BEST OF THE YEAR 2013 – LINO BRUNETTI

E così eccoci qui anche quest’anno, proprio appena s’affaccia il 2014, impegnati nel solito giochetto dei migliori dischi usciti nei dodici mesi appena passati. Una rassegna – così come sottolineato nella propria dall’amico Zambo – che non può che essere che la risultante dei gusti e degli ascolti solo di chi scrive. Non rappresentativa quindi del Buscadero – quella la troverete sul numero di gennaio della rivista – e alla fine neppure di questo blog – auspico però, che almeno il buon Daniele Ghiro voglia dire la sua su questa pagina. Che anno è stato, musicalmente parlando, dunque, il 2013? Per quel che mi riguarda, molto buono direi. Non sono mancati i dischi belli e, anzi, il problema è stato il solito di questi tempi impazziti, ovvero il districarsi tra le mille uscite che invadono un mercato, magari asfittico dal punto di vista delle vendite, ma sicuramente vivace per numero e qualità delle uscite. E se è vero che manca il disco rappresentativo e che i capolavori veri latitano – ma è così facile poi riconoscere all’istante un disco che rimarrà nel tempo? – e che la musica del presente mai era sembrata così pesantemente rivolta ai vari passati della popular music, è anche vero che un appassionato curioso di muoversi fra i generi, di dischi in cui perdersi, nel 2013, ne ha potuti trovare molti.

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I RITORNANTI

Parallelamente all’immenso mercato di ristampe e box retrospettivi – vera e propria gallina dalle uova d’oro per l’industria musicale nell’ultimo decennio, ne parleremo brevemente più avanti – il 2013 ha visto il ritorno discografico di un nutritissimo numero d’artisti e bands che, chi più chi meno, mancavano dalle scene da tempo innumerevole. Uno dei dischi più favoleggiati degli ultimi vent’anni, il terzo album dei My Bloody Valentine, ha finalmente visto la luce: MBV non ha deluso le apettative, proponendosi sia quale sunto della ventennale attività misteriosa della band di Kevin Shields, che come punto di ripartenza, nuovamente ardito ed originalissimo (gli ultimi tre, quattro pezzi). Altro gruppo di culto, i Mazzy Star, con Seasons Of Your Day, hanno ripreso il discorso interrotto diciassette anni fa, facendoci riprecipitare fra le loro ballate oppiacee, fatte di country, folk e psichedelia velvettiana. Gran disco! Che dire poi di The Argument dell’ex Hüsker Dü Grant Hart, se non che è un’opera coi controfiocchi? Hart, rispetto all’ex compagno Bob Mould, è sempre stato visto come il “Brutto Anatroccolo”, quello sfortunato, il junkie: il suo nuovo album è invece un disco ambizioso e creativo, colmo di bellissime canzoni, servite tramite un mix di raffinata ruvidezza, che come non mai ci mostra Hart autore vario e sopraffino. Mai stato un grande fan di David Bowie, eppure devo dire che il suo The Next Day l’ho apprezzato non poco. Probabilmente non lo metterei tra i miei dischi dell’anno, ma almeno tre/quattro delle sue canzoni svettano in una scaletta che comunque non ha cadute di tono. Uno su cui invece non ho mai avuto dubbi è Roy Harper: il suo nuovo album, parzialmente prodotto da Jonathan Wilson, è un gioiello, magari non per tutti, però dal fascino senza tempo e disco di quelli che non si trovano tutti i giorni. Devo ammetterlo, non ci avrei scommesso un euro circa la bontà del rientro discografico dei riformati Black Sabbath: invece 13 è davvero niente male! I riff, le atmosfere, in parte anche la voce di Ozzy, sono quelli dei primi lavori; nessuna vera novità, però una scrittura ben più che dignitosa, al servizio di un sound che ha fatto epoca ed è ormai leggendario. Come diceva qualcuno, nessuno fa i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath stessi! Potremmo aggiungere, nessuno fa gli Stooges come gli Stooges: il loro Ready To Die non è un capolavoro, però è l’ennesimo sputacchio punk che ha permesso ad Iggy e compagni di tornare a sculettare selvaggiamente sui palchi di mezzo mondo e questo ci basta. Mi aspettavo grandi cose invece dai rinnovati Crime & The City Solution e così è stato: American Twilight è un ottimo album di rock vetriolitico e di blues allucinato, in cui il contributo prezioso di Mr. Woven Hand si sente e accresce il feeling gotico emanato da questi solchi. La palma di ritorno più inaspettato e bizzarro è però quello di Dot Wiggin, un tempo nelle famigerate Shaggs, la “peggior band della Storia del Rock”. Garage rock intinto di irresistibile freschezza naif, che ha fatto felice i cultori di questa favolosa leggenda underground. Che altro rimane da citare in questa sezione? Il fascinoso libro/CD delle Throwing Muses, Purgatory/Paradise e, alla voce mezze delusioni, lo sciapo, nuovo EP dei Pixies ed il dignitoso, ma lontano dai vecchi fasti, Defend Yourself dei Sebadoh.

