AFTERHOURS “Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale”

AFTERHOURS

Hai Paura Del Buio? – Edizione Speciale

Universal 2CD

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Stanno attraversando un momento particolare gli Afterhours alla metà degli anni novanta. Dopo un pugno di album cantati in inglese, che mai li hanno fatti realmente uscire dall’underground, tentano coraggiosamente il passaggio all’italiano, utilizzando in maniera intelligente la tecnica del cut up, e miscelando in maniera sfavillante una musica che sia connubio di melodia e rumore chitarristico; l’esperimento paga e Germi diventa un autentico snodo nella loro carriera e, in qualche modo, anche per il rock italiano. Nel 1997, Manuel Agnelli, Xabier Iriondo e Giorgio Prette – all’epoca il nucleo della formazione – sono pronti a dargli un seguito, ma il fallimento della Vox Pop, l’etichetta presso cui erano accasati, li lascia nella scomoda situazione di doversi trovare una nuova label. A credere in loro arriverà la Mescal. Hai Paura Del Buio? si riconnette non poco alle atmosfere di Germi, ma in maniera ancora più sostanziale affresca una forma rock capace di essere ruvida e distorta, spigolosa, e nello stesso tempo incredibilmente melodica, pop per certi versi. La metà degli anni novanta stanno vedendo un fiorire notevole di gruppi italiani che stanno facendo uscire l’indie-rock italico dagli scantinati – pensiamo al successo dei CSI, dei Marlene Kuntz, dei La Crus o dei Massimo Volume – ma è probabilmente proprio Hai Paura Del Buio? il disco simbolo di questa emersione, tanto da meritarsi l’appellativo di miglior disco indipendente degli ultimi 20 anni. Anche perché, ed è questa la cosa importante, la qualità dell’album è tale da giocarsela non tanto entro gli asfittici confini del nostro stivale ma, quantomeno in linea teorica, con le più grandi bands del grunge e del post-grunge dell’epoca. Avevamo finalmente i nostri Nirvana o, come suggerì qualcuno (forse lo stesso Agnelli), i nostri Smashing Pumpkins (il paragone fu con Mellon Collie!). Mix di ballate conturbanti, di attacchi punk al fulmicotone e di altri pezzi non meglio definibili univocamente, Hai Paura Del Buio? viene oggi ripubblicato in un edizione speciale, anche in occasione di un tour di undici date che, lungo il mese di marzo, attraverserà l’Italia ed in cui l’intero album verrà riproposto integralmente. Al CD originale, opportunamente rimasterizzato, viene aggiunto un secondo CD in cui tutto il disco è stato rivisto risuonato con la collaborazione di ospiti importanti. E se alcune versioni rimangono sostanzialmente fedeli o quasi agli originali – la sempre bellissima Male Di Miele con gli Afghan Whigs; Pelle, con un quasi irriconoscibile Mark Lanegan alla voce ed un bel solo di piano a chiuderla; la potentissima Dea col Teatro Degli Orrori; una solo leggermente più alleggerita Voglio Una Pelle Splendida con Samuel Romano; le punkettose Sui Giovani d’Oggi Ci Scatarro Su coi Ministri e Veleno con Nic Cester – altre riletture si discostano abbastanza. Penso ad esempio alla canzone che dà il titolo all’album, prima solo un grumo di rumore, oggi una sorta di delirio impro-jazz con Damo Suzuki alla voce; alla 1.9.9.6. rivista in chiave folk-rock da Edoardo Bennato, che aggiunge anche qualche riga di testo; alla Elymania molto ritmica, tra il sexy e l’allucinato, approntata coi Luminal; alla Senza Finestra pianistica e stilizzata di Joan As Police Woman; alla notevole Simbiosi con Le Luci Della Centrale Elettrica alla voce  e Der Mauer ad aggiungerci fiati funerei; all’Eugenio Finardi che vira in pezzo cantautorale Lasciami Leccare l’Adrenalina; all’intensità asciutta dei Bachi Da Pietra, tra i migliori in scaletta, in Punto G; alla visionarietà di John Parish in Terrorswing e dei Fuzz Orchestra con Vincenzo Vasi in Questo Pazzo Pazzo Mondo Di Tasse; all’intimismo folk di Piers Faccini in Come Vorrei; all’eleganza pop dei Marta Sui Tubi in Musicista Contabile o di Rachele Bastreghi in Mi Trovo Nuovo. Rimane da citare giusto Rapace coi Negramaro (con un a me indigesto cantato super enfatico) e due bonus track: l’ottima Televisione, pezzo in origine non presente sull’album bensì su un singolo, in cui compaiono Cristina Donà e The Friendly Ghost Of Robert Wyatt e una seconda Male Di Miele, con un Piero Pelù gigione quanto mai. In pratica all’album originale – su cui mi sono soffermato poco, dando per scontato che lo conosciate – è stato aggiunto un vero e proprio disco tributo allo stesso. E se il primo si merita sempre e comunque il massimo dei voti, per il secondo, riuscito ma non a quei stratosferici livelli, tre stelle e mezza dovrebbero bastare. Ad ogni modo, il giusto tributo ad uno dei dischi più importanti del nostro rock. E ci si rivede sotto il palco!

