Anteprima video: THE SLAPS “Waves”

Waves. Smarrimento, alienazione, evasione da una realtà che non ti appartiene. Tutto all’unisono, delle grida che vogliono essere il messaggio dell’intero disco. Nel momento in cui percepiamo come inesorabile la distanza dalle altre persone, un’altra onda arriva e travolge. L’unico rifugio possibile sembra una realtà intimamente nostra, in cui cercare una nuova sintesi di noi stessi.” Queste le parole con le quali la band padovana The Slaps descrive la realizzazione del loro nuovo video Waves, tratto dal loro album di debutto Declaration of Loss, uscito lo scorso novembre per Dischi Soviet Studio, e che inquadrano perfettamente il concept alla base del loro bisogno di far musica. D’altra parte il nuovo singolo sintetizza altrettanto bene la sonorità del gruppo per chi li ascolta per la prima volta. Un sound di matrice garage-punk contiene echi di power-pop e grunge anni ’90, ispirato ai classici Nirvana e Weezer, fino a raggiungere sfoghi al limite dell’emo-core, analogamente al lavoro di band odierne come Wavves, Fidlar, Cloud Nothings.
IL VIDEO
Nel video il contrasto tra le placide immagini del litorale e boschive, nelle quali si ritrova la protagonista, e le furiose ritmiche sormontate dal muro di chitarre, riflette la presenza di un mondo tumultuoso al di sotto della realtà percepita, un mondo interiore che si manifesta attraverso l’apparizione di un altro-da-sé, un rifugio virtuale creato dai suoni e dalle emozioni. Il video è stato diretto da Petra Errico, in collaborazione con Dischi Soviet Studio.
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BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

SWANS “The Seer”

SWANS

The Seer

Young God/Goodfellas

Il ritorno in vita degli Swans, un paio d’anni fa, era stato unanimamente salutato come uno degli avvenimenti dell’anno. Il disco con cui Michael Gira aveva ridestato la sua creatura più celebre, My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, aveva dimostrato quanto la band avesse ancora da dire ed il tour che gli era seguito, tra l’altro testimoniato da un doppio CD dal vivo, aveva reso evidente che razza di macchina da guerra potessero essere in concerto. Il nuovo album, come ampiamente preannunciato, è un mastodonte di due ore – in doppio CD, triplo LP o doppio CD Deluxe con DVD allegato – che lo stesso Michael così ha inteso presentare: Ci sono voluti trent’anni per arrivare a “The Seer”. E’ il culmine di ogni album realizzato dagli Swans, di ogni altro mio disco precedente e di qualsiasi altra cosa a cui io abbia mai collaborato. Ed è così davvero! The Seer è un album per molti versi epocale, un masterpiece in cui rifulgono in maniera sconvolgente tutte le anime del Gira autore. Nelle undici tracce di cui è composto l’album, è infatti facile trovare l’oltranzismo noise ed industriale degli inizi, ma anche il romanticismo folk-noir degli Angels Of Light e dei dischi degli ultimi anni, così come tutto l’immaginario poetico-apocalittico dell’autore che, comunque, sempre nelle note di presentazione all’album, dichiara che lo scopo della sua musica è sempre stato, a dispetto delle apparenze, il portare gioia e luce nel mondo. Suoi sodali in questa nuova sortita, gli stessi compagni del disco e del tour precedente – Norman Westberg, Christoph Hahn, Phil Puleo, Thor Harris, Chistopher Pravdica – a cui va aggiunto lo Swan onorario Bill Rieflin, ed una gran messe di ospiti – i nomi più importanti: Alan e Mimi dei Low, la vecchia compagna Jarboe, gli Akron/Family, Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, Ben Frost, i Big Blood, Jane Scarpantoni – intenti ad aggiungere, a quelli della band, strumenti come archi, fiati, tastiere varie, voci e quant’altro. La Lunacy posta in apertura ci accoglie col suo mood oscuro ed incombente, con l’aspetto di un’ipnotica filastrocca dark, virata folk nel finale. Viene subito raddoppiata dall’allucinata Mother Of The World, inquieta nella prima parte, poi sempre più simile ad una ballata pianistica dai contorni ombrosi. Se The World è un semplice bozzetto acustico, giusto attraversato da lamine di rumore, è letteralmente imponente e per certi versi atterrente la title-track, trentadue apocalittici minuti aperti da un intro massimalista, un gorgo di rumore krauto-ossessivo che ad un certo punto s’infrange in una parte più rarefatta, con un’armonica fantasmatica che sottintende paesaggi desertici, privi di presenza umana, prima che il finale evolva definitivamente in passaggi più sinuosamente rock. Usciti vivi a stento da The Seer, è la volta di The Seer Returns, pezzo dal groove sostenuto e sorta di fumoso talking “blues” avvolgente. Chiaramente di blues non c’è davvero nulla, come non ce n’è, a dispetto del titolo, in 93 Ave. B Blues, canzone che porta alla mente reminiscenze industrial, tra voci cavernose, tonfi percussivi da pellicola horror e schegge acuminate di rumore bianco. Arrivano a questo punto, assai ben accolte, le più quiete tre canzoni che seguono: The Daughter Brings The Water è sostanzialmente acustica e avrebbe potuto far parte del repertorio degli Angels Of Light, Song For A Warrior è una stupenda country song visionaria, splendidamente interpretata da Karen O, Avatar è un ballata a là Gira al 100%, ritmata ed ipnotica, ma con una bellissima melodia e degli arrangiamenti a sorreggerla strepitosi (piano, archi, chitarre). Ci si prepara alla conclusione con gli ultimi due pezzi, non fosse che questi, da soli, superano i quaranta minuti. A Piece Of The Sky si apre con dieci minuti di drones siderali, prima di virare nei dieci successivi in una solenne, ma al contempo dolcissima, ballata. La conclusiva The Apostate è invece qualcosa che sta a metà tra distruzione totale ed estasi mistica: inesorabile passo tombale, una chitarra liquida che guizza tra le macerie, e poi l’esplosione noise-wave ululante della lunga sezione finale, che davvero ci riporta agli Swans che furono. Non è certo un disco facile o conciliante The Seer, ed in alcune parti chiede qualcosa in più del solito agli ascoltatori. Chi però saprà e vorrà penetrarlo si troverà di fronte ad uno dei capitoli più alti nell’opera di un grandissimo gruppo e ad un disco grandioso di per sé. Spero arrivino presto dal vivo dalle nostre parti!

Lino Brunetti

FUSCH! “Corinto”

FUSCH!

Corinto

Jestrai/Venus

Approcciando questo primo lavoro dei FUSCH!, sarebbe un errore considerarlo semplicemente il nuovo progetto di Amaury Cambuzat degli Ulan Bator. La band nasce infatti nel 2009 quando, nel sottotetto di una casa in provincia di Bergamo, Pierangelo Mecca (batteria, tromba, flauto, loops) e Mariateresa Ragazzoni (synth, Rhodes, tastiere, voce) si ritrovano per ore a suonare improvvisando. Passano un paio d’anni, fino a che non avviene l’incontro con Mario Moleri, il quale aggiunge le sue chitarre ed il basso. E’ in questo momento che nascono i Fusch! e che vengono messe a punto le loro canzoni. Quando già il disco è quasi pronto, subentra infine Cambuzat – tra l’altro già compagno di Mecca nei Chaos Physique – e ci mette la sua voce, i suoi testi, la sua chitarra. La musica contenuta in Corinto non suona realmente come qualcosa d’inedito ma, c’è da ammetterlo, l’unione di diverse personalità ha dato vita ad un sound non definibile univocamente. In queste canzoni troverete scampoli di reminiscenze post-rock così come evidenti influssi psichedelici, passaggi che non possono non definirsi melodici e momenti dal carattere cinematico. In larga parte strumentale, Corinto si esplica nel crooning ombroso di Tropical Fish, nei bellissimi landscapes sonici di brani quali Sento e Liquida, nelle avvolgenti spire di Misantropo o nelle derive quasi sonicyouthiane di Medicina Rossa. Un gran bell’esordio insomma.

Lino Brunetti

TESORI DISSEPOLTI: LADDIO BOLOCKO “The Life And Times Of Laddio Bolocko”

LADDIO BOLOCKO

The Life And Times Of Laddio Bolocko

No Quarter Records

Passarono come una fulgida meteora nel panorama underground statunitense, i newyorchesi  LADDIO BOLOCKO. Nei tre anni che li videro scorazzare selvaggiamente per i palchi d’America,  pubblicarono due album e un EP. Nel 1997 uscì il devastante album d’esordio Strange Warmings Of Laddio Bolocko, mentre nel 1998 fu la volta di In Real Time e del mini As If By Remote, in seguito tutti riuniti in questo doppio CD che andiamo a riscoprire, con l’aggiunta di un interessante video di As If By Remote girato da Aran Tharpe. Genericamente inseriti in quel filone del post-rock denominato math-rock, in realtà i Laddio Bolocko erano molto di più. Guidati dall’ex Dazzling Killmen, Blake Fleming (la line-up era completata da Drew St.Ivany, Ben Armstrong e Marcus Degrazia), la musica del gruppo era un enorme centrifuga dove derive kraute di marca faustiana si sbrindellavano in spasmi free-jazz e dove il math aveva le cadenze di un minimalismo progressivo. Il tutto incastonato in lunghi, apocalittici brani strumentali, dove le scansioni ritmiche della batteria di Fleming facevano la parte del leone. Il primo CD ripropone l’album d’esordio, quello maggiormente d’assalto, in cui ritmi distorti si appaiano a rasoiate chitarristiche, il rumorismo elettronico si muove di pari passo ai fiati free (ad esempio nella fulgida, incredibile Dangler), dove i pezzi assumono le fattezze di epocali moloch quali la lunghissima, devastante Y Toros. Meno parossistica la musica contenuta nel secondo disco, dove sono contenuti il secondo album e l’ep. Pur non rinunciando allo sperimentalismo, anzi per certi versi andando proprio in quella direzione, in questi pezzi i Laddio Bolocko avevano notevolmente diminuito l’impeto sonoro in favore di sonorità più varie come dimostrano i tocchi di piano di Karl, le stupite melodie kraute di A Passing State Of Well-Being, l’ironica idea di pop di Laddio’s Money (Death Of A Pop Song) o le chitarre acustiche in odore di folk presenti in Wallkill Creek Survival. Un gruppo immenso i Laddio Bolocko, scomparso decisamente troppo presto e che vale certamente la pena (ri)scoprire, aspettando nuove dai Psychic Paramount, il più recente gruppo di St.Ivany e Armstrong, di cui vi ricordo almeno il memorabile II, uscito all’inizio del 2011. Il doppio CD in questione ci permetteva di poter rimetter mano all’intera discografia della band, giacché gli originali, non arrivando fra tutti neanche a cinquemila copie complessive, sono da tempo materiale per collezionisti. La solita, piccola ricerca in rete, vi permetteranno di farlo vostro. E’ comunque in vendita anche nella sezione shop del sito dell’etichetta.

Lino Brunetti

SLEEPY SUN “Spine Hits”

SLEEPY SUN

Spine Hits

ATP Recordings/Goodfellas

Rispetto ad altre bands dell’affollatissimo giro neo-psichedelico, gli Sleepy Sun sono sempre stati un gruppo principalmente orientato al formato canzone. Non che nella loro musica mancassero totalmente le jam o le tirate chitarristiche ma, alla fine, è sempre stata proprio una scrittura in qualche modo classica e ben definita a risaltare maggiormente. In Spine Hits, terzo album per la formazione di Santa Cruz, uscito a due anni di distanza dal precedente, con in mezzo la defezione, pare piuttosto burrascosa, dalla tastierista e seconda voce Rachael Williams, questa loro caratteristica diventa assolutamente predominante. Qui, Bret Constantino (voce), i chitarristi Matt Holliman ed Evan Reiss, il bassista Jack Allen ed il batterista Brian Tice, hanno messo a punto una collezione di canzoni che, come non mai, pur partendo dalle solite basi seventies, approda a sonorità che non possono che inequivocabilmente dirsi pop. A certificare questo percorso evolutivo, un po’ tutte le undici tracce in scaletta, siano esse brani elettrici e pervasi da fitti intrecci chitarristici o ballate avvolgenti e dal gusto vintage. A questo punto, però, il gradimento nei confronti della loro proposta finirà per oscillare a seconda che siate dei duri e puri dello stordimento lisergico, oppure se a certi voli pindarici preferite sempre e comunque il pragmatismo di una buona melodia. Stando nel mezzo, gli Sleepy Sun corrono un po’ il rischio di risultare un po’ meno personali ed originali rispetto ai loro diretti concorrenti. In qualche caso, vedi la comunque bella Deep War, un po’ si sente la mancanza di una maggior perdita di controllo. Pezzi solidi come Stivey Pond, Creature o V.O.G., miscelano con fare sicuro, sound chitarristico, melodia e vibrazioni psichedeliche, anche se forse non fino in fondo riescono ad uscire da sonorità ampiamente metabolizzate attraverso centinaia di dischi. She Rex addirittura corteggia in egual misura brit-pop a là Verve e solarità westcoastiana, così come Yellow End si carica d’un afflato sfiorante l’epica di tanto british-pop contemporaneo. Tutti pezzi assai godibili quelli citati fino ad ora, ma, a mio parere, le cose migliori arrivano quando si mischiano un po’ di più le carte: Siouxsie Blaqq è una ballata dall’andamento sinuoso che s’impenna distorta nel finale, Boat Trip rispolvera i sempreverdi Velvet Underground portandoli fuori dai bassifondi della loro New York, Martyr’s Mantra, come da titolo, si allunga in uno psycho-blues ipnotico e reiterativo, Still Breathing si apre con un intro droning per poi schiudersi in una ballata acustica che sarebbe potuta uscire dalla penna dei migliori Band Of Horses, la conclusiva Lioness (Requiem) lascia trionfare il dialogo chitarristico, e sarà un probabile highlight nei loro prossimi show. Sono una grande band gli Sleepy Sun, forse ancora alla ricerca del proprio sound, ma in creativo movimento. E’ questa è, sempre e comunque, una buona cosa.

Lino Brunetti