ST VINCENT “Daddy’s Home”

ST VINCENT
DADDY’S HOME
LOMA VISTA

A volte, leggendo certe cose in rete, ho la sensazione che nei confronti di Annie Clark, meglio conosciuta come St Vincent, ci sia una forma di pregiudizio, quasi come se le lodi nei confronti dei suoi dischi o il rispetto tributatole da moltissimi musicisti (oltre che dal pubblico) fosse in qualche modo malriposto. Potrebbe essere il retaggio di una cultura maschilista, che poco sopporta l’esistenza di una musicista (donna) dalla personalità indubbiamente molto forte, di grande carisma e soprattutto dotata di idee chiare e di un talento tale da permetterle d’imporre la sua visione artistica più di molti uomini, sicuramente in campo musicale, ma non solo.

Scordatevi le atmosfere sintetiche e ultra pop del precedente (e comunque bellissimo) MASSEDUCTION. In Daddy’s Home, sesto album della sua discografia, non contando quello in tandem con David Byrne e le riletture proprio di MASSEDUCTION effettuate con MassEducation, il tutto vira verso atmosfere decisamente più vintage e seventies. I synth rimangono in prima linea solo nel funky rhythm & blues che apre il tutto, Pay Your Way In Pain, pezzo in cui tra l’altro Clark dà sfoggio delle sue doti vocali, ma nel resto del disco, anche se ci sono, vengono armonizzati in un sound organico e, come si diceva, tutt’altro che futurista, dove trionfano batteria acustica, basso, piano elettrico, degli archi qui e là, oltre che ovviamente la chitarra della titolare.

St Vincent ha raccontato che le canzoni del disco sono state scritte all’indomani della scarcerazione del padre, dentro dal 2010, non so per cosa, avvenimento che l’ha riportata agli album che il padre le faceva sentire da ragazzina, tutta roba uscita nella prima metà degli anni 70, cose come Steely Dan, Lou Reed, Stevie Wonder, Derek And The Dominos, Harry Nillson, War e Joni Mitchell, per citare solo alcuni degli artisti che Annie ha riunito in una playlist che ha postato su Spotify, nella quale paga il tributo alla musica che l’ha ispirata nella realizzazione di questo nuovo album.

Per certi versi, l’ascolto del disco vi farà pensare a un’operazione di mimesi postmoderna, portata tra l’altro oltre l’aspetto musicale, quindi anche per tutto ciò che riguarda l’artwork, le foto, i video e, statene certi, l’impianto teatrale dei futuri concerti (almeno a giudicare dalle sue recenti performance al Saturday Night Live). In parte è così, ma ovviamente il tutto si va poi a sovrapporre alla sua personalità e al suo songwriting, facilmente identificabili in ogni pezzo dell’album, il quale è forse solo un po’ meno party album sudato lascivo di quello che le premesse potevano far pensare, ma anzi è in molti frangenti venato di un velo di nostalgica malinconia.

L’attacco, come dicevamo, è all’insegna del funk, visto che dopo la citata Pay Your Way In Pain ci s’immerge tra le sinuose atmosfere venate di psichedelia di Down And Out Downtown e in quelle guardinghe e ficcanti della titletrack. Subito dopo è la volta di una lunga e ammalliante ballata, Live In The Dream, e di un pezzo soul pop con tanto di coriste (che ci sono in varie parti del disco) come The Melting Of The Sun. Il resto dell’album oscilla fra questi estremi, passando da una raffinata The Laughing Man dalla batteria effettata, alla ritmata e pulsante Down, da una ballata capace di delineare lo skyline di New York come Somebody Like Me (Lou Reed nelle vene, gli archi a spandere miele, la pedal steel di Greg Leisz ad aggiungere bellezza), fino a una My Baby Wants A Baby capace di tracciare una retta tra i girls group e il cantautorato pop dei seventies di Paul McCartney o di Harry Nillson.

