SPIRITUAL BEGGARS “EARTH BLUES”

SPIRITUAL BEGGARS

Earth Blues

Inside Out

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Se si dovesse fare la somma delle capacità individuali all’interno di un gruppo come gli Spiritual Beggars non potremmo far altro che constatare di trovarci di fronte ad un supergruppo. Creati da Michael Amott (ex Carcass e poi Arch Enemy) a metà degli anni novanta hanno saputo ritagliarsi un ruolo di spicco nella scena stoner psych mondiale fino ad arrivare al capolavoro Ad Astra del 2000. Il nuovo millennio ha visto l’abbandono del cantante Janne Christofferson e il gruppo si è mosso poco sino alla ressurrezione con il nuovo cantante, di chiare origini greche, Apollo Papathanasio. Alla fine dei conti però il precedente Return To Zero si adagiava con poco nerbo in un clima di scarsa qualità lasciando presagire nubi temporalesche all’orizzonte. Con il nuovo lavoro le nubi non si sono dissipate completamente ma di certo si ha l’impressione che l’amalga con Apollo sia decisamente migliore e abbandonando la strada puramente psichedelica hanno abbracciato in pieno l’hard rock della metà degli anni settanta. Un ruolo da protagonista lo rivestono le tastiere di Per Wiberg (Opeth) a mio giudizio fin troppo ingombranti in alcuni casi, e proprio su questo strumento il parallelismo con i Deep Purple di Jon Lord è fin troppo evidente: Road To Madness e Freedom Song potrebbero benissimo essere state scritte dagli autori di Made in Japan. Poi si pesca a piene mani tra l’hard rock dei Thin Lizzy (Hello Sorrow) e le ballate blues che tanto piacevano a David Coverdale (Dreamer). In mezzo a tutto questo ci sono pochi cali di tensione ma anche pochi picchi da ricordare, fattori questi che rendono l’album leggermente monotono e meno pulsante di quanto da loro ci si aspetterebbe. Le cose migliori si hanno quando viene omaggiato alla grande lo spirito di Ronnie James Dio all’epoca gloriosa dei primi Rainbow (Legend Collapse e la stentorea Too Old To Die Young sono sintomatiche di questa tendenza), quando si gettano senza fronzoli in hard rock potenti e tirati (Wise As A Serpent) oppure nella bella Turn The Tide che sembra un mix tra Paranoid e Strange Kind Of Woman. Però intorno c’è dell’altro e non è tutto all’altezza delle aspettative, gli svedesi sono potenzialmente un gruppo devastante che non riesce a sprigionare appieno la propria forza nonostante Amott sia un chitarrista sopraffino capace di distribuire assoli impressionanti in ogni angolo del disco. Proprio per questo il bicchiere resta mezzo vuoto, ma la metà piena è riempita con ottimo vino.

Daniele Ghiro

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