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Poche esitazioni, il 2013, sul versante cantautorale, ha dato non poche soddisfazioni. Eletto da più parti (a ragione) disco dell’anno, Push The Sky Away è uno dei migliori Nick Cave degli ultimi tempi. Un disco di ballate straordinarie, intense, toccanti; soprattutto un disco che ci mostra un Cave ancora in movimento, ancora desideroso di cercare strade nuove, fortunatamente lontano dal manierismo che iniziava a far capolino in alcuni dei suoi più recenti lavori. Altro nome capace di mettere d’accordo pubblici anche diversi fra loro, il già citato precedentemente Jonathan Wilson. Vecchio? Prolisso? Può darsi, però anche incredibilmente creativo ed evocativo, il suo Fanfare è un vero tuffo in un verbo rock d’altri tempi, ancora affascinante oggi, grazie soprattutto a grandi canzoni, un suono strabiliante e arrangiamenti sofisticati, serviti inoltre da una band che sa decisamente il fatto suo. Mathew Houck aka Phosphorescent se n’è uscito con quello che è forse il suo miglior lavoro, Muchacho, ottima sintesi di tradizione e modernità, quindi con un occhio al classico ed uno al pubblico independente. Altro grandissimo lavoro è Dream River di Bill Callahan: l’uomo un tempo conosciuto come Smog, è tornato con un disco asciutto ma caldo, fatto di vivide ballate segnate dalla sua inconfondibile personalità e da un’autorevolezza qui al meglio della sua forma. Niente male anche il nuovo Kurt Vile, Wakin On A Pretty Daze, disco fluviale sempre in bilico tra scrittura classica e retaggio indie. Forse giusto solo un po’ monocorde, ma da sentire. Ancora più interessanti mi son sembrati due dischi usciti (forse) sul finire del 2012, ma di cui tutti hanno finito col parlarne nel 2013: Big Inner di Matthew E. White ci ha rivelato tutto il talento di un cantautore con molto da dire e decisamente originale, protagonista tra l’altro di un paio dei più bei momenti live vissuti quest’anno dal sottoscritto; le ballate tormentate di John Murry e del suo The Graceless Age sono uno dei passaggi obbligati di quest’annata, straordinarie per intensità, scrittura e sincerità, la classica situazione in cui la vita vera pare prendere forma sul pentagramma. Ben due i dischi di Mark Lanegan usciti nel 2013, ma mentre il Black Pudding fatto in coppia con Duke Garwood è un disco crudo, disossato e denso di nudo pathos, meno convincente è parso Imitations, secondo disco di covers della sua carriera, purtroppo del tutto privo della potenza di I’ll Take Care Of You e, in più d’un passaggio, piuttosto di maniera e un po’ bolso, quasi come quel jazz da salotto che viene ancora scambiato per musica. Nella migliore delle ipotesi, abbastanza inutile. Il nome è quello di una band, Willard Grant Conspiracy, ma si sa che è quasi interamente sempre stata faccenda del solo Robert Fisher: l’ultimo Ghost Republic è un disco scarno e forse per pochi, però è anche uno di quelli che, se opportunamente sintonizzati su malinconiche frequenze, capace di elargire magia pura. Tutti lo conoscevano quale uno dei più visionari ed originali registi degli ultimi trent’anni: da un po’ di tempo a questa parte, pare però sia diventata l’attività di musicista quella principale per David Lynch. The Big Dream è il suo secondo lavoro, un disco di blues mesmerico e sognante, ovviamente profondamente lynchiano nelle sue conturbanti movenze. Per quello che riguarda le voci femminili, è stata probabilmente Lisa Germano quella che ha allestito il disco più particolare dell’annata, No Elephants, album in cui il suo cantautorato intimo si palesa attraversa un suono minimale e un pizzico di intrigante lateralità. Altro nome che ha avuto un certo eco nel 2013 è stato quello di Julia Holter: il suo Loud City Song se ne sta in bilico tra carnalità e sonorità eteree, tra scampoli di reminiscenze 4AD, pop, qualche inserto cameristico ed un pizzico d’elettronica. Un nome che, per certi versi, potrebbe esserle affiancato è quello di Zola Jesus, il cui passato sperimentale ed underground si riverbera oggi nelle reinterpretazioni ben più pop e “classiche” di Versions. Ma sono altri i dischi da ricordare veramente: il definitivo ritorno a standard altissimi di Josephine Foster con I’m A Dreamer, la brillantezza di Personal Record di Eleanor Friedberger, l’intensa maturità della Laura Marling di Once I Was An Eagle, lo sfavillio di Pushin’ Against The Stone di Valerie June, le ruvidezze di Shannon Wright in In Film Sound, nonché quelle di Scout Niblett in It’s Up To Emma o, per contro, la dolcezza folk-pop delle esordienti Lily And Madeleine.