Sul finire del disco, At The Holiday Party si lascia andare a un tripudio di percussioni, fiati R&B e chitarre acustiche, mentre Candy Darling sugella il tutto con una melodia pop intinta in chitarre col wah-wah. È un gran bell’ascolto Daddy’s Home, ma il sospetto forte è che queste canzoni daranno veramente il loro meglio quando arriveranno su un palco. Si spera presto!

Lino Brunetti

ABORYM “Hostile”

ABORYM
HOSTILE
Dead Seed Productions

Tornano con un nuovo album gli Aborym e lo fanno con un disco dal sound potente, superbamente prodotto, seguendo il solco ormai consistente della loro discografia (se non sbaglio questo è il loro ottavo disco) e senza stravolgere il proprio sound inseriscono nuove sfumature che rendono il lavoro molto appetibile

La formazione è consolidata ormai da qualche anno e vede il “capo“ di lungo corso Fabrizio Giannese (voce, programmazione, pianoforte, sintetizzatori) insieme a Riccardo Greco (basso, chitarre, programmazione), Gianluca Catalani (batteria, pads, elettronica), Tomas Aurizzi (chitarre). Formatisi a Taranto nel 1992, essenzialmente come progetto black metal, mostrava già però sin dalle prime uscite un’atteggiamento più inclusivo e che mano mano si è spostato decisamente verso la musica industriale, i cui geni già si intravedevano nell’album Dirty del 2013, poi ulteriormente evolutisi con il sorprendente Shifting.negative del 2017.

Con Hostile giungono alla definitiva elaborazione del proprio percorso, accasandosi in sound che vede come riferimento principale ed evidente i Nine Inch Nails dell’epoca Downward Spiral, ma senza fossilizzarsi su di una pedissequa riproposizione di quel sound, piuttosto partendo da lì e mettendoci idee proprie, includendo metal e sperimentazione, elettronica e progressive, in un monolite della durata di oltre un’ora.

Prendete per esempio un pezzo come Solve Et Coagula, sembra uscito direttamente da quegli oscuri club anni ’80 dove dark e metallari a volte se le suonavano di brutto, senza capire che le esigenze erano le stesse: scatenarsi su marziali riff ballabili e potenti, neri come la pece e poco inclini alla dolcezza. La sua nemesi potrebbe essere la finale Magical Smoke Screen che ha dentro di sé quella delicata dolcezza malata che il buon Trent ha saputo tradurre così bene in tutti questi anni e che gli Aborym riprendono con piena consapevolezza.

Nel mezzo ritroviamo ancora le accelerazioni brutali di una volta, riscritte con un linguaggio diverso (Nearly Incomplete) oppure l’omaggio evidente agli Alice In Chains e al grunge in Lava Bed Sahara. Comunque, senza andare a fare un noioso elenco di titoli, dovreste approcciare questo album nella sua interezza, perché tra le sue pieghe si possono scoprire percorsi musicali tra i più variegati, sintetizzati però sotto il comune denominatore che è la loro personale visione della musica, una piacevole conferma della vitalità di questa band.

Daniele Ghiro

JUANITA STEIN “Snapshot”

JUANITA STEIN
SNAPSHOT

Nude Records

La prima volta che le è capitato di cantare in uno studio di registrazione, l’australiana Juanita Stein era una bambina di appena 5 anni, ma le emozioni suscitate da quei timidi vocalizzi che addolcivano un’aspra ballata country del padre Peter, devono essergli rimaste in testa come una specie di fissazione, visto che da quel momento pare non abbia mai voluto fare altro: al principio con formazioni giovanili come i Waikiki, dal 2004 con il progetto Howling Bells, col quale otteniene un più che discreto successo e oggi con una brillante carriera solista, già al terzo capitolo con il nuovo Snapshot.

