DANIEL ROSSEN “You Belong There”

DANIEL ROSSEN
YOU BELONG THERE
WARP

Con l’abbandono di Ed Droste, fuoriuscito dalla band per diventare un terapista, chissà se i Grizzly Bear andranno comunque avanti, dato che il musicista era uno dei due leader e songwriter della formazione. Scioglimenti non ne sono stati annunciati, ma con la band ferma dai tempi di Painted Ruins del 2017, qualche dubbio è lecito porserlo, tanto più che in questi giorni, l’altro frontman della formazione di Brooklyn, Daniel Rossen, si presenta nei negozi con il suo debutto da solista in lungo (c’era già stato un EP, risalente però a dieci anni fa).

Abbandonata da tempo l’originaria Brooklyn, ora Rossen vive a Santa Fe e, proprio nella sua casa nel bel mezzo del deserto del New Mexico, ha messo a punto, si può dire in solitaria, dato che solo in Tangle appare il compagno di band Chris Bear come ospite, le dieci canzoni di You Belong There. Disco tutt’altro che semplice e immediato che, nel suo riflettere sull’irrompere della maturità dopo gli anni selvaggi della giovinezza, anche dal punto di vista musicale mette in campo tutta l’esperienza e maturità, appunto, acquisita nel tempo dal suo autore.

Due cose colpiscono principalmente fin dal primo ascolto. Uno: la bravura di Rossen nel giostrare intricati e caleidoscopici arrangiamenti, tra l’altro eseguiti suonando praticamente tutti gli strumenti, ovvero chitarre, contrabbasso, violoncello, batteria e fiati vari. Due: il talento nel tratteggiare melodie e armonie vocali che non smarriscono un’anima pop, ma che in ben più complessi scenari s’adagiano.

Apre mettendo già in chiaro questi elementi la bella It’s A Passage, psych folk progressivo che scivola nella successiva Shadow In A Frame, non a caso scelta come primo singolo per via di una bella melodia sottolineata da una chitarra acustica, dagli archi, dal rullare di una sezione ritmica d’impronta jazz. La corale su un montare ritmico impro della titletrack forse avrebbe potuto essere sviluppata maggiormente, ma non c’è davvero il tempo per dispiacersene viste le volte intarsiate e pulsanti che abbelliscono una Unpeopled Space di gusto prog folk. E se Celia pare un minuetto medievaleggiante e Tangle un’avant folk che avrebbe potuto essere interpretato anche dal tardo Scott Walker, è a I’ll Wait For Your Visit che spetta il compito d’incarnare il capolavoro del disco, attraverso il suo incrociarsi di frasi melodiche, le sue pause e le sue ripartenze, l’affastellarsi di suono e ritmo.

Ancora ad alti livelli il terzetto che chiude il tutto, a partire da una Keeper And Kin che vi farà pensare alle cose avant folk degli Animal Collective, intrise però di fatalistica malinconia, passando per una radiohediana The Last One, per poi chiudere con grazia con Repeat The Pattern.

Come dicevamo, non sempre facile e immediato, You Belong There ripaga quel minimo di sforzo per penetrarlo con una musica di rara pregnanza e spessore. Soprattutto, non esaurisce il suo fascino in un battito di ciglia.

Lino Brunetti

THE MYSTERINES “Reeling”

THE MYSTERINES
REELING
FICTION

A prenderla alla leggera, è anche divertente leggere di tanto in tanto i soliti proclami circa “la morte o la rinascita del Rock” che, a intervalli regolari, si trovano in giro. Divertenti anche perché quasi sempre pretestuosi nelle loro tesi di fondo, per non parlare poi delle argomentazioni che vengono portate per supportarle. E così, dopo esserci sorbiti a lungo tutta la solfa riguardante la scomparsa della musica fatta con le chitarre, negli ultimi tempi ci è toccato invece imbatterci in roboanti trionfalismi circa il grande ritorno del Rock che, lungi dall’essere pronto per la sepoltura, vive e lotta assieme a noi grazie a grandissime band come Greta Van Fleet e addirittura i Måneskin, e pazienza se nessuna delle due succitate band abbia canzoni degne di questo nome nei loro trascurabilissimi dischi.

