guidare l’ascoltatore in un paesaggio indistinto, misterioso, fumoso. Sul secondo lato ci sono invece tre tracce fuoriuscite da una session tra Lukas Ligeti (batteria, microfoni) ed il sudafricano Joao Orecchia (electronics, chitarra, armonica, voce). Tre tracce, le loro, che pongono l’enfasi sui ritmi dettati dalle bacchette di Ligeti, attorno ai quali si attorcigliano le folate soniche in bilico tra avant, jazz e sperimentazione rock di Orecchia. In un pezzo come Fox paiono farsi avanti anche delle derive etno che aggiungono ulteriore carne al fuoco. Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.

Lino Brunetti