Lino Brunetti

L’album uscirà in tre formati: doppio CD  (CD  cover più la versione rimasterizzata dell’album originale); l’album in digitale con, in esclusiva per iTunes, il branoVoglio Una Pelle Splendida feat. Daniele Silvestri; box edizione deluxe in tiratura numerata e limitata (1000 copie) contenente due doppi vinili da 180 gr.  più il doppio CD (stesso contenuto su entrambi i formati). Qui sotto le date del tour:

  • 07.03 NONANTOLA (MO) – Vox Club (data Zero)
  • 14.03 MANTOVA, Palabam
  • 15.03 RIMINI, Velvet
  • 18.03 TORINO, Teatro Della Concordia
  • 21.03 BOLOGNA, Estragon
  • 22.03 S.BIAGIO CALLALTA (TV), Supersonic Arena
  • 24.03 MILANO, Alcatraz
  • 25.03 MILANO, Alcatraz
  • 26.03 FIRENZE, Obihall
  • 28.03 ROMA, Orion
  • 29.03 BARI, Demodè

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BEST OF THE YEAR 2012 – Lino Brunetti

Come è tipico di ogni fine anno, è giunto il momento dei bilanci. E dunque, come è stato questo 2012 in musica? Partiamo da una considerazione generale: ormai da tempo è impossibile identificare, non dico un album, ma anche solo uno stile, che possa essere rappresentativo dell’anno appena trascorso. Le tendenze musicali, che sono comunque propense a ripetersi ciclicamente, sono da tempo esplose in miriadi di rivoli che, lungi dal potersi (se non in sporadici casi) definire nuovi, hanno perso pure la loro capacità di caratterizzare un’epoca. Se un lascito ci rimarrà di questi anni di download selvaggio e strapotere della Rete, sarà quello di un azzeramento dell’asse temporale, non più verticale bensì orizzontale, dove passato, presente e futuro convivono allegramente assieme in una bolla dove non c’è più nessuna vera differenziazione. Lo si evince dall’enorme numero di ristampe, deluxe edition, cofanetti celebrativi, ma pure dalle musiche contenute nei dischi dei cosidetti artisti “nuovi”, talmente nuovi che a volte suonano esattamente come i loro omologhi di quarant’anni fa. In questo scenario, le cose migliori nel 2012 sono arrivate in larga parte proprio dai grandi vecchi o comunque da artisti sulle scene ormai da parecchio tempo. Bob Dylan è tornato con un disco stupendo, Tempest, celebrato (giustamente) ovunque. Non gli è stato da meno Neil Young che, assieme ai Crazy Horse, ha assestato due zampate delle sue, prima con le riletture di Americana, poi con le cavalcate elettriche di Psychedelic Pill. Dopo due ciofeche quali Magic Working On A DreamBruce Springsteen se ne è uscito finalmente con un disco vitale, intenso, potente sotto tutti i punti di vista. Magari imperfetto, di sicuro non un capolavoro, Wrecking Ball è comunque un album di grandissimo livello, che ha riposizionato il Boss ai livelli che gli competono. Rimanendo sui classici, bellissimo il nuovo Dr. John (Logged Down), splendido il Life Is People di Bill Fay, di gran classe il Leonard Cohen di Old Ideas (un disco che comunque io non ho amato pazzamente come altri hanno fatto), mentre solo discreto è stato il Banga di Patti Smith. Per la serie “e chi se l’aspettava?”, credeteci o no, è ottimo invece il nuovo ZZ TopLa Futura, band a cui la produzione di Rick Rubin ha fatto un gran bene. Ma non solo i “grandi vecchi” ci sono stati, anche se sempre tra i veterani  si è dovuto andare a cercare le cose migliori. Partiamo da quello che è senza dubbio il mio disco dell’anno, The Seer degli Swans, un triplo LP