Crescendo sono stati i dischi dei Beatles, di Bob Marley, Nirvana, Juliana Hatfield, Bjork, Kate Bush e Jimi Hendrix a plasmare i suoi gusti musicali, ma il ricordo di quella prima esperienza, che ha in qualche modo determinato il futuro di Juanita Stein, deve essere riaffiorato spesso e in particolare nel corso della realizzazione di Snapshot, dato che a ispirarne le canzoni è stata la triste e improvvisa scomparsa del padre, un cantautore d’ingegno e di scarsa fama (almeno al di fuori del continente australiano) che per primo aveva intravisto del talento nell’amorevole figlioletta.

Stavolta a credere nelle sue capacità e nelle sue canzoni è il celebre produttore Ben Hillier, che ha registrato Snapshot nelle stanze del suo studio Agricultural Audio in Inghilterra, senza ricorrere agli artifici delle mega produzioni a cui è abituato (Blur, Elbow, Depeche Mode e Doves nel suo curriculum), ma provando a cogliere tutta la freschezza e l’immediatezza dell’affascinante combinazione di aeree melodie pop, nervosa urgenza rock, etereo country e sognante psichedelia generata da un quartetto composto da Juanita al canto e alla chitarra, dal fratello Joel Stein alla chitarra solista, da Jimi Wheelwright al basso e da Evan Jenkins alla batteria.

“…Non c’è un incantesimo che possa alleviare la sofferenza…” canta Juanita Stein nella titletrack, ma le canzoni di Snapshot sembrano esserci riuscite, perché non c’è una sola nota di dolore nella gioiosa vitalità che pervade ariosi folk rock come la solare Lucky, seducenti mosaici pop rock come Reckoning, acidi blues come L.O.F.T., affascinanti ballate lynchiane come quelle che interpretava Julee Cruise come 1, 2, 3, 4, 5, 6, ovattate parabole psichedeliche come The Mavericks o serenate country come In The End: solo un lieve senso di pensosa malinconia filtra nel folk cameristico di una personalissima Hey Mama.

È passato molto tempo dalla sua prima volta davanti a un microfono, oggi Juanita Stein ha una bella voce e ha imparato a usarla, gli argomenti non le mancano e la personalità nemmeno, ma quando canta le canzoni di Snapshot pare che l’entusiasmo e le emozioni siano proprio le stesse di allora.

Luca Salmini

SONGHOY BLUES “Optimisme”

SONGHOY BLUES
OPTIMISME

Transgressive Recordings/ Fat Possum

E’ difficile oggi considerare il rock’n’roll come una musica in qualche modo rivoluzionaria, salvo si stia parlando di una formazione pugnace come i Songhoy Blues, che ha combattuto a suon di chitarre le restrizioni sociali imposte dalle leggi dell’estremismo islamico in Mali e in generale sul territorio africano, spesso scontando in prima persona le pene dell’esilio e della persecuzione.

Di quell’espressione artistica che per assonanza geografica con i luoghi d’origine subsahariani, il mondo ormai conosce come “desert blues”, i Songhoy Blues rappresentano l’ultima generazione, la più contaminata, probabilmente la più occidentale in quanto ad ispirazione: sono cresciuti infatti osservando da lontano il successo del più eminente interprete del genere, il leggendario Ali Farka Touré, ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix e John Lee Hooker e in un secondo tempo provando a intercettare tutto il r’n’b e l’hip hop che passava dalle parti di Timbuktu. Ci sono voluti l’interesse di Damon Albarn dei Blur e di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs insieme alle riprese del documentario They Will Have To Kill Us First, perché l’occidente si accorgesse di loro, ma da quel momento i Songhoy Blues non si sono più fermati, mettendo in fila tre dischi uno più bello dell’altro (Music In Exile del ’15, Résistance del ’17 e il nuovo Optimisme) e centinaia di concerti sui più prestigiosi palcoscenici dell’emisfero (dal festival di Glastombury alla Royal Albert Hall).