Banale pistolotto iniziale per dirvi che potrebbe capitarvi di leggere le minchiate di cui sopra anche riferite a questi The Mysterines, giovanissimo quartetto di Liverpool, già incensato da tutta la stampa inglese che conta, prima ancora che arrivassero all’esordio. Diciamolo chiaro: questi quattro ragazzetti non saranno i salvatori di una musica che forse non necessita di essere salvata, non s’inventano proprio nulla di nuovo e, probabilmente, non hanno altra ambizione che la legittima voglia di fare la loro cosa e divertirsi. E però, sicuramente rispetto ai due nomi citati sopra, bisogna riconoscere loro grande freschezza e la capacità di scrivere canzoni che rimangono in testa ed esaltano, il ché è poco meno che “tutto” se parliamo di rock’n’roll diretto e chitarristico.

Buona parte del merito è della cantante e chitarrista Lia Metcalfe, uno scricciolo di ragazza che però ha una voce che non passa inosservata, ben supportata dal resto della band composta dal bassista George Favager, dal chitarrista Callum Thompson e dal batterista Paul Crilly. Assieme hanno messo a punto questo Reeling, che è un esordio dove quasi ciascuno dei suoi tredici pezzi è un potenziale singolo killer.

Diciamo che siamo dalle parti del rock alternativo anni 90, ovvero grandi melodie pop, chitarre rumorose e grunge, atmosfere torbide e ritmi incalzanti quando serve. In più loro ci aggiungono belle infiltrazioni blues (Reeling, la sulfurea e gotica Under Your Skin), mescolando i Nirvana a PJ Harvey (Old Friends Die Hard) e giostrando al meglio la scaletta, tirando fuori un’acustica e una slide in On The Run, accelerando l’hard psych The Bad Things, profilandosi solo voce e chitarra in Still Call You Home o facendosi avvolgenti in Confession Song.

È chiaro che un ascoltatore scafato e di lungo corso potrebbe essere portato a snobbarli, scovando in dischi e artisti del passato tutto quanto si sente qui dentro, però credo sia un errore, un po’ perché non è questa musica da intellettualizzare e poi perché un pezzo come All These Things è uno di quegli inni che non si vede l’ora di poter cantare saltando e urlando a squarciagola in mezzo a migliaia di altre persone. Eleggete Reeling a colonna sonora della corsetta mattutina e le vostre prestazioni subito miglioreranno.

Lino Brunetti

ST VINCENT “Daddy’s Home”

ST VINCENT
DADDY’S HOME
LOMA VISTA

A volte, leggendo certe cose in rete, ho la sensazione che nei confronti di Annie Clark, meglio conosciuta come St Vincent, ci sia una forma di pregiudizio, quasi come se le lodi nei confronti dei suoi dischi o il rispetto tributatole da moltissimi musicisti (oltre che dal pubblico) fosse in qualche modo malriposto. Potrebbe essere il retaggio di una cultura maschilista, che poco sopporta l’esistenza di una musicista (donna) dalla personalità indubbiamente molto forte, di grande carisma e soprattutto dotata di idee chiare e di un talento tale da permetterle d’imporre la sua visione artistica più di molti uomini, sicuramente in campo musicale, ma non solo.

Scordatevi le atmosfere sintetiche e ultra pop del precedente (e comunque bellissimo) MASSEDUCTION. In Daddy’s Home, sesto album della sua discografia, non contando quello in tandem con David Byrne e le riletture proprio di MASSEDUCTION effettuate con MassEducation, il tutto vira verso atmosfere decisamente più vintage e seventies. I synth rimangono in prima linea solo nel funky rhythm & blues che apre il tutto, Pay Your Way In Pain, pezzo in cui tra l’altro Clark dà sfoggio delle sue doti vocali, ma nel resto del disco, anche se ci sono, vengono armonizzati in un sound organico e, come si diceva, tutt’altro che futurista, dove trionfano batteria acustica, basso, piano elettrico, degli archi qui e là, oltre che ovviamente la chitarra della titolare.