(PS devo sentire ancora in modo appropriato il nuovo Billy Bragg, di cui ho letto un gran bene; mentre da ciò che ho orecchiato, John Grant non fa proprio per me).

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BANDS

E’ sempre difficile essere categorici, ma la mia Palma di disco dell’anno se la beccano i Primal Scream di More Light, creativi e potenti come non gli capitava da tempo, calati nei nostri tempi tramite testi ultra politicizzati e musicalmente vari ed esaltanti. Un capolavoro! Politicizzati lo sono sempre stati anche gli svedesi The Knife, di ritorno quest’anno con un mastodontico triplo LP di elettronica livida, oscura ed ostica, che solo labili tracce del loro passato pop continua a mantenere. Disco coraggiosissimo, così come a suo modo coraggioso era il loro spettacolo “live”, di cui potete leggere le mie tutt’altro che entusiastiche impressioni qui sul blog. Livido, oscuro ed ostico sono ottimi aggettivi per un altro album amatissimo dell’anno appena trascorso, il visionario The Terror dei Flaming Lips, recentemente ancora nei negozi anche con l’EP Peace Sword, ennesima dimostrazione dell’inarrestabile stato di grazia della formazione americana. Stato di grazia che continuano ad avere anche i Low con The Invisible Way: è il loro disco più sereno, più arioso, in larga parte costruito sul pianoforte, un disco che non smette di perpetrare l’incanto tipico di buona parte della loro produzione. Non sono gli unici veterani ad aver fatto vedere belle cose: non male, anche se a mio parere inferiore alle loro ultime uscite, Change Becomes Us dei Wire, Re-Mit dei Fall, Fade degli Yo La Tengo, Vanishing Point dei Mudhoney e, soprattutto, Tres Cabrones firmato da dei Melvins in grandissima forma. Uno dei dischi più discussi è stato l’ultimo Arcade Fire, Reflektor: chi lo ha valutato quale capolavoro, ha dovuto scontrarsi con quanti l’hanno visto quale ciofeca inenarrabile. Io mi metto nel mezzo, nel senso che lo considero un album discreto, con qualche buona canzone, un paio ottime e un bel po’ di roba di grana un po’ grossa. Ammetto anche, però, di non avergli ancora dedicato la giusta attenzione, prendete quindi queste considerazioni per quello che sono, impressioni più che altro. Grande credito presso la critica hanno avuto pure AM degli Arctic Monkeys e Trouble Will Find Me dei National, due band che apprezzo ma per cui non stravedo. Non sono invece rimasto deluso dall’evoluzione e dai cambiamenti in casa Midlake: è vero, in Antiphon il prog è pericolosamente protagonista, ma l’insieme mi piace parecchio e, anzi, penso sia questo il miglior lavoro della band americana. Bello ed ambizioso anche l’ultimo Okkervil River, The Silver Gymnasium, così come da sentire è anche il disco di cover dei loro cugini Shearwater, Fellow Travellers. Come sempre di grande livello il ritorno dei Califone con Stitches, mentre il poco invidiabile primato di schifezza dell’anno se lo beccano senza esitazione i Pearl Jam: il loro Lightning Bolt non si può proprio sentire! Come sempre, grandi soddisfazioni arrivano dalle bands dedite alla psichedelia: dagli immensi Arbouretum di Coming Out Of The Fog ai Black Angels di Indigo Meadows, dalle molte incarnazioni di Ty Segall (Fuzz in testa) ai soliti ma sempre esaltanti Wooden Shijps, passando poi per Grim Tower, Dead Meadow e White Hills fra le tante cose sentite. Tra i gruppi più o meno nuovi, da non dimenticare New Moon  dei The Men, i debutti delle Savages, dei Rose Windows e degli Strypes, l’ottimo General Dome di Buke And Gase, Threace dei CAVE e il folle Make Memories dei Foot Village. Tra le cose, diciamo così, più sperimentali o comunque meno rock, l’immenso Colin Stetson di New History Warfare Vol.3 – To See More Light, le doppietta Fire!/Fire! Orchestra, (without noticing)/Exit!, All My Relations di Black Pus, i Boards Of Canada di Tomorrow’s Harvest, i Wolf Eyes di No Answer: Lower Floor, i Matmos di The Marriage Of True Minds e i Fuck Buttons di Slow Focus.