magnetico, ottundente, potentissimo e visionario. Poi, in ordine sparso, il sorprendente ritorno sulle scene dei Godspeed You! Black Emperor (‘Hallelujah! Don’t Bend! Ascend!), i Giant Sand sempre più Giant di Tucson, i loro fratelli Calexico con Algiers, i Dirty Three di Towards The Low Sun, gli Spiritualized di Sweet Heart Sweet Light, i Sigur Ros di Valtari, i Lambchop di Mr Mil Mark Stewart di The Politics Of Envy, i redivivi Spain di The Soul Of Spain, i Mission Of Burma di Unsound, gli Om  di Advaitic Songs, Dirty Projectors di Swing Lo Magellan. Deludente il ritorno dei PiL, decisamente buoni quelli di Jon Spencer Blues ExplosionLiars, EarthBeach House (sia pur meno efficace degli album precedenti), Six Organs Of AdmittanceAnimal CollectiveNeurosis, UnsaneThe Chrome CranksThee Oh SeesGuided By Voices (ben tre dischi!), Woven HandGrizzly BearPontiak (memorabile il loro Echo Ono, e non solo perché hanno avuto la bontà di mettere una mia foto sulla copertina della versione in vinile), la doppietta Clear Moon/Ocean Roar dei Mount Eerie, il Moon Duo di Circles, i Tu Fawning di A Monument, i Peaking Lights di Lucifer. Dagli artisti solisti non moltissimi dischi da ricordare a mio parere: di sicuro lo è quello di Hugo Race & Fatalists (We Never Had Control), tra le cose migliori dell’annata, anche superiore al Blues Funeral della Mark Lanegan Band (comunque bello), ma lo sono pure la doppietta di Chris Robinson Brotherhood, i due dischi di Andrew Bird (soprattutto Break It Yourself), l’esordio del leader dei Castanets come Raymond Byron & The White Freighter (Little Death Shaker) ed il The Broken Man di Matt Elliot. Ancora meglio ha fatto il gentil sesso: per una Cat Power a fasi alterne (Sun, solo parzialmente riuscito), ci sono state una Fiona Apple in odor di capolavoro (The Idler Wheel…), una grandissima Ani Di Franco (Which Side Are You On?), la sorprendente Gemma Ray (Island Fire), le sorelline svedesi First Aid Kit (The Lion’s Roar), la Beth Orton di Sugaring Season. Tra le nuove band, la palma di rivelazione dell’anno se la beccano i grandissimi Goat di World Music, seguiti a ruota dai The Men di Open Up Your Heart, dai Big Deal di Lights Out, dagli Islet di Illuminated People, dai Fenster di Bonesdagli Allah-Las e dalla Family Band di Grace & Lies. Tra le cose più sperimentali, vetta incontrastata allo Scott Walker di Bish Bosch, un disco per nulla facile ma di una intensità rarissima. In campo improvvisativo, grandi cose sono arrivate dagli svizzeri Tetras (Pareidolia il titolo del loro album). Altri dischi da non dimenticare, Effigy dei Pelt, msg rcvd dei Neptune, Fragments Of The Marble Plan degli AufgehobenWe Will Always Be di Windy & Carl. E l’Italia? Certo, anche l’Italia ci ha dato grandi cose. Gli Afterhours hanno pubblicato uno dei loro dischi più belli di sempre, Padania. Potente e visionaria l’opera in due parti degli Ufomammut, così come Il Mondo Nuovo de Il Teatro Degli Orrori. E poi: Sacri Cuori (Rosario), King Of The Opera (Nothing Outstanding), Father Murphy (Anyway, Your Children Will Deny It), Paolo Saporiti (L’ultimo Ricatto), Ronin (Fenice), Mattia Coletti (The Land), manZoni (Cucina Povera), Xabier Iriondo (Irrintzi), Sparkle In Grey (Mexico), Guano Padano (2), Calibro 35. E chissà quante altre cose mi son perso o avrò dimenticato! Qui sotto, la selezione della selezione. Ed ora, prepariamoci al 2013!