St Vincent ha raccontato che le canzoni del disco sono state scritte all’indomani della scarcerazione del padre, dentro dal 2010, non so per cosa, avvenimento che l’ha riportata agli album che il padre le faceva sentire da ragazzina, tutta roba uscita nella prima metà degli anni 70, cose come Steely Dan, Lou Reed, Stevie Wonder, Derek And The Dominos, Harry Nillson, War e Joni Mitchell, per citare solo alcuni degli artisti che Annie ha riunito in una playlist che ha postato su Spotify, nella quale paga il tributo alla musica che l’ha ispirata nella realizzazione di questo nuovo album.

Per certi versi, l’ascolto del disco vi farà pensare a un’operazione di mimesi postmoderna, portata tra l’altro oltre l’aspetto musicale, quindi anche per tutto ciò che riguarda l’artwork, le foto, i video e, statene certi, l’impianto teatrale dei futuri concerti (almeno a giudicare dalle sue recenti performance al Saturday Night Live). In parte è così, ma ovviamente il tutto si va poi a sovrapporre alla sua personalità e al suo songwriting, facilmente identificabili in ogni pezzo dell’album, il quale è forse solo un po’ meno party album sudato lascivo di quello che le premesse potevano far pensare, ma anzi è in molti frangenti venato di un velo di nostalgica malinconia.

L’attacco, come dicevamo, è all’insegna del funk, visto che dopo la citata Pay Your Way In Pain ci s’immerge tra le sinuose atmosfere venate di psichedelia di Down And Out Downtown e in quelle guardinghe e ficcanti della titletrack. Subito dopo è la volta di una lunga e ammalliante ballata, Live In The Dream, e di un pezzo soul pop con tanto di coriste (che ci sono in varie parti del disco) come The Melting Of The Sun. Il resto dell’album oscilla fra questi estremi, passando da una raffinata The Laughing Man dalla batteria effettata, alla ritmata e pulsante Down, da una ballata capace di delineare lo skyline di New York come Somebody Like Me (Lou Reed nelle vene, gli archi a spandere miele, la pedal steel di Greg Leisz ad aggiungere bellezza), fino a una My Baby Wants A Baby capace di tracciare una retta tra i girls group e il cantautorato pop dei seventies di Paul McCartney o di Harry Nillson.

Sul finire del disco, At The Holiday Party si lascia andare a un tripudio di percussioni, fiati R&B e chitarre acustiche, mentre Candy Darling sugella il tutto con una melodia pop intinta in chitarre col wah-wah. È un gran bell’ascolto Daddy’s Home, ma il sospetto forte è che queste canzoni daranno veramente il loro meglio quando arriveranno su un palco. Si spera presto!

Lino Brunetti

ABORYM “Hostile”

ABORYM
HOSTILE
Dead Seed Productions

Tornano con un nuovo album gli Aborym e lo fanno con un disco dal sound potente, superbamente prodotto, seguendo il solco ormai consistente della loro discografia (se non sbaglio questo è il loro ottavo disco) e senza stravolgere il proprio sound inseriscono nuove sfumature che rendono il lavoro molto appetibile

La formazione è consolidata ormai da qualche anno e vede il “capo“ di lungo corso Fabrizio Giannese (voce, programmazione, pianoforte, sintetizzatori) insieme a Riccardo Greco (basso, chitarre, programmazione), Gianluca Catalani (batteria, pads, elettronica), Tomas Aurizzi (chitarre). Formatisi a Taranto nel 1992, essenzialmente come progetto black metal, mostrava già però sin dalle prime uscite un’atteggiamento più inclusivo e che mano mano si è spostato decisamente verso la musica industriale, i cui geni già si intravedevano nell’album Dirty del 2013, poi ulteriormente evolutisi con il sorprendente Shifting.negative del 2017.

