PETE ROSS & THE SAPPHIRE “Rollin’ Down The Lane”

PETE ROSS & THE SAPPHIRE

Rollin’ On Down The Lane

Beast Records

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Immersi in quell’oceano di informazione tipico dei giorni nostri, è sempre difficile individuare bands emergenti valide che non si confondino nell’esasperato caos e sovraesposizione generale. E’ per puro caso che, qualche mese fa, ho assistito ad uno splendido ed inaspettato concerto (“The midnight show!”) semi-acustico di Pete Ross e Susy Sapphire, i quali si esibivano su di un piccolo palco, con un attento percussionista, davanti a poche persone. A catalizzare l’attenzione fu subito la presenza scenica di Pete che, nonostante il set semi-acustico, chiese spazio (solitamente, mi ha detto, suonano con una band elettrica e decisamente più r’n’r!!) seguito dalla ipnotica bellezza di Susy, statuaria con il suo fido basso Fender. Sintomatica, per capire il loro suono, la fine di questo piccolo show: hanno eseguito una splendida These boots are made for walkin’ di Nancy Sinatra a due voci (quella di Pete e Susy) seguita da una bellissima rendition di Wayfaring Stranger, un traditional affrontato, tra gli altri, anche dal mitico Johnny Cash. Pete è australiano e si porta con sé il tipico suono del deserto (da Nick Cave al romantico “twang” chitarristico, sino a lambire territori waitsiani). Questo è il suo terzo disco ed arriva dopo che lui ha già girato on the road mezzo mondo, compresi diversi tour australiani come chitarrista di Dan Brodie, artista di successo della EMI. Rollin’ on down the lane è la novità di questi giorni: registrato da Stefano Manca allo studio Sudest di Lecce, con arrangiamenti e mixing di Ivan A. Rossi (Zen Circus, Bachi da Pietra,….) e masterizzato da Giovanni Versari (Nautilus). Pleased to meet you apre questo album con una strepitosa alternanza di voci ed uno stupendo organo (presumibilmente Hammond C3 valvolare) che ci guida lungo un percorso con evidenti richiami a Nick Cave (periodo The good son). Si prosegue con l’irresistibile “twang” chitarristico di Devil inside (della quale gira anche un affascinante video che sfrutta con maestria il contrasto tra bianco-nero e colore girato dalla regista Viola Barbato). Grande versione di Rake, originariamente dell’amato Townes Van Zandt (dall’album Delta momma blues del 1971), virata su un tessuto cadenzato e tribale. Late last night è calata in uno scenario notturno e oscuro, come la sofferta To the wind. Altra cover adatta alla perfezione allo stile di Pete Ross e la sua band è Jesus gonna be here di Tom Waits, sviluppata su trame fumose e con una strepitosa interpretazione vocale di Pete. Temi ricorrenti di queste canzoni sono la sfortuna, il dubbio, il pentimento e il mistero, che hanno da sempre accompagnato certo rock decadente e maledetto. E’ sempre un piacere ascoltare dischi come questo. Irrinunciabile per tutti gli estimatori di Nick Cave, ma consigliato a tutte le persone che apprezzano la buona musica!

Fabio Avaro

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KING OF THE OPERA “Nothing Outstanding”

KING OF THE OPERA

Nothing Outstanding

La Famosa Etichetta Trovarobato/Audioglobe

Fino ad oggi, per veicolare la sua musica, il ventiseienne Alberto Mariotti aveva utilizzato lo pseudonimo di Samuel Katarro. Chiunque segua, anche solo distrattamente, la scena musicale indipendente italiana, non avrà potuto non imbattersi in questo nome, visto che i suoi due dischi – Beach Party del 2008 e The Halfduck Mystery del 2010 – sono stati tra i più chiacchierati ed osannati dalla stampa negli ultimi anni. Non un abbaglio critico, giacché davvero la miscela di blues, psichedelia acida, folk, pop barrettiano e rock indipendente messo a segno in quei dischi, si è palesata quale una ventata di creatività ed aria fresca da far rizzare non poco le orecchie. Qualche mese fa, pubblicando prima il semi bootleg dal vivo Live At The Place e poi l’antologia (in digitale) The Death Of Samuel Katarro, Mariotti dava il via ad una nuova fase della sua carriera musicale, stavolta sotto la denominazione King Of The Opera. A giustificare il cambio d’intestazione, vi è una revisione dei canoni musicali fin qui proposti, anche se i musicisti che lo seguono in questa nuova avventura sono praticamente gli stessi, ovvero il batterista Simone Vassallo ed il multistrumentista Wassilij Kropotkin (chitarre, violino, piano, tastiere ed effetti). Il blues, che già era in buona parte scomparso nel secondo album, qui è del tutto assente, e lascia il posto a sonorità nettamente più rock. Anche la scrittura stessa dei brani pare muoversi verso territori meno bizzarri, lasciandosi alle spalle le derive barrettiane e watsiane del passato. In un primo momento, questo aspetto, aveva indotto a pensare ad un ridimensionamento del lato più originale della sua musica. Gli ascolti ripetuti hanno però alla fine fugato ogni dubbio: Nothing Outstanding è ancora un disco notevolissimo, probabilmente ancora più solido e lucido dei precedenti, un po’ più istintivi. Lo dimostra subito, del resto, l’attacco con Fabriciborio, un’espansa ballata lisergica, dapprima liquidamente lirica, poi sempre più rock nel suo svolgersi. Worried About, venisse da una band inglese, sarebbe un singolo perfetto: bella melodia in primo piano, stesa su un arrangiamento elettroacustico, reso dinamico da una propulsiva spinta pop-rock. La successiva GD invece rallenta, preferendo virare su malinconici lidi psych-folk, lasciando a The Floating Song il compito di tornare a far vibrare le chitarre, attraverso un pezzo che non poco porta alla memoria i Radiohead più rock, quelli di The Bends per intenderci. Molto d’atmosfera la title-track, guidata da un piano Rhodes e con un mood notturno e sospeso, mentre Heart Of Town è una lunga ballata dai tratti wave, percorsa da lancinanti lamine chitarristiche. Nine-Legged Spider getta un ponte verso le sonorità dei dischi di Katarro, esplicitando scenari da incubo bizzarro, ben sottolineati dal piano e dalla chitarra elettrica. In qualche modo fa lo stesso anche Pure Ash Dream, ma qui il proscenio è preso da un’inquieta filastrocca dark, contrappuntata dallo svisare di un violino e aperta nella seconda parte da un elettrico moto ascensionale, parente di certe cose dei Low. Rimanendo in tema di ponte col passato, la dolce ballata pianistica che chiude le danze, s’intitola The Halfduck Misery, quasi come il suo secondo album. In definitiva, un disco che rimane vario e molto creativo questo primo King Of The Opera, che conferma il talento di un ragazzo che, alla faccia dei tempi grami che stiamo vivendo a tutti i livelli, ha un grande futuro di fronte a sé. Consigliatissimo.

Lino Brunetti