È sull’onda dell’entusiasmo per il successo fin qui ottenuto che i Songhoy Blues hanno cominciato le sessions di registrazione del loro nuovo album di studio Optimisme, inciso in uno studio di Brooklyn a New York con la produzione del chitarrista Matt Sweeney, che eleva ulteriormente il volume delle chitarre e il ritmo dei tamburi del quartetto che la cartella stampa già considera “…il futuro del rock’n’roll africano…”.

Le intenzioni di Sweeney sono di imprimere su nastro l’eccitazione e l’immediatezza degli spettacoli dal vivo e l’operazione pare essergli riuscita almeno a giudicare dalla ruvida furia punk-rock di Badala, in pratica quello che avrebbero suonato i Ramones se fossero nati nella lower east side di Bamako; dallo psichedelico riverberare di Assadja o dai bollori afro-funk di una incandescente Fey Fey.

Con un processo simile a quanto a suo tempo accadde al blues del Delta quando arrivò a Chicago, i Songhoy Blues elettrificano il tribalismo della musica maliana trasformandolo nell’esplosiva ed esotica miscela di rock, funk, soul e psichedelia che echeggia quando partono gli accordi circolari di una frenetica Gabi, i Led Zeppelin del terzo album smarriti tra le dune del Sahara di Korfo, i canti berberi in salsa funkedelica di Bon Bon, il blues all’acido lisergico di Worry o la dolce malinconia di una ballata corale in orbita gospel come Kouma.

Secondo Alex Chilton “…il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa…” ed è con lo stesso spirito che i Songhoy Blues devono aver interpretato la realizzazione di Optimisme, trasformando le tradizioni, i canti e la cultura della loro terra nel più eccitante prototipo di rock’n’roll che possa capitare di ascoltare.

Luca Salmini

Il video di Insulo De La Rozoj degli EAR

Pubblichiamo volentieri il cortometraggio che gli EAR hanno realizzato col regista Massimo Garavini, girato sul loro brano Insulo De La Razoj, tratto dal disco Exousia, recensito da Luca Salmini in Backstreets, nella sua versione di rubrica sul Buscadero. Buona visione!!

Begonio ha un desiderio segreto. La notte e poi l’alba. La paura, poi la fiducia. Le tenebre e la luce. La solitudine e poi il conforto. Con cosa coincide la propria libertà? Il nuovo singolo degli EAR “Insulo de La Rozoj” è ispirato alla storia vera dell’Isola delle Rose: la micronazione ideata, progettata e creata dall’Ing. Giorgio Rosa al largo della costa di Rimini. “Non era un atto di ribellione, ma un sogno di libertà”. [Ing. Giorgio Rosa, ideatore, progettatore e creatore dell’Isola delle Rose]

Massimo Garavini: regia e montaggio
Gianluca Palma: artigiano, musicista e artista
Filippo Cantoni: direttore della fotografia
Marco Gianstefani: correzione colore
Roberta Mongardi: supporto fotografico

Interpreti: Begonio, Bozzetto, Tharros, Bruco e Farfalla.
Sceneggiatura: Massimo Garavini, Andrea Barlotti, Cristiano Sapori

VICTOR HERRERO “Hermana”

VICTOR HERRERO
HERMANA
El Volcàn Music

“...Una grandiosa miscela di folk spagnolo e esplorazioni psichedeliche…magari difficile da descrivere…ma semplicemente straordinaria...”: in genere è questo il tenore dei commenti che la musica di Victor Herrero suscita tra gli addetti ai lavori come il chitarrista Buck Curran e del resto basta ascoltare i suoi preziosi accompagnamenti nei dischi della cantautrice americana Josephine Foster, il suo lavoro nell’album Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela o l’esotica meraviglia di un disco come il nuovo Hermana per intuire quali siano le ragioni di tanto entusiasmo.

