BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

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TU FAWNING live @ Twiggy Club, Varese, 6 ottobre 2012

Varese non è una città (ed una provincia) facilissima per la musica indipendente. Forse sconta non poco la sua eccessiva vicinanza a Milano; forse, semplicemente, gli appassionati ed i frequentatori di locali e concerti non sono abbastanza per garantire sempre e comunque una buona partecipazione. Varese, che pure grazie alla Ghost Records, in passato era giunta agli onori delle cronache grazie alla sua scena cittadina, non ha insomma, al momento, quella stessa brillantezza che, solo per rimanere in ambito lombardo, hanno invece città come Brescia o Bergamo. In questo contesto, da qualche anno, a contrassegnarsi come autentico baluardo di resistenza, c’è il Twiggy, un locale portato avanti con passione e con, immagino, tanto impegno e fatica, proprio da Francesco Brezzi e Giuseppe Marmina della Ghost. Posto proprio nel centro cittadino, il Twiggy, nel corso del tempo, ha coraggiosamente visto sfilare tra le sue accoglienti mura, non solo grandi bands italiane come Il Teatro Degli Orrori, gli Amor Fou, Dente o i Ronin (per non dirne che una piccolissima parte), ma pure artisti di assoluto livello internazionale come The Silver Mt. Zion, Crippled Black Phoenix, Barzin, Jackie-O Motherfucker, Sin Ropas. Ultimi, per ora, ad aver calcato le assi del suo palco, i bravissimi TU FAWNING, tra l’altro al loro secondo passaggio varesino, visto che anche in occasione dello scorso tour erano passati da qui. Con alle spalle la recente pubblicazione del loro secondo album, il bellissimo A Monument (su City Slang), la band di Portland, Oregon, per nulla sconsolata da una presenza di pubblico inferiore alle aspettative (a grandi linee un centinaio di persone), ha dato vita ad uno show dinamico e frizzante, dove le loro contaminazioni alchemiche hanno avuto modo di dispiegarsi in maniera assolutamente compiuta. Che siano una band speciale, lo dimostra già il modo col quale i quattro si muovono sul palco, scambiandosi gli strumenti e dando vita a sfumature musicali che pure dal vivo, pur con l’ovvia energia ed istintività dell’esibizione live, non vengono perse. Al centro di tutto c’è ovviamente Corrina Repp, affascinante cantante, esuberante performer, indifferentemente brava sia alla chitarra che alla batteria. Le sue melodie sono ovviamente il cuore pulsante della musica dei Tu Fawning, la quale poi diventa qualcosa di originale e fresco grazie alle cangianti pennellature date dalla band tutta. In questo senso è fondamentale l’apporto di un musicista capace come Joe Haege (ex Menomena e 31Knots), autentico regista della formazione, diviso fra batteria, chitarra e samples, anche se non si possono certo minimizzare neppure l’apporto della bella e brava Lisa Rietz (violino e tastiere) e dello stranito ed allampanato Toussaint Perrault (fiati, tastiere, percussioni, chitarra). Non cambiano particolarmente rispetto ai dischi le loro canzoni in concerto, ma la loro grande comunicatività, il loro calore ed una musica che rimane comunque intensa e fantasiosa, non possono che colpire favorevolmente. Nell’ora abbondante di show, hanno fatto sfilare brani di entrambi i loro album, a cui, nel bis, s’è aggiunta una bella ed esplicativa cover di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division. Il gran finale è stato poi all’insegna della gioia festosa, con tutti i membri della band a suonare percussioni tra il pubblico, cantando in coro con chi voleva unirsi a loro. Una gran bella serata, che la prossima volta vi consiglio di non perdervi. E tenete d’occhio la programmazione del Twiggy, ne vale sempre la pena!

Lino Brunetti

Corrina Repp

Lisa Rietz

Joe Haege

Toussaint Perrault

Lisa Rietz

Corrina Repp

Joe Haege

All photos © Lino Brunetti