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ITALIANI

Nessun italiano in questa classifica? Eccoli qui! Per il sottoscritto il titolo italiano dell’anno è Aspettando I Barbari dei Massimo Volume, intenso, scuro e potente. Bellissimo come sempre il nuovo Cesare Basile (con un disco omonimo), così come anche Quintale dei Bachi Da Pietra, sorta di svolta “rock” per il duo. Ambiziosissimo, monumentale, straordinario, il nuovo Baustelle, Fantasma. Tra le altre cose da recuperare assolutamente, lo splendido esordio dei Blue Willa, il recente album di Saluti Da Saturno, Post Krieg di Simona Gretchen, Without dei There Will Be Blood, il nuovo Sparkle In Grey e Hazy Lights di Be My Delay.

WATERBOYS

RISTAMPE

Se possibile, escono ancora più ristampe e cofanetti retrospettivi che dischi nuovi. Questa sezione potrebbe pertanto essere la più lunga di tutte. Voglio però limitarmi a citarne solo due, perché sono state quelle per me più importanti e significative dell’annata. Non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra e questa è un’altra cosa che mi stuzzica non poco. Inanzitutto il box in sei CD sulle session di Fisherman’s Blues dei Waterboys: Fisherman’s Box è uno scrigno colmo di tesori, un oggetto a cui tornare e ritornare più e più volte, con tanta di quella musica immensa dentro che quasi non ci si crede. A lui affianco la ristampa (rigorosamente in vinile) di ½ Gentlemen/Not Beasts degli Half Japanese, uno dei dischi più rumorosi, grezzi, folli, infantili, per molti versi agghiacciante dell’intera storia del rock. Per farla breve, un capolavoro!

Qui sotto i miei venti dischi dell’anno, in rigoroso ordine alfabetico. E’ tutto, buon 2014!

ARBOURETUM – COMING OUT OF THE FOG

BLACK ANGELS – INDIGO MEADOWS

BILL CALLAHAN – DREAM RIVER

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – PUSH THE SKY AWAY

THE FLAMING LIPS – THE TERROR

FUZZ – FUZZ

LISA GERMANO – NO ELEPHANTS

ROY HARPER – MAN AND MYTH

GRANT HART – THE ARGUMENT

THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL

LOW – THE INVISIBLE WAY

MASSIMO VOLUME – ASPETTANDO I BARBARI

MAZZY STAR – SEASONS OF YOUR DAY

MELVINS – TRES CABRONES

JOHN MURRY – THE GRACELESS AGE

MY BLOODY VALENTINE – MBV

PHOSPHORESCENT – MUCHACHO

PRIMAL SCREAM – MORE LIGHT

MATTHEW E. WHITE – BIG INNER

JONATHAN WILSON – FANFARE

BOX SET: THE WATERBOYS – FISHERMAN’S BOX

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DINOSAUR JR @ Bloom 15 febbraio 2013 + YO LA TENGO @ Limelight 10 marzo 2013

