MARIEE SIOUX “Grief In Exile”

MARIEE SIOUX
Grief In Exile
Night Bloom Records

a3666463860_10

Le note ci dicono che Mariee Sioux è cresciuta in una cittadina mineraria della California del Nord, con un padre suonatore di mandolino d’origini polacco ungheresi e una madre con sangue paiute, spagnolo e indie messicano. Non ha neppure vent’anni quando si autoproduce i primi due album, lavori che le permettono di farsi conoscere in giro e di pubblicare in seguito un altro paio di dischi su etichette più strutturate, cosa che le apre le porte a tour internazionali e pure a una collaborazione discografica con Bonnie Prince Billy (il doppio 7” Bonnie & Mariee). Il padre era un frequentatore di festival Bluegrass ed è quindi naturale che fin da piccola Mariee abbia sviluppato una naturale predisposizione alla musica, quella folk in particolare. Non di folk classico al 100% si tratta però, perché le sue sono canzoni dotate di un carattere sottilmente stregato, sognante, con un filo di psichedelia ad attraversarle latentemente. Per certi versi potrebbe ricordare l’approccio alla materia di una come Marissa Nadler, alla quale l’accomuna anche una voce eterea e tendente all’acuto. Il nuovo Grief In Exile non manca di mettere in mostra queste caratteristiche attraverso dieci canzoni sostanzialmente acustiche, dotate di fascinose melodie e un pizzico di conturbante ancestralità, evidente ad esempio in pezzi come l’allucinatoria Black Snakes o la trance misterica di Never Known. In qualche episodio il folk s’appaia ad un sostanziale gusto pop (Baby Wave, arricchita poi da un fiddle; la pimpante Coyote With The Flowering Heart), altre volte la voce si mescola al fantastico intrecciarsi di diversi strumenti a corda (la bella Goose Song, le ariose e svolazzanti Grief In Exile e Behind The Veil), altre ancora scivolano in un classicismo quasi senza tempo (il valzer fatato Snow Knows White, Love Like Water, My Birds), evocando con pochi tratti un mondo immaginifico che vale la pena scoprire e frequentare.

Lino Brunetti

Annunci

CAVE IN “Final Transmission”

CAVE IN
Final Transmission
Hydra Head

a0394063936_10

Per misurare l’integrità dei Cave In bisogna ritornare all’anno 2003 e all’uscita di Antenna per una major come l’RCA. Quello era un signor disco, la giusta summa del loro percorso precedente, dopo essere partiti aggressivi e molto metal, lentamente evolutisi verso un indie prog di notevole fattura. Successo commerciale ma poi al rifiuto della casa discografica di pubblicare il successivo Perfect Pitch Black, decisamente più duro e con il ritorno in grande stile del cantato growl, decidono di ritornare indipendenti con Hydra Head. A quell’album farà seguito, ben sei anni dopo, White Silence, ancora più duro ed intransigente. Stephen Brodsky (voce, chitarra) Adam McGrath (chitarra) John Robert Conners (batteria) e Caleb Scofield (voce, basso) si danno ad altri progetti (Mutoid Man, Old Man Gloom, Zozobra) senza mai dichiarare morta la band e si ritrovano a Boston nel febbraio 2018 per registrare un nuovo album. Dopo aver registrato per tutto un weekend Caleb se ne ritorna a casa nel New Hampshire: sarebbe stata l’ultima volta che i quattro avrebbero suonato insieme. Il giorno dopo Stephen, Adam e John ricevono un messaggio da Caleb con un memo vocale allegato: è l’idea per una nuova canzone nel quale Caleb suona una chitarra acustica e canticchia una melodia che pari pari diventa la struggente title track di Final Transmission posta in apertura del nuovo disco. Il 28 marzo 2018 infatti Caleb Scofield muore in un incidente d’auto ed ora i restanti tre membri con l’aiuto di Nate Newton (Converge) completano quelle tracce suonate lo scorso anno. Tutto questo per raccontare la storia del disco perché per descriverne la musica basta veramente poco: il disco è strepitoso, un ritorno alle sonorità spaziali di Jupiter, mescolate a tanto progressive metal completamente privo di tecnicismi inutili quanto noiosi, qui tutto è diretto e scintillante, dalle melodie vocali alla chitarra, fino ad incursioni ancora nel post hardcore. Un grande ritorno e solo il futuro potrà dirci se avrà un seguito, lo spirito di Caleb vive tra questi solchi. 

Daniele Ghiro

BAD RELIGION “Age Of Unreason”