Se lo si chiedesse a lui, Victor Herrero direbbe magari che le sue fonti d’ispirazione sono le canzoni di protesta di Violeta Parra e Victor Jara, ma c’è anche chi nella sua musica riesce a fantasticare di suggestioni con l’arte di Leonard Cohen, Robbie Basho o Fred Neil e nonostante lo sforzo d’immaginazione, almeno per quanto riguarda Hermana potrebbe effettivamente essere il disco che i suddetti personaggi sarebbero stati in grado di realizzare se solo fossero nati a Toledo in Spagna, avessero studiato musica classica e canto gregoriano in un monastero nei dintorni di Madrid e infine avessero suonato una chitarra spagnola con la stessa sensibiltà di Victor Herrero.

Basico e asciutto come un capolavoro della scuola dei cosiddetti primitivisti, Hermana è una sentita ode alla femminilità per sola voce e chitarra: una raccolta di sognanti ballate e affascinanti componimenti strumentali tracciati con cura nella polvere delle tradizioni popolari della cultura latina, che si tratti di dolci nenie che ondeggiano tra la malizia e la malinconia di una bossa nova come l’incantevole Plancie De Canto, di tenorili serenate come La Mancha, di deliziose combinazioni di note speziate dai sapori piccanti del Messico come Cucharita, di intense parabole folk che potrebbero stare in un qualsiasi disco di un cantautore dell’area mediterranea come Anil, di evocativi solismi strumentali come la virtuosistica Valentina o di desertiche scenografie dall’aura vagamente western come la splendida Barcarola.

La magia che riempie un disco come Hermana ha tutta l’aria di essere frutto di quel sentire che molti chiamano blues, anche se magari Victor Herrero preferirebbe definirlo duende, per avere un’idea di cosa si intenda basta ascoltare la meraviglia di queste canzoni sospese tra la polverosa risonanza della canzone popolare, l’eleganza colta della musica classica e l’immenso estro di un solista mai così ispirato.

Luca Salmini

PAOLO TARSI “I Can’t Breathe”

Il Covid-19 è un virus che può togliere il respiro. Ora, in conseguenza della pandemia, viviamo in un contesto nel quale tutti, chi più chi meno, siamo portati a riflettere su che cosa significhi respirare. Che cosa sia in fondo, davvero, a non farci respirare. 

Nel 2014 un arresto a New York da parte di un poliziotto bianco provocava la morte a Eric Garner al grido soffocato di“I Can’t Breathe”. Ancora, il 25 maggio 2020 è George Floyd, anche lui afroamericano, a implorare il suo “I Can’t Breathe” immobilizzato dalla polizia di Minneapolis.

Un uomo che può morire asfissiato per strada in quanto nero non è libero. Ha bisogno di respirare così come ogni altro essere vivente. L’essenziale, il minimo, è respirare“. 

Con queste parole il musicista Paolo Tarsi ha presentato il suo nuovo EP, I Can’t Breathe, disponibile in digitale su Bandcamp.

In scaletta 5 brani, di cui due inediti, due remix e una nuova versione di Anitya Ma(sk), realizzati con la collaborazione di musicisti quali l’ex Soft Machine Percy Jones, il sassofonista jazz Bruno Spoerri, EmilKr e il rapper Zona MC.

Artwork e video sono curati dall’artista Robert Rossini.

GORDI “Our Two Skins”

GORDI
OUR TWO SKINS
Jagjaguwar

In misura diversa il flagello della pandemia ha sconvolto la vita di tutti, compresa quella della giovane cantautrice australiana Sophie Payten in arte Gordi, che, avendo da poco conseguito il dottorato in medicina, si è sentita in dovere di indossare il camice e presentarsi in corsia per fronteggiare l’emergenza, mettendo da parte le aspirazioni di carriera e le aspettative per il suo secondo disco in uscita.