Con Hostile giungono alla definitiva elaborazione del proprio percorso, accasandosi in sound che vede come riferimento principale ed evidente i Nine Inch Nails dell’epoca Downward Spiral, ma senza fossilizzarsi su di una pedissequa riproposizione di quel sound, piuttosto partendo da lì e mettendoci idee proprie, includendo metal e sperimentazione, elettronica e progressive, in un monolite della durata di oltre un’ora.

Prendete per esempio un pezzo come Solve Et Coagula, sembra uscito direttamente da quegli oscuri club anni ’80 dove dark e metallari a volte se le suonavano di brutto, senza capire che le esigenze erano le stesse: scatenarsi su marziali riff ballabili e potenti, neri come la pece e poco inclini alla dolcezza. La sua nemesi potrebbe essere la finale Magical Smoke Screen che ha dentro di sé quella delicata dolcezza malata che il buon Trent ha saputo tradurre così bene in tutti questi anni e che gli Aborym riprendono con piena consapevolezza.

Nel mezzo ritroviamo ancora le accelerazioni brutali di una volta, riscritte con un linguaggio diverso (Nearly Incomplete) oppure l’omaggio evidente agli Alice In Chains e al grunge in Lava Bed Sahara. Comunque, senza andare a fare un noioso elenco di titoli, dovreste approcciare questo album nella sua interezza, perché tra le sue pieghe si possono scoprire percorsi musicali tra i più variegati, sintetizzati però sotto il comune denominatore che è la loro personale visione della musica, una piacevole conferma della vitalità di questa band.

Daniele Ghiro

JUANITA STEIN “Snapshot”

JUANITA STEIN
SNAPSHOT

Nude Records

La prima volta che le è capitato di cantare in uno studio di registrazione, l’australiana Juanita Stein era una bambina di appena 5 anni, ma le emozioni suscitate da quei timidi vocalizzi che addolcivano un’aspra ballata country del padre Peter, devono essergli rimaste in testa come una specie di fissazione, visto che da quel momento pare non abbia mai voluto fare altro: al principio con formazioni giovanili come i Waikiki, dal 2004 con il progetto Howling Bells, col quale otteniene un più che discreto successo e oggi con una brillante carriera solista, già al terzo capitolo con il nuovo Snapshot.

Crescendo sono stati i dischi dei Beatles, di Bob Marley, Nirvana, Juliana Hatfield, Bjork, Kate Bush e Jimi Hendrix a plasmare i suoi gusti musicali, ma il ricordo di quella prima esperienza, che ha in qualche modo determinato il futuro di Juanita Stein, deve essere riaffiorato spesso e in particolare nel corso della realizzazione di Snapshot, dato che a ispirarne le canzoni è stata la triste e improvvisa scomparsa del padre, un cantautore d’ingegno e di scarsa fama (almeno al di fuori del continente australiano) che per primo aveva intravisto del talento nell’amorevole figlioletta.

Stavolta a credere nelle sue capacità e nelle sue canzoni è il celebre produttore Ben Hillier, che ha registrato Snapshot nelle stanze del suo studio Agricultural Audio in Inghilterra, senza ricorrere agli artifici delle mega produzioni a cui è abituato (Blur, Elbow, Depeche Mode e Doves nel suo curriculum), ma provando a cogliere tutta la freschezza e l’immediatezza dell’affascinante combinazione di aeree melodie pop, nervosa urgenza rock, etereo country e sognante psichedelia generata da un quartetto composto da Juanita al canto e alla chitarra, dal fratello Joel Stein alla chitarra solista, da Jimi Wheelwright al basso e da Evan Jenkins alla batteria.

“…Non c’è un incantesimo che possa alleviare la sofferenza…” canta Juanita Stein nella titletrack, ma le canzoni di Snapshot sembrano esserci riuscite, perché non c’è una sola nota di dolore nella gioiosa vitalità che pervade ariosi folk rock come la solare Lucky, seducenti mosaici pop rock come Reckoning, acidi blues come L.O.F.T., affascinanti ballate lynchiane come quelle che interpretava Julee Cruise come 1, 2, 3, 4, 5, 6, ovattate parabole psichedeliche come The Mavericks o serenate country come In The End: solo un lieve senso di pensosa malinconia filtra nel folk cameristico di una personalissima Hey Mama.