BAD RELIGION
Age Of Unreason
Epitaph

bad-religion-age-of-unreason

Anche Greg Hetson se ne è andato ed ora in formazione degli originali Bad Religion rimangono solo Greg Graffin e Jay Bentley. Poco male per una formazione che ha saputo rinnovarsi negli anni, inserendo nuovi membri e rinsaldando le fila ogni volta. Il discorso, ad ogni nuovo album, è sempre lo stesso: ne vale la pena? Siamo al diciassettesimo disco, abbondantemente cinquantenni, la panza prominente, le famiglie… il punk, mai sopito, mai abbandonato, mai edulcorato (beh un po’ si dai), ma mai scaduto di tono. Il fatto è che i creatori del punk melodico ancora impietosamente surclassano la pletora di band che hanno avuto in regalo Suffer dal proprio padre quando avevano sei anni. Sarà una questione di attitudine, anzi deve essere per forza quella, perché avere il coraggio di presentarsi ancora sui palchi a suonare questa musica è un atto di devozione al proprio percorso, alla propria vita, passata in giro per il mondo a suonare punk’n’roll. Quattordici pezzi, due brutti: Downfall, superfluo pop e Lose Your Heads inutile e sdolcinata, il resto è Bad Religion cento per cento. Anzi diciamo pure Greg Graffin cento per cento perché la sua voce è ancora quella che abbiamo imparato ad amare tanti anni fa, le sue melodie possono anche essere già sentite un milione di volte ma le sfumature che ogni volta inserisce sono strepitose e ancora mi fanno amare quei cori infiniti. Su tutte faccio un plauso a Faces Of Grief un brano che ha ancora dentro quella cattiveria hardcore di un tempo, un brano che le band sopra citate ancora fanno fatica a capire, figuriamoci a scrivere. Quindi giù il cappello, niente nostalgia e nemmeno l’ospizio, i Bad Religion sono ancora qui.

Daniele Ghiro

TOY nei prossimi giorni in Italia!

Toy_1018

TOY, che hanno di recente pubblicato l’ottimo Happy In The Hollow, forse il loro miglior disco, stanno per arrivare in Italia per tre attesissimi concerti che si segnalano imperdibili se si vuole godere delle nuove e delle vecchie canzoni dal vivo.

Il quintetto di Brighton sarà il 6 marzo all’Ohibò di Milano, il 7 al Largo Venue di Roma e l’8 al Covo Club di Bologna.

A voi i tre video realizzati in occasione dell’uscita di Happy In The Hollow per prepararvi all’evento!

ROYAL TRUX “White Stuff”

ROYAL TRUX
WHITE STUFF
Fat Possum

royal-trux-white-stuff

Gli indizi per un ritorno discografico di quella coppia di scoppiati di Neil Hagerty e Jennifer Herrema come Royal Trux c’erano tutti, da tempo: nuovi concerti a partire dal 2015, un disco live che li celebrava, il riaccendersi di un’intesa a lungo sopita. All’inizio non c’era nulla di preventivato, ma se oggi i due – in compagnia di Brian Mckinley al basso e di Andy Macleod alla batteria – arrivano alla pubblicazione del nuovo White Stuff, vuol proprio dire che la chimica fra loro si è riattivata sul serio. Negli anni della separazione, Hagerty aveva continuato a produrre ottima musica, da solo o con gli Howling Hex, mentre non le stesse lodi potrebbero essere fatte per quel riguarda gli RTX e i Black Banana della Herrema. Forse c’era da temere il peggio per questo ritorno in pista, ma White Stuff, lungi dall’essere un capolavoro, è invece la prova che i Royal Trux rimangono una band originalissima, personale e si, assolutamente folle. La prima impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa che si dovrebbe conoscere a menadito, ma in cui gli elementi sono tutti fuori posto, esposti comunque non proprio nel più canonico dei modi. La registrazione e il missaggio sono a dir poco caotici, con le voci che rimbalzano in ogni dove, le chitarre che svirgolano come in un disco free-jazz e con infiltrazioni di synth a mettere ancora più in difficoltà la sezione ritmica che tutto prova a tenere insieme. A tratti pare proprio di trovarsi di fronte a degli Stones o a dei New York Dolls martoriati dai Sonic Youth più allucinati (White Stuff, Year Of The Dog), qui e là le melodie si fanno più nette, ma si perdono tra scarsa linearità e falcidiature psych (Purple Audacity #2) o bizzarria e spasmi free (Suburban Junkie Lady, Whopper Dave, Purple Audacity #1, Under Ice). I due, imperterriti, proseguono per tutto l’album nella loro opera di destrutturazione del formato canzone, perseguita con fare istintivo e per nulla cerebrale, vedi il baccanale drogato in cui fanno sprofondare Every Day Swan o gli esperimenti hip-hop di Get Used To This o quelli al confine tra hard-funk e intarsio ritmico giapponese di Sic Em Slow. Insomma, il rischio che vi facciano venire il mal di testa c’è eccome, ma vista la quantità di musica stereotipata, incolore e perfettina che ci tocca sorbire ogni giorno, ben venga il delirio rock’n’roll dei Royal Trux. 

Lino Brunetti

Anteprima Video: ISV di CNJR

ISV_MSS_Artwork
ISV / MSS è il primo assaggio del prossimo album di CNJR (intitolato WSTLND). I due singoli sono un viaggio oscuro ed emotivo, ricco sia di complessità sonora che di energia appassionata. Il sound è pesantemente elettronico, ma con elementi di calore analogico, fatto di sintetizzatori retrò e strumentazione registrata.
WSTLND è l’album di debutto di CNJR, in arrivo il 7 giugno 2019. Esplora la lotta per sopravvivere all’esperienza umana, le complessità della salute mentale e della depressione e l’alienazione dell’essere strani. WSTLND è un’esperienza emotiva.
IL VIDEO
Il video musicale di ISV è un collage visivo astratto, che cattura la tensione e l’estetica della musica esplorando l’attrito tra umanità e tecnologia, uomo e macchina, progresso e sopravvivenza. Lo ha realizzato Victor Ferreira (Sun Glitters).