SWANS “THE SEER”

GOAT “WORLD MUSIC”

FIONA APPLE “THE IDLER WHEEL…”

PONTIAK “ECHO ONO”

GODSPEED YOU! BLACK EMEPEROR “‘ALLELUJAH! DON’T BEND! ASCEND!”

AFTERHOURS “PADANIA”

TETRAS “PAREIDOLIA”

MOUNT EERIE “CLEAR MOON/OCEAN ROAR”

HUGO RACE FATALISTS “WE NEVER HAD CONTROL”

THE MEN “OPEN UP YOUR HEART”

SCOTT WALKER “BISH BOSCH”

BRUCE SPRINGSTEEN “WRECKING BALL”

BOB DYLAN “TEMPEST”

NEIL YOUNG & CRAZY HORSE “AMERICANA/PSYCHEDELIC PILL”

FIRST AID KIT “THE LION’S ROAR”

GIANT GIANT SAND “TUCSON”

BOX SET: CAN “THE LOST TAPES”

THE PHONOMETAK LABS ISSUES vol. IX e X

WALTER PRATI & EVAN PARKER/LUKAS LIGETI & JOAO ORECCHIA

Phonometak #9

PAOLO CANTU’/XABIER IRIONDO

Phonometak #10

Wallace/Audioglobe

Con i volumi IX e X (questo secondo, fresco di stampa), si chiude la cosiddetta serie gialla, messa assieme tramite lo sforzo congiunto di Wallace Records e Phonometak Labs. L’intera serie è composta da dieci split album (in vinile 10″, tiratura limitata e numerata di 500 copie), il cui unico imperativo è sempre stato la più totale libertà, senza preoccuparsi troppo di seguire una linea precostituita che non fosse, semplicemente, quella di pubblicare grande musica. Ed è così che negli otto volumi precedenti si è passati dall’avanguardia al doom, dal jazz alle sperimentazioni rock e così via, spesso all’interno dello stesso LP. Tanti i nomi importanti che si sono susseguiti, sia italiani che internazionali: gli Zu (con Iriondo) e gli IceburnMats Gustaffson Paolo Angeli, gli OvO e i Sinistri (ancora una volta con Iriondo), Damu Suzuki (con Metak Network e con gli Zu), i Talibam! e i Jealousy PartyGianni Gebbia Miss Massive Snowflake, il trio Uchihasi KazuhisaMassimo PupilloYoshigaki Yasuhiro e gli On Fillmore, gli Scarnella di Nels Cline Carla Bozulich ed i Fluorescent Pigs. Nel nono volume della serie, il primo lato è occupato dalla collaborazione tra il sassofonista (al soprano) Evan Parker ed il compositore e ricercatore musicale Walter Prati (electronics, violoncello), già in passato protagonisti pure in un progetto musicale che vedeva coinvolto Thurston Moore dei Sonic Youth. Due tracce, la prima registrata durante una performance al Vancouver Jazz Festival del 2004, la seconda, invece, a Risonanze, a Venezia, datata 1999: The Western Front espone un serratissimo fraseggio di sax, mescolato alle infiltrazioni degli electronics, in modo da dar vita ad un sound brulicante e densissimo; più nebulosa e sospesa è invece Sonanze, decisamente più cinematica ed evocativa, tanto da guidare l’ascoltatore in un paesaggio indistinto, misterioso, fumoso. Sul secondo lato ci sono invece tre tracce fuoriuscite da una session tra Lukas Ligeti (batteria, microfoni) ed il sudafricano Joao Orecchia (electronics, chitarra, armonica, voce). Tre tracce, le loro, che pongono l’enfasi sui ritmi dettati dalle bacchette di Ligeti, attorno ai quali si attorcigliano le folate soniche in bilico tra avant, jazz e sperimentazione rock di Orecchia. In un pezzo come Fox paiono farsi avanti anche delle derive etno che aggiungono ulteriore carne al fuoco. Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.