È passato molto tempo dalla sua prima volta davanti a un microfono, oggi Juanita Stein ha una bella voce e ha imparato a usarla, gli argomenti non le mancano e la personalità nemmeno, ma quando canta le canzoni di Snapshot pare che l’entusiasmo e le emozioni siano proprio le stesse di allora.

Luca Salmini

SONGHOY BLUES “Optimisme”

SONGHOY BLUES
OPTIMISME

Transgressive Recordings/ Fat Possum

E’ difficile oggi considerare il rock’n’roll come una musica in qualche modo rivoluzionaria, salvo si stia parlando di una formazione pugnace come i Songhoy Blues, che ha combattuto a suon di chitarre le restrizioni sociali imposte dalle leggi dell’estremismo islamico in Mali e in generale sul territorio africano, spesso scontando in prima persona le pene dell’esilio e della persecuzione.

Di quell’espressione artistica che per assonanza geografica con i luoghi d’origine subsahariani, il mondo ormai conosce come “desert blues”, i Songhoy Blues rappresentano l’ultima generazione, la più contaminata, probabilmente la più occidentale in quanto ad ispirazione: sono cresciuti infatti osservando da lontano il successo del più eminente interprete del genere, il leggendario Ali Farka Touré, ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix e John Lee Hooker e in un secondo tempo provando a intercettare tutto il r’n’b e l’hip hop che passava dalle parti di Timbuktu. Ci sono voluti l’interesse di Damon Albarn dei Blur e di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs insieme alle riprese del documentario They Will Have To Kill Us First, perché l’occidente si accorgesse di loro, ma da quel momento i Songhoy Blues non si sono più fermati, mettendo in fila tre dischi uno più bello dell’altro (Music In Exile del ’15, Résistance del ’17 e il nuovo Optimisme) e centinaia di concerti sui più prestigiosi palcoscenici dell’emisfero (dal festival di Glastombury alla Royal Albert Hall).

È sull’onda dell’entusiasmo per il successo fin qui ottenuto che i Songhoy Blues hanno cominciato le sessions di registrazione del loro nuovo album di studio Optimisme, inciso in uno studio di Brooklyn a New York con la produzione del chitarrista Matt Sweeney, che eleva ulteriormente il volume delle chitarre e il ritmo dei tamburi del quartetto che la cartella stampa già considera “…il futuro del rock’n’roll africano…”.

Le intenzioni di Sweeney sono di imprimere su nastro l’eccitazione e l’immediatezza degli spettacoli dal vivo e l’operazione pare essergli riuscita almeno a giudicare dalla ruvida furia punk-rock di Badala, in pratica quello che avrebbero suonato i Ramones se fossero nati nella lower east side di Bamako; dallo psichedelico riverberare di Assadja o dai bollori afro-funk di una incandescente Fey Fey.

Con un processo simile a quanto a suo tempo accadde al blues del Delta quando arrivò a Chicago, i Songhoy Blues elettrificano il tribalismo della musica maliana trasformandolo nell’esplosiva ed esotica miscela di rock, funk, soul e psichedelia che echeggia quando partono gli accordi circolari di una frenetica Gabi, i Led Zeppelin del terzo album smarriti tra le dune del Sahara di Korfo, i canti berberi in salsa funkedelica di Bon Bon, il blues all’acido lisergico di Worry o la dolce malinconia di una ballata corale in orbita gospel come Kouma.

Secondo Alex Chilton “…il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa…” ed è con lo stesso spirito che i Songhoy Blues devono aver interpretato la realizzazione di Optimisme, trasformando le tradizioni, i canti e la cultura della loro terra nel più eccitante prototipo di rock’n’roll che possa capitare di ascoltare.

Luca Salmini

Il video di Insulo De La Rozoj degli EAR

Pubblichiamo volentieri il cortometraggio che gli EAR hanno realizzato col regista Massimo Garavini, girato sul loro brano Insulo De La Razoj, tratto dal disco Exousia, recensito da Luca Salmini in Backstreets, nella sua versione di rubrica sul Buscadero. Buona visione!!

