RUE ROYALE “Remedies Ahead”

RUE ROYALE

Remedies Ahead

Sinnbus/Audioglobe

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E’ evidente ascoltando le canzoni di questo terzo album dei RUE ROYALE, duo composto dai coniugi Ruth e Brookln Dekker, come nella loro musica le radici americane si fondano con una sensibilità che verrebbe da definire maggiormente europea. In Remedies Ahead, finanziato grazie ad una campagna su Kickstarter, la loro canzone d’autore basilarmente folk, si tinge di pennellate autunnali, fa sua la malinconia di una campagna piovosa vista dai vetri rigati di una casa solitaria. Qui e là paiono voler sfociare in territori folktronici se non addirittura pop (Shouldn’t Have Closed My Eyes, ad esempio), oppure smuovono con fare più conturbante le acque (Pull Me Like A String), ma è soprattutto nelle ballate acustiche, tratteggiate con pochi ma sapidi tocchi sonori e da un pugno di melodie intimiste (alla voce troviamo entrambi) che i Rue Royale si giocano in maniera più sostanziale le loro carte. Lo fanno senza troppi effetti scenici, quasi in punta di piedi, con dolcezza, solo con la timida forza di un pugno di canzoni carezzevoli ed avvolgenti. Potrebbero piacere ai fan di gruppi come Tunng (un paragone non così campato per aria) e persino a quelli dei Walkabouts più inclini alla ballata.

Lino Brunetti

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ANGUS MC OG “Arnaut”

ANGUS MC OG

Arnaut

Autoprodotto/Audioglobe

arnaut

Il progetto ANGUS MC OG nasce nel 2009, dapprima quale sfogo acustico e solitario del cantautore e chitarrista Antonio Tavoni, in seguito come duo col batterista Lucio Pedrazzi. E’ con questa formazione che viene registrato il disco d’esordio, Anorak, uscito nel 2011. Nel frattempo, ai due, si è unito anche il multistrumentista (violoncello, banjo, organo, harmonium, chitarra, piano) Daniele Rossi, e, dopo un lungo tour che li ha visti girare per la costa Est degli Stati Uniti prima, e per la Francia poi, ora sono qui di ritorno con una fiammante opera seconda. Arnaut è davvero un bel dischetto, sicuramente appetibile per quanti si nutrono di Americana e per quelli che non si fanno scappare nessuna uscita odorante new folk. La scrittura di Tovoni è melodicamente accattivante ed è ben sorretta da arrangiamenti che sanno come circuire l’ascoltatore. In alcuni casi, la passione per certe sonorità e certe bands, ancora gli prende un po’ la mano: un pezzo dalle striature soul come la comunque bella Fisher King (On The 7.40 Train) rimanda fin troppo didascalicamente a Bon Iver, l’iniziale Siddharta pare presa dal canzoniere dei TunngBeyond Ancona Harbour potrebbe essere un apocrifo di Elliott Smith. Curiosamente, tutti e tre questi pezzi sono posti in apertura d’album, quasi avessero paura di nascondere la loro personalità dietro un rassicurante paravento. Nel resto della scaletta, invece, le loro influenze vengono maggiormente sfumate in canzoni meno calligrafiche. Si rincorrono così ottime ballate, tra Okkervil River The Decemberists, come Chaos Is Busy, brani acustici di dolce poesia come Wasted (screziato ad un certo punto da uno scoppio percussivo), ritmate rock songs come Jonah, come la dinamica e melodica Never Again o come la splendida ed elettricamente satura The Fire Sermon, scampoli psych-folk come The Coal Song. Una bella raccolta di canzoni dagli Angus Mc Og, insomma, che forse non cambierà il mondo, ma qualche pomeriggio magari si.

Lino Brunetti

THE MAGNETIC NORTH “Orkney: Symphony Of The Magnetic North”

THE MAGNETIC NORTH

Orkney: Symphony of The Magnetic North

Full Time Hobby

La Scozia è notoriamente terra di spiriti e fantasmi, ma è probabilmente la prima volta che tali presenze si manifestano attraverso una manciata di canzoni, nello specifico quelle concepite dal progetto The Magnetic North, una band appositamente creata per dar corpo ad un sogno. Degna di un romanzo di Stephen King, la genesi del concept intitolato Orkney: Symphony of the Magnetic North, nasce da una fantasia onirica del cantante e chitarrista Erland Cooper della formazione folk-rock londinese Erland and The Carnival, risvegliatosi un mattino da un’esperienza poltergeist che lo esortava a recarsi nelle isole Orcadi, un’arcipelago situato al largo delle coste scozzesi, per la realizzazione di un nuovo disco. Suggestionato da tale apparizione, Cooper mette insieme un trio con Simon Tong, ex chitarrista dei Verve ed oggi multistrumentista dei Carnival, e con la cantautrice ed arrangiatrice Hannah Peel, e parte per le fantomatiche isole seguendo gli intinerari di un’antica guida. L’esperienza viene tradotta in musica dalle dodici canzoni che compongono questo album, dedicato ai luoghi, alla storia, alla geografia delle isole ed alle sventure di Betty Corrigall, la fanciulla suicidatasi nel 1770, che pare essere la musa ispiratrice del progetto: una sinfonia atmosferica e rarefatta che intreccia cantautorato folk, musica da camera e melodia pop con leggere orchestrazioni d’archi ed un parco impiego d’elettronica, da cui trapelano l’etereo indie-pop dei Belle and Sebastian, la folktronica dei Tunng o la sulfurea magia di un lavoro come Spirit of Eden dei Talk Talk. Affascinante e raffinato, Orkney Symphony of the Magnetic North sembra evocare stati d’animo più che paesaggi, galleggiando sulla malinconica dolcezza di spettrali ballate dall’aura folk come l’intensa Bay of Skaill o la toccante Betty Corrigall; sull’eleganza cameristica dell’atmosferica Nethertons Teeth; sulle contaminazioni elettro-pop di Hi-Life e della pulsante Ward Hill; sulla memoria di antichi canti marinari con la corale Orphir; o sulla modernità di curiose contaminazioni folktroniche come Rockwick e Yesnaby. Suggestivo come i brumosi paesaggi a cui si ispira, il progetto dei The Magnetic North è un piccolo gioiello sospeso tra il sentire melodico di diverse generazioni di folksingers.

 Luca Salmini