NINE INCH NAILS “Hesitation Marks”

NINE INCH NAILS

Hesitation Marks

Null Corporation/Columbia

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A volte, per capire come vanno le cose, si potrebbe partire da quei particolari marginali, che nessuno nota se non dopo un po’ di tempo, o da quelle canzoni che non sono tra i singoli e magari poste in chiusura dell’album. Ecco, partiamo da questi presupposti e scorriamo le note che accompagnano il booklet allegato ad Hesitation Marks, tra le quali è evidente che Trent Reznor praticamente ha fatto un altro album solista, componendo e suonando (anche da solo) buona parte delle canzoni. Questa non è una novità perché la frase “I NIN sono Trent Reznor” è in bella vista sui suoi dischi sin dall’inizio della sua avventura, ma io speravo in qualcosa di diverso. Speravo in un ritorno della “band”, speravo in un netto taglio con le seppur belle colonne sonore che lo hanno portato all’oscar, e un taglio anche con le melodie avvolgenti del suo progetto con la moglie a nome How To Destroy Angels. Questo non solo non è avvenuto, ma sembra che certe sonorità si siano ormai cementificate nel suo processo compositivo. Prendiamo ad esempio, a proposito di marginalità, la penultima canzone del disco, While I’m Still Here, che avrebbe potuto essere un ottimo spunto, visto che è praticamente la riproposizione di Weary Blues From Waiting di Hank Williams, mi sarei aspettato una bomba blues trattata in chiave moderna ed invece si dimostra un fiacco trascinarsi di beat elettronici con una buona dose di noia di sottofondo. Noia che purtroppo prende troppo spesso il sopravvento durante l’ascolto, pur essendo questo un disco, diciamolo chiaramente, formalmente perfetto e non poteva essere altrimenti al cospetto di un genio della musica, o meglio, del trattamento dei suoni. Eppure l’album esplode con la potenza elettronica di Copy Of A, una trascinante canzone che se ascoltata ad alto volume spacca le finestre della tua stanza, isolazionismo sonico da paura. Come Back Haunted riporta Trent direttamente dalle parti di Pretty Hate Machine con la potenza che gli riconosciamo da sempre, anche se le chitarre, come del resto in quasi tutto l’album, rimangono semi nascoste. A proposito di chitarra, il maestro Adrian Belew consegna le sue trame eteree a Find My Way che è un buon pezzo e che sarebbe stato benissimo incastonato tra i capolavori dell’era The Fragile. Anche All Time Low vede Belew alla chitarra e il suo marchio è decisamente evidente, riuscendo a dare carisma ad un brano che fa la sua figura. A questo punto, al posto di spiccare il volo, o quantomeno proseguire su queste coordinate, Hesitation Marks si tuffa in una involuzione di contenuti che non mi aspettavo. Disappointed è noiosa e trascinata a dismisura, Everything è in assoluto il brano più brutto scritto dai NIN, un’accozzaglia senza capo ne coda dove Enola Gay si scontra con chitarre inutili. Satellite e Various Methods Of Escape sopravvivono entrambe allo stesso ritmo per troppo minutaggio. Running cerca di dare un po’ di movimento ma ci riesce poco. I Would For You invece riesce perlomeno a sfoggiare un buon ritornello ed una costruzione interessante, cosa che fa anche In Two, recuperando atmosfere cupe e cibernetiche, con un buon ritmo ed una buona melodia. Troppo poco a mio avviso per salvare il disco, anche se ho sentito pareri discordi e le rimostranze maggiori da parte dei sostenitori di questo album mi pare che si possano riassumere in una domanda, che qualcuno mi ha fatto: “Ma perché per essere un buon disco i Nine Inch Nails devono per forza fare casino? Questo è un buon album elettronico”. Il punto è che la loro peculiarità è sempre stata questa, elettronica e chitarre si sono sempre integrate alla perfezione e qui questo non è avvenuto, non dico che io voglia sempre ascoltare una versione aggiornata di Broken ma nemmeno addormentarsi a metà perdendo il filo delle canzoni. Tanto più che in molte parti di The Fragile, tanto per fare un esempio, le chitarre scomparivano quasi completamente ma l’atmosfera e il coinvolgimento che quelle canzoni riuscivano a dare erano proprio di un altro spessore. Mi si può dire che il tempo passa e gli interpreti invecchiano, cambiando doverosamente registro, e ci stà anche questo, ma quello che cantava Trent vent’anni fa in Heresy io l’ho preso per buono allora e mi resta dentro tale e quale nonostante gli anni trascorsi (Your God is dead, And no one’s care, If there is a hell, I will see you there) la tremenda forza erotica di Reptile io la sento ancora oggi (Oh my beautiful liar, oh my precious whore, my disease my infection, I’m so impure) e di quella sinistra e opprimente atmosfera che pervadeva quelle canzoni qui non ne rimane traccia alcuna. A voler insistentemente continuare a scarnificare i suoni si arriva ad avere solo l’osso, che per forza di cose è meno succulento di una sostanziosa coscia. Ammetto le mie debolezze nei loro confronti e riuscirò ad ascoltarlo ancora trovando conforto in quei cinque o sei pezzi che mi stuzzicano, da vero estimatore del gruppo sin dai tempi dei loro primi singoli però non posso far altro che riporre Hesitation Marks tra i punti più bassi della loro discografia, non tanto perché sia un disco inascoltabile (già detto che è confezionato in maniera sublime) ma quanto perché di Nine Inch Nails, qua dentro, c’è veramente poco.