Begonio ha un desiderio segreto. La notte e poi l’alba. La paura, poi la fiducia. Le tenebre e la luce. La solitudine e poi il conforto. Con cosa coincide la propria libertà? Il nuovo singolo degli EAR “Insulo de La Rozoj” è ispirato alla storia vera dell’Isola delle Rose: la micronazione ideata, progettata e creata dall’Ing. Giorgio Rosa al largo della costa di Rimini. “Non era un atto di ribellione, ma un sogno di libertà”. [Ing. Giorgio Rosa, ideatore, progettatore e creatore dell’Isola delle Rose]

Massimo Garavini: regia e montaggio
Gianluca Palma: artigiano, musicista e artista
Filippo Cantoni: direttore della fotografia
Marco Gianstefani: correzione colore
Roberta Mongardi: supporto fotografico

Interpreti: Begonio, Bozzetto, Tharros, Bruco e Farfalla.
Sceneggiatura: Massimo Garavini, Andrea Barlotti, Cristiano Sapori

VICTOR HERRERO “Hermana”

VICTOR HERRERO
HERMANA
El Volcàn Music

“...Una grandiosa miscela di folk spagnolo e esplorazioni psichedeliche…magari difficile da descrivere…ma semplicemente straordinaria...”: in genere è questo il tenore dei commenti che la musica di Victor Herrero suscita tra gli addetti ai lavori come il chitarrista Buck Curran e del resto basta ascoltare i suoi preziosi accompagnamenti nei dischi della cantautrice americana Josephine Foster, il suo lavoro nell’album Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela o l’esotica meraviglia di un disco come il nuovo Hermana per intuire quali siano le ragioni di tanto entusiasmo.

Se lo si chiedesse a lui, Victor Herrero direbbe magari che le sue fonti d’ispirazione sono le canzoni di protesta di Violeta Parra e Victor Jara, ma c’è anche chi nella sua musica riesce a fantasticare di suggestioni con l’arte di Leonard Cohen, Robbie Basho o Fred Neil e nonostante lo sforzo d’immaginazione, almeno per quanto riguarda Hermana potrebbe effettivamente essere il disco che i suddetti personaggi sarebbero stati in grado di realizzare se solo fossero nati a Toledo in Spagna, avessero studiato musica classica e canto gregoriano in un monastero nei dintorni di Madrid e infine avessero suonato una chitarra spagnola con la stessa sensibiltà di Victor Herrero.

Basico e asciutto come un capolavoro della scuola dei cosiddetti primitivisti, Hermana è una sentita ode alla femminilità per sola voce e chitarra: una raccolta di sognanti ballate e affascinanti componimenti strumentali tracciati con cura nella polvere delle tradizioni popolari della cultura latina, che si tratti di dolci nenie che ondeggiano tra la malizia e la malinconia di una bossa nova come l’incantevole Plancie De Canto, di tenorili serenate come La Mancha, di deliziose combinazioni di note speziate dai sapori piccanti del Messico come Cucharita, di intense parabole folk che potrebbero stare in un qualsiasi disco di un cantautore dell’area mediterranea come Anil, di evocativi solismi strumentali come la virtuosistica Valentina o di desertiche scenografie dall’aura vagamente western come la splendida Barcarola.

La magia che riempie un disco come Hermana ha tutta l’aria di essere frutto di quel sentire che molti chiamano blues, anche se magari Victor Herrero preferirebbe definirlo duende, per avere un’idea di cosa si intenda basta ascoltare la meraviglia di queste canzoni sospese tra la polverosa risonanza della canzone popolare, l’eleganza colta della musica classica e l’immenso estro di un solista mai così ispirato.

Luca Salmini

PAOLO TARSI “I Can’t Breathe”

Il Covid-19 è un virus che può togliere il respiro. Ora, in conseguenza della pandemia, viviamo in un contesto nel quale tutti, chi più chi meno, siamo portati a riflettere su che cosa significhi respirare. Che cosa sia in fondo, davvero, a non farci respirare. 