Lino Brunetti

AFTERHOURS “Padania”

AFTERHOURS

Padania

Germi/Artist First

Per penetrare questo nono album degli Afterhours – semplicemente, la più grande rock band italiana da vent’anni a questa parte – bisogna soffermarsi un momento sulla sua copertina: sopra vi è raffigurato un cancello che si apre su di un paesaggio gelido e nebbioso, un cancello che si apre su un nulla agghiacciante. Padania – titolo provocatorio che non allude certo (o comunque se lo fa, lo fa in sottile maniera metaforica) alla inventata patria dei tanti, farneticanti discorsi di una Lega Nord sempre più scollegata dalla realtà – parla di quel nulla. Le quindici canzoni di questo disco vanno a comporre i tanti tasselli di un unico discorso, tanto che questo lo si può senza troppi tentennamenti definire un concept album. Come accadeva per il Nebraska springsteeniano, anche qui, un cosiddetto luogo geografico diventa in realtà metafora di un malessere interiore, di un gelo che arriva a pervadere l’anima e ci rende sempre più distaccati da noi stessi. Non cito a caso il capolavoro del Boss, non tanto perché ci sia alcunché di springsteeniano a livello musicale in queste canzoni – lo vedremo – quanto piuttosto perché i temi che queste affrontano, hanno una comunanza evidente con la sensazione di impotenza e di smarrimento che i personaggi di Nebraska si trovavano a fronteggiare. Non dimentichiamoci poi che per anni gli Afterhours, dal vivo, hanno suonato una versione notevole di State Trooper, e vorrà pur dire qualcosa questo. Padania parla dello smarrimento che si prova quando vengono a mancare completamente delle coordinate in cui muoversi, del panico causato da una situazione che ci spinge ad inseguire desideri futili ed irrealizzabili, che non fanno altro che spingerci a diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo realmente. Parla dei meccanismi stritolanti che tutte queste cose mettono in atto, dalla sensazione di totale impotenza, all’odio livido che s’innesta nell’animo umano. E’ senza dubbio un disco politico questo, un disco che racconta la nostra epoca e che, una volta tanto, per fare ciò non utilizza patetici slogan, non si gioca la carta facile dell’appartenenza ad uno schieramento o ad un altro, ma porta avanti un discorso tramite un linguaggio evocativo, poetico, denso di immagini vivide e ben più forti di qualsiasi retorica presa di posizione. Ma non solo per i suoi bellissimi testi Padania è un disco importante. A venticinque anni dall’esordio, anche musicalmente, gli Afterhours non hanno smesso la voglia di sperimentare. Con in formazione un gruppo di personalità artistiche tutte rilevanti – oltre al leader Manuel Agnelli, l’ormai stabilmente in formazione Rodrigo D’Erasmo (violino), i chitarristi Giorgio Ciccarelli e Xabier Iriondo (rientrato nella band dopo anni di distacco), il bassista Roberto Dellera, il batterista Giorgio Prette – del resto non potrebbe che essere così e questo disco, probabilmente, spiazzerà più d’un fan della formazione. In effetti forse mai erano stati così ostici e sperimentali, con molte delle canzoni attraversate da dissonanze, ritmi spezzati, destrutturazioni, stridori metallici ed esplosioni sonore. Nella bellissima Metamorfosi, che apre il disco, Agnelli spinge la propria voce andando a risvegliare il fantasma degli Area, mentre la musica è tutta un saliscendi guidata dagli archi allucinati di D’Erasmo. Proprio gli archi caratterizzano molte delle canzoni in scaletta, anche se, come è facile immaginare, non sono certo usati in maniera tradizionale per smussare gli angoli, quanto piuttosto per renderli ancora più acuminati. Canzoni al vetriolo come Spreca Una Vita, Fosforo E Blu, Giù Nei Tuoi Occhi, colpiscono come arroventati proiettili sonici, un pezzo memorabile ed illividito come Io So Chi Sono espone un beat marcato quasi funk, su cui s’aggiungono dei fiati al confine col free, in Ci Sarà Una Bella Luce un’andamento tutt’altro che lineare è lo specchio di un blues visionario, dove sono di casa grumi di distorsione rock, passaggi jazzati, squarci di melodia. Rientrano poi, un po’ di più nel canone Afterhours, un gruppo di canzoni bellissime come le potenti Terra Di Nessuno e La Tempesta In Arrivo, ballate di grande intensità come Costruire Per Distruggere (gran titolo), Padania, la conclusiva, lirica La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo. E’ un album che intriga ed affascina fin dai primi ascolti Padania, un disco che però, probabilmente, solo col tempo saprà dispiegarsi in tutta la sua fulgida bellezza. Ed intanto, rimaniamo incantati dal fatto che gli Afterhours possano ancora viaggiare a questi livelli. Enormi!