Per quanto imprevista possa essere stata la scelta, se non altro Gordi deve essere arrivata preparata al periodo di quarantena, visto che le registrazioni del nuovo album Our Two Skins si sono svolte nell’isolamento di una casetta nei pressi di un impianto di tosatura a Canowindra, una cittadina sperduta del Nuovo Galles del Sud in Australia, dove l’artista insieme ai collaboratori Chris Messina e Zach Hanson ha concepito le tracce per il disco all’insegna della più assoluta austerità, come spiega nelle note stampa: “...l’idea era di tagliarci fuori da qualsiasi cosa, inclusa la possibilità di fare delle scelte, e sforzarci di creare del materiale in maniera molto più minimale…”.

Un metodo che fa venire in mente il processo con cui Bon Iver aveva realizzato l’incantevole esordio For Emma, Forever Ago, non solo perché i tre hanno effettivamente collaborato con Justin Vernon, ma anche perché la magia di quel lavoro sembra in qualche modo aver ispirato le atmosfere rarefatte e sospese di Our Two Skins. Magari si tratta solo del tipo di canzoni che prendono forma da un periodo in cui ci si ritrova a riflettere sul significato della propria esistenza e del proprio ruolo nel mondo come è capitato a entrambe, ma in ogni caso Our Two Skins combina filigrane folk, melodie pop, aerei sfondi d’elettronica e un vago senso di solitudine e malinconia come accadeva in For Emma, Forever Ago, tenendo fede al presupposto minimalista determinato dalla situazione da casa nel bosco in cui è stato realizzato.

Interpretate da una voce calda e affascinante, capace di passare da sussurri intimi e confidenziali a toni tenorili che ricordano vagamente Toni Childs, quelle che riempiono Our Two Skins sono per lo più umbratili ballate dai colori pastello e dai contorni lo-fi come l’intensa Aeroplane Bathroom, la pianistica Radiator, la boniveriana Free Association, l’evocativa folktronica della corale Extraordinary Life o la struggente Look Like You, anche se non mancano momenti liberatori in cui echeggiano le chitarre elettriche e in cui spicca una brillante vena pop come accade in Unready e Sandwiches. Visto quanto si ascolta in Our Two Skins, ci si augura che l’emergenza medica termini rapidamente, non solo per la salute di tutti, ma perché Gordi possa tornare presto a far sentire la propria voce: sarebbe un peccato essere costretti a sentirla cantare solo da un balcone.

Luca Salmini

SEABUCKTHORN “Through A Vulnerable Occur”

SEABUCKTHORN
Through A Vulnerable Occur
IKKI Records

A giudicare dai termini con con cui viene presentata la fotografa di Melbourne Sophie Gabrielle – “...i suoi lavori sono un’esplorazione del mondo del non visto, attraverso ottiche, reazioni chimiche e il processo investigativo usato per fotografare qualcosa di invisibile a occhio nudo…” – è facile intuire come sia scaturita la collaborazione con il chitarrista inglese Andy Cartwright in arte Seabuckthorn, dato che la sua musica mistica e astratta pare applicare ai suoni i principi della ricerca per immagini effettuata dall’artista australiana.

Il progetto consiste nella pubblicazione di un libro e di un disco dal titolo Through A Vulnerable Occur, entità fisicamente distinte e idealmente interdipendenti, che insieme costituisco un’opera d’arte particolarmente suggestiva. Del resto i dischi di Cartwright hanno sempre avuto potenzialità da colonna sonora e che si tratti di insonorizzare le fantasie dell’ascoltatore o le più concrete immagini della Gabrielle, i presupposti di Through A Vulnerable Occur sono quelli di un aereo e pittorico affresco in chiaroscuro in stretta corrispondenza con il bianco e nero degli scatti.