Nel 2014 un arresto a New York da parte di un poliziotto bianco provocava la morte a Eric Garner al grido soffocato di“I Can’t Breathe”. Ancora, il 25 maggio 2020 è George Floyd, anche lui afroamericano, a implorare il suo “I Can’t Breathe” immobilizzato dalla polizia di Minneapolis.

Un uomo che può morire asfissiato per strada in quanto nero non è libero. Ha bisogno di respirare così come ogni altro essere vivente. L’essenziale, il minimo, è respirare“. 

Con queste parole il musicista Paolo Tarsi ha presentato il suo nuovo EP, I Can’t Breathe, disponibile in digitale su Bandcamp.

In scaletta 5 brani, di cui due inediti, due remix e una nuova versione di Anitya Ma(sk), realizzati con la collaborazione di musicisti quali l’ex Soft Machine Percy Jones, il sassofonista jazz Bruno Spoerri, EmilKr e il rapper Zona MC.

Artwork e video sono curati dall’artista Robert Rossini.

GORDI “Our Two Skins”

GORDI
OUR TWO SKINS
Jagjaguwar

In misura diversa il flagello della pandemia ha sconvolto la vita di tutti, compresa quella della giovane cantautrice australiana Sophie Payten in arte Gordi, che, avendo da poco conseguito il dottorato in medicina, si è sentita in dovere di indossare il camice e presentarsi in corsia per fronteggiare l’emergenza, mettendo da parte le aspirazioni di carriera e le aspettative per il suo secondo disco in uscita.

Per quanto imprevista possa essere stata la scelta, se non altro Gordi deve essere arrivata preparata al periodo di quarantena, visto che le registrazioni del nuovo album Our Two Skins si sono svolte nell’isolamento di una casetta nei pressi di un impianto di tosatura a Canowindra, una cittadina sperduta del Nuovo Galles del Sud in Australia, dove l’artista insieme ai collaboratori Chris Messina e Zach Hanson ha concepito le tracce per il disco all’insegna della più assoluta austerità, come spiega nelle note stampa: “...l’idea era di tagliarci fuori da qualsiasi cosa, inclusa la possibilità di fare delle scelte, e sforzarci di creare del materiale in maniera molto più minimale…”.

Un metodo che fa venire in mente il processo con cui Bon Iver aveva realizzato l’incantevole esordio For Emma, Forever Ago, non solo perché i tre hanno effettivamente collaborato con Justin Vernon, ma anche perché la magia di quel lavoro sembra in qualche modo aver ispirato le atmosfere rarefatte e sospese di Our Two Skins. Magari si tratta solo del tipo di canzoni che prendono forma da un periodo in cui ci si ritrova a riflettere sul significato della propria esistenza e del proprio ruolo nel mondo come è capitato a entrambe, ma in ogni caso Our Two Skins combina filigrane folk, melodie pop, aerei sfondi d’elettronica e un vago senso di solitudine e malinconia come accadeva in For Emma, Forever Ago, tenendo fede al presupposto minimalista determinato dalla situazione da casa nel bosco in cui è stato realizzato.

Interpretate da una voce calda e affascinante, capace di passare da sussurri intimi e confidenziali a toni tenorili che ricordano vagamente Toni Childs, quelle che riempiono Our Two Skins sono per lo più umbratili ballate dai colori pastello e dai contorni lo-fi come l’intensa Aeroplane Bathroom, la pianistica Radiator, la boniveriana Free Association, l’evocativa folktronica della corale Extraordinary Life o la struggente Look Like You, anche se non mancano momenti liberatori in cui echeggiano le chitarre elettriche e in cui spicca una brillante vena pop come accade in Unready e Sandwiches. Visto quanto si ascolta in Our Two Skins, ci si augura che l’emergenza medica termini rapidamente, non solo per la salute di tutti, ma perché Gordi possa tornare presto a far sentire la propria voce: sarebbe un peccato essere costretti a sentirla cantare solo da un balcone.

Luca Salmini