Nell’arco di circa un mese, gli spettatori d’area milanese, hanno avuto l’opportunità di vedere in azione due delle più leggendarie indie-rock band americane, entrambe nate negli anni ’80, entrambe con un nuovo disco recentemente pubblicato ed entrambe alla loro unica data italiana. Partiamo dai Dinosaur Jr, giunti a metà febbraio in un Bloom prevedibilmente sold out. Ad aprire la serata, un bel set voce e chitarra ad opera dell’ex Come e Codeine (ma a dire il vero anche molto altro) Chris Brokaw, intento a presentare le canzoni del suo recente Gambler’s Ecstasy. Una mezz’oretta introduttiva, che ha anticipato il profluvio di distorsione che sarebbe di lì a poco arrivata. Un concerto dei Dinosaur Jr è, ancora oggi, una prova per i propri paudiglioni auricolari. Nessun fronzolo, nessun elemento accessorio: solo J Mascis, la sua chitarra, il muro di amplificatori Marshall, e la martellante sezione ritmica operata da Lou Barlow e da Murph. Rispetto all’ultima volta che li avevo visti, un paio d’anni fa, in cui m’erano parsi un po’ svogliati, stavolta son sembrati in gran forma. Mascis rimane il solito orso che, se dice qualche parola, lo fa quasi grugnendo, però la sua chitarra è ancora capace d’infliggere sferzate d’elettricità, ed è proprio quest’ultima, come sempre, la protagonista della serata. In un’ora e mezza di show e sedici canzoni, hanno saccheggiato in lungo ed in largo il loro repertorio, attingendo dall’ultimo I Bet On Sky con moderazione (giusto Watch The Corners e Rude), e per il resto affidandosi a pezzi accolti con entusiasmo come Wagon, Out There, Feel The Pain e In A Jar. Il meglio nel finale, quando parte la sempre attesa Freak Scene e quando superano la soglia del dolore, nel bis, con l’accoppiata Just Like Heaven/Sludgefeast. Quasi un mese dopo, il 10 marzo, è stata invece la volta degli Yo La Tengo, finalmente tornati a Milano dopo una lunga assenza. Sul palco del Limelight – un ex cinema, ora una discoteca che, probabilmente, molti di voi ricorderanno col nome di City Square o Propaganda – campeggiano tre alberelli cartonati, i quali rimandano ovviamente al grande albero che fa bella mostra di sé sulla copertina dell’ultimo, ottimo Fade. Unica, piccola concessione scenografica in un concerto che, per il resto, ha emozionato fondamentalmente con della grande musica. Grandissima idea del tour che stanno portando in giro in questo momento, è quella del doppio set: in pratica, ad un’oretta completamente acustica, ne segue un’altra, al contrario, del tutto elettrica. Qui a Milano, salgono sul palco abbastanza puntuali: Ira Kaplan con maglietta a righe ed il solito aspetto da bravo ragazzo, Georgia Hubley con camicia da boscaiola e la solita timidezza imbronciata, James McNew grande, grosso e impassibile dietro il suo basso e alle tastiere. La prima parte dello show è quella acustica: i tre sono sul palco seduti, in fila tutti su una stessa linea. Suonano quasi come un sussurro gli Yo La Tengo, delicatissimi, intrisi di dolcezza poetica. Giusto qui e là entra una linea di basso a movimentare le acque, fa capolino una tastiera a riempire un po’, oppure la batteria ha un piccolo impeto, ma in generale, questa prima parte, rimane un momento come sospeso nell’aria e tenerissimo. Ottima la versione della nuova Ohm, splendide I’m On My Way, l’incantevole Cornelia And Jane e Decora (A Rehearsal), tutte presenti in un set assai poco d’impatto ma, comunque, apprezzato lo stesso dal pubblico. E’ chiaro, però, che tutti si aspettavano la parte elettrica dello show. Al termine del set acustico, i tre scendono dal palco, il quale viene riassestato e, dopo una pausa a dire il vero un po’ lunghetta, vi tornano sopra cambiando radicalmente sonorità. Tanto la prima parte era stata lieve e sussurrata, tanto questa è rumorosa e acida. Paiono un’altra band, ma chi conosce la discografia degli Yo La Tengo, sa che entrambi gli elementi fanno parte del loro modo d’essere. Detta subito il passo a quello che seguirà l’attacco con Stupid Things, un concentrato di feedback e dissonanze elettriche, presto raddoppiate dall’ipnosi sonicyouthiana di una stratosferica Flyng Lesson (Hot Chicken #1), dalla potenza garage di Watch Out For Me Ronnie e dalla ripresa di Ohm che, nella sua veste elettrica, dimostra di essere già un nuovo classico per la band. L’apoteosi arriva però con la Little Honda dei Beach Boys dove, per oltre dieci minuti, danno vita ad una devastante deflagrazione di rumore bianco e distorsione estatica. Pare il finale perfetto questo ma, nel bis, c’è ancora spazio per nuove emozioni: dapprima una bellissima Upside-Down, poi un’arrabbiatissima cover di Nervous Breakdown dei Black Flag (cantata da McNew) ed infine la ciliegina sulla torta con la Tried So Hard di Gene Clark, che faceva bella mostra di sé già sul loro Fakebook del 1990. Non sono invecchiati di una virgola, da allora, gli Yo La Tengo. Dio o chi per esso li mantenga sempre così. Concerto straordinario!

Lino Brunetti

Foto © Lino Brunetti

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