JUANITA STEIN “Snapshot”

JUANITA STEIN
SNAPSHOT

Nude Records

La prima volta che le è capitato di cantare in uno studio di registrazione, l’australiana Juanita Stein era una bambina di appena 5 anni, ma le emozioni suscitate da quei timidi vocalizzi che addolcivano un’aspra ballata country del padre Peter, devono essergli rimaste in testa come una specie di fissazione, visto che da quel momento pare non abbia mai voluto fare altro: al principio con formazioni giovanili come i Waikiki, dal 2004 con il progetto Howling Bells, col quale otteniene un più che discreto successo e oggi con una brillante carriera solista, già al terzo capitolo con il nuovo Snapshot.

Crescendo sono stati i dischi dei Beatles, di Bob Marley, Nirvana, Juliana Hatfield, Bjork, Kate Bush e Jimi Hendrix a plasmare i suoi gusti musicali, ma il ricordo di quella prima esperienza, che ha in qualche modo determinato il futuro di Juanita Stein, deve essere riaffiorato spesso e in particolare nel corso della realizzazione di Snapshot, dato che a ispirarne le canzoni è stata la triste e improvvisa scomparsa del padre, un cantautore d’ingegno e di scarsa fama (almeno al di fuori del continente australiano) che per primo aveva intravisto del talento nell’amorevole figlioletta.

Stavolta a credere nelle sue capacità e nelle sue canzoni è il celebre produttore Ben Hillier, che ha registrato Snapshot nelle stanze del suo studio Agricultural Audio in Inghilterra, senza ricorrere agli artifici delle mega produzioni a cui è abituato (Blur, Elbow, Depeche Mode e Doves nel suo curriculum), ma provando a cogliere tutta la freschezza e l’immediatezza dell’affascinante combinazione di aeree melodie pop, nervosa urgenza rock, etereo country e sognante psichedelia generata da un quartetto composto da Juanita al canto e alla chitarra, dal fratello Joel Stein alla chitarra solista, da Jimi Wheelwright al basso e da Evan Jenkins alla batteria.

“…Non c’è un incantesimo che possa alleviare la sofferenza…” canta Juanita Stein nella titletrack, ma le canzoni di Snapshot sembrano esserci riuscite, perché non c’è una sola nota di dolore nella gioiosa vitalità che pervade ariosi folk rock come la solare Lucky, seducenti mosaici pop rock come Reckoning, acidi blues come L.O.F.T., affascinanti ballate lynchiane come quelle che interpretava Julee Cruise come 1, 2, 3, 4, 5, 6, ovattate parabole psichedeliche come The Mavericks o serenate country come In The End: solo un lieve senso di pensosa malinconia filtra nel folk cameristico di una personalissima Hey Mama.

È passato molto tempo dalla sua prima volta davanti a un microfono, oggi Juanita Stein ha una bella voce e ha imparato a usarla, gli argomenti non le mancano e la personalità nemmeno, ma quando canta le canzoni di Snapshot pare che l’entusiasmo e le emozioni siano proprio le stesse di allora.

Luca Salmini

SONGHOY BLUES “Optimisme”

SONGHOY BLUES
OPTIMISME

Transgressive Recordings/ Fat Possum

E’ difficile oggi considerare il rock’n’roll come una musica in qualche modo rivoluzionaria, salvo si stia parlando di una formazione pugnace come i Songhoy Blues, che ha combattuto a suon di chitarre le restrizioni sociali imposte dalle leggi dell’estremismo islamico in Mali e in generale sul territorio africano, spesso scontando in prima persona le pene dell’esilio e della persecuzione.

Di quell’espressione artistica che per assonanza geografica con i luoghi d’origine subsahariani, il mondo ormai conosce come “desert blues”, i Songhoy Blues rappresentano l’ultima generazione, la più contaminata, probabilmente la più occidentale in quanto ad ispirazione: sono cresciuti infatti osservando da lontano il successo del più eminente interprete del genere, il leggendario Ali Farka Touré, ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix e John Lee Hooker e in un secondo tempo provando a intercettare tutto il r’n’b e l’hip hop che passava dalle parti di Timbuktu. Ci sono voluti l’interesse di Damon Albarn dei Blur e di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs insieme alle riprese del documentario They Will Have To Kill Us First, perché l’occidente si accorgesse di loro, ma da quel momento i Songhoy Blues non si sono più fermati, mettendo in fila tre dischi uno più bello dell’altro (Music In Exile del ’15, Résistance del ’17 e il nuovo Optimisme) e centinaia di concerti sui più prestigiosi palcoscenici dell’emisfero (dal festival di Glastombury alla Royal Albert Hall).

È sull’onda dell’entusiasmo per il successo fin qui ottenuto che i Songhoy Blues hanno cominciato le sessions di registrazione del loro nuovo album di studio Optimisme, inciso in uno studio di Brooklyn a New York con la produzione del chitarrista Matt Sweeney, che eleva ulteriormente il volume delle chitarre e il ritmo dei tamburi del quartetto che la cartella stampa già considera “…il futuro del rock’n’roll africano…”.

Le intenzioni di Sweeney sono di imprimere su nastro l’eccitazione e l’immediatezza degli spettacoli dal vivo e l’operazione pare essergli riuscita almeno a giudicare dalla ruvida furia punk-rock di Badala, in pratica quello che avrebbero suonato i Ramones se fossero nati nella lower east side di Bamako; dallo psichedelico riverberare di Assadja o dai bollori afro-funk di una incandescente Fey Fey.

Con un processo simile a quanto a suo tempo accadde al blues del Delta quando arrivò a Chicago, i Songhoy Blues elettrificano il tribalismo della musica maliana trasformandolo nell’esplosiva ed esotica miscela di rock, funk, soul e psichedelia che echeggia quando partono gli accordi circolari di una frenetica Gabi, i Led Zeppelin del terzo album smarriti tra le dune del Sahara di Korfo, i canti berberi in salsa funkedelica di Bon Bon, il blues all’acido lisergico di Worry o la dolce malinconia di una ballata corale in orbita gospel come Kouma.

Secondo Alex Chilton “…il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa…” ed è con lo stesso spirito che i Songhoy Blues devono aver interpretato la realizzazione di Optimisme, trasformando le tradizioni, i canti e la cultura della loro terra nel più eccitante prototipo di rock’n’roll che possa capitare di ascoltare.

Luca Salmini

ROBERT WYATT “His Greatest Misses”

ROBERT WYATT
HIS GREATEST MISSES

Domino Recordings LP

Difficile che una singola selezione di brani possa essere considerata rappresentativa di una personalità complessa e di un percorso artistico articolato quanto quelli di Robert Wyatt, ma in questo senso His Greatest Misses è probabilmente la migliore e non di meno una delle tante possibili o almeno la più esauriente introduzione all’opera che riguarda la carriera solista dell’iconico cantautore inglese.

Pubblicata nel 2004 esclusivamente per il mercato giapponese oggi viene ristampata in un doppio vinile che raccoglie 17 tracce estratte dal catalogo dell’artista, documentando il periodo che va da Rock Bottom del ’74 fino a Cockooland del 2003. Assecondando il carattere eccentrico del personaggio, la collezione si intitola Le Sue Più Grandi Sconfitte, prendendo spunto dal fatto che Robert Wyatt non è mai stato un artista da successi in classifica, anche se é evidente che molte di queste canzoni farebbero la differenza nel repertorio di qualsiasi musicista e avrebbero meritato tutt’altra attenzione da parte del grande pubblico.

Del resto Wyatt è una delle voci più sensibili del cantautorato britannico e la sua musica è