Daniele Ghiro

QUEENS OF THE STONE AGE “…Like Clockwork”

QUEENS OF THE STONE AGE
…Like Clockwork

Rekords Rekords/Matador

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E’ andato avanti per la sua strada il buon Josh Homme, molti lo davano ormai per defunto, impantanato senza scampo con le sue regine in un vicolo cieco di scarsa creatività, di velenose diatribe, di manie di grandezza. Non aiutava certo il fatto che in questo disco venivano annunciati ospiti quantomeno “atipici”, numerosi, incongruenti. Alla fine, ora che le carte sono sul tavolo, aveva ragione lui perché è riuscito a dar vita a una nuova era dei Queens Of The Stone Age, cercando di tenersi stretto il buono del passato e muovendosi nel futuro in una direzione che scontata non è. Sarà la sua voce, sarà la sua chitarra, sarà quello che volete ma i suoi pezzi, pur essendo a volte lontani anni luce dalle sue prime mosse, suonano sempre e comunque come Queens Of The Stone Age. Proprio per questo dal mazzo possiamo pescare un po’ a caso e ci troviamo a confrontarci con un disco che cresce, inevitabilmente, alla distanza. Questo perché la scelta di non percorrere le facili vie del già conosciuto, ma per contro percorrere le tortuose strade della sperimentazione lasciano all’inizio leggermente interdetti. The Vampyre Of Time And Money è una ballata che potrebbe benissimo ricercare la semplice melodia ma che appena sembra pronta ad esplodere si racchiude su se stessa, If I Had A Tail vede Dave Grohl alla batteria, scura, dura e lunatica. Keep Your Eyes Peeled è pesante e spuria con Jake Shears dei Scissor Sisters di supporto alla voce. Sat By The Ocean è incredibilmente viziosa, sexy e calda, con una chitarra che sembra cantare. My God Is The Sun è un’autentica bomba sonica, desertica, solare, potente. Kalopsia vede Trent Reznor e Alex Turner in un carosello a metà strada tra musica easy listening ed esplosivo rock ad alto voltaggio. In Fairweather Friends c’è pure Elton John, insieme a Mark Lanegan e Nick Olivieri… beh, un viaggio nel nome del rock. Che dire poi di Smooth Sailing? Io ci vedo un Prince in pieno trip hard funky. Grandissima melodia per I Appear Missing e finale che non ti aspetti con la dolcissima …Like Clockwork. I QOTSA tornano quindi con un gran disco, completamente diverso dallo zoppicante Era Vulgaris, ma perfettamente riconducibile alla lucida mente di un Josh Homme che si priva di funambolismi chitarristici per mettersi al servizio, più funzionale, di un album ricco, completo e dalle molteplici sfaccettature che a me hanno ricordato a volte il Rocky Erickson era Evil One, o comunque con quelle caratteristiche di musica fatta da gente che non sceglie la via facile bensì procede, a fatica, in salita. Non chiamatelo più stoner o desert rock perché siamo su paralleli diversi, ma la lucida follia della terra cotta al sole ancora spazia tra i solchi (o le tracce) di questo suo nuovo lavoro.

Daniele Ghiro