Non ci sono dubbi che, parafrasando quanto accennato riguardo la fotografa, la musica di Seabuckthorn rappresenti un’esplorazione del mondo del non sentito attraverso chitarre elettriche, acustiche e slide, saz (un liuto di origini turche), charango ed effetti, frutto di un’attitudine che qualche tempo fa l’autore definì “...an open mind to the guitar…”. Qualunque cosa intendesse ha davvero poco a che vedere con strofe e ritornelli, cambi di accordi, sequenze di note o quanto di solito può far venire in mente i gesti di un chitarrista, perchè Through A Vulnerable Occur suona “altro” e straniante come gli esperimenti di un iconoclasta quale Loren Connors o almeno è quello che viene in mente quando si ascoltano atmosferiche partiture ambientali quali la lunare Toward The Warmth e l’astrale titletrack, in cui tuba il clarinetto di Gareth Davis, l’insistito arpeggio di una sinistra While There By The Woods, le interferenze aliene di And Bickers Into Colour, i lampi elettrici di Which Is Hid, l’astratto fingerpicking di Other Other, sinfonie minimaliste come Copper & Indigo o ipnotici mantra come Sunken Room.

Magnetico e affascinante, Through A Vulnerable Occur è un disco visionario e spettrale come fosse stato concepito nel corso di una lunga seduta di meditazione più che di una qualsiasi session di registrazione. 

Luca Salmini

TIEDBELLY & MORTANGA “Old Joe Gravy & Three More Songs”

TIEDBELLY & MORTANGA
Old Joe Gravy & Three More Songs
Bandcamp

Chiusi in casa per gli effetti della pandemia, sono tanti i musicisti che hanno provato a far sentire la propria voce o a sentirsi vivi nonostante l’isolamento della quarantena: c’era chi cantava dal balcone, chi impartiva lezioni di chitarra dalla cucina, chi improvvisava concerti in salotto e chi come il duo blues Tiedbelly & Mortanga, metteva a fuoco il materiale per un disco, un EP per essere precisi, dall’ispiratissimo titolo Old Joe Gravy & Three More Songs.

Del resto in un periodo in cui angosce, paure e incertezze sono all’ordine del giorno, c’è sempre una buona ragione per del blues, una musica che accompagna i momenti bui e difficili della vita e dell’umanità fin da quando Skip James cantava Hard Time Killin’ Floor o Robert Johnson Hellhound On My Trail. È a quegli spettri, a quell’immaginario e all’effetto che fanno quelle note scolpite nella storia della musica che si ispira il duo romano, anche se le chitarre di Tiedbelly e i tamburi di Morganta ne combinano lo spirito con l’elettricità e la rivoluzione del garage rock, dando vita a un crudo e febbrile rifferama che fa venire in mente una folle serata in un jukejoint del Mississippi più che “la dolce vita” di Trastevere.

Disponibile in formato digitale per l’ascolto o il download dalla loro pagina Bandcamp, Old Joe Gravy & Three More Songs comincia dal punto in cui si era interrotto Satan Built A House, l’esordio lungo dello scorso anno, lustrando a dovere le lapidi di Blind Lemon Jefferson, Charly Patton o Leadbelly con quattro rauche parabole ispirate al loro vangelo e trattate con tutta la furia del punk, a partire dal boogie apocalittico di Old Joe Gravy, passando per l’adrenalinico urlo rock’n’roll dell’esplosiva Honey Honey, per il selvatico rollio hillbilly di una anfetaminica Call Me Ray, fino alle ipnotiche cadenze blues di The Chain.

Magari non inventano nulla Tiedbelly & Mortanga, ma è probabile che siano i primi a rendersene conto e che nemmeno ne avessero le intenzioni quando provavano a sconfiggere la noia della quarantena con un pugno di nuove registrazioni, ma l’anima e il sangue che buttano in queste canzoni e il temperamento feroce con cui le interpretano, fanno in modo che Old Joe Gravy & Three More Songs suoni autentico e sincero come fosse appena esalato da un sobborgo di Detroit o dalle paludi del profondo Delta (che si tratti di quello del Mississippi o di quello del Tevere ha davvero poca importanza). 

Luca Salmini