Lino Brunetti

PADANIA

SIMON BALESTRAZZI “The Sky Is Full Of Kites”

SIMON BALESTRAZZI

The Sky Is Full Of Kites

Boring Machines

Sperimentatore musicale, sound designer e sound engineer, SIMON BALESTRAZZI, parmense classe 1962, da più di un decennio ormai residente a Cagliari, ha alle spalle un curriculum tale da farne autentico veterano della musica di ricerca italiana. Attivo da quando aveva appena quindici anni, nel tempo ha dato vita a miriadi di formazioni, alcune delle quali autentiche esperienze capitali: i T.A.C. tanto per iniziare, formatisi nel 1981 e da qualche tempo tornati in attività, ma poi anche Kino GlazESPDeep EngineQaumenekMOEX, senza dimenticare il periodo passato con i Kirlian Camera, i lavori eseguiti per spettacoli di danza e teatro, le installazioni, il duo Dream Weapon Ritual con l’attrice e cantante Monica Serra, le numerose collaborazioni con i più disparati artisti e gruppi, da Damo Suzuki Xabier Iriondo, da Tim Hodgkinson agli Z’EV, e via, via moltissimi altri. Le tre lunghissime tracce di questo nuovo The Sky Is Full Of Kites, pubblicate a suo nome, sono state ottenute processando il suono proveniente da strumenti auto-costruiti e modificati (synth analogici, oscillatori, organo, salterio giocattolo, laptops) e da oggetti amplificati. Musica elettroacustica dall’imponente potere evocativo e dall’inquieto fascino cinematico, drones magmatici e spiraliformi liminari alla dark ambient, quadri sonori che paiono l’eco memoriale di paesaggi industriali abbandonati e lasciati a deperire. Ogni traccia ha una sua precisa identità ed è il capitolo di una sorta di percorso: Under Pressure, che si stende per oltre venticique minuti, si muove tra desolati piani ambientali, attraversati però da un brulichio sottostante di scarti sonori e da un’elegiaca aspirazione melodica che è impossibile non notare; Persistence Of Memory è il pezzo in cui maggiormente si sente come una sorta di nostalgia per un’era morente, con le sue imponenti volte soniche e il timbro dronico quasi da casa Kranky; per contro, la chiusa con la title-track è maggiormente propensa ad un suono spesso e ruvido, screziata da distorsioni e quasi al confine col noise (moderato). Quasi sessanta minuti di musica, che fanno di  The Sky Is Full Of Kites un disco davvero affascinante. Inutile sottolineare quanto, come sempre, anche l’artworks, qui curato da Daniele Serra, nei prodotti Boring Machines, sia di livello superiore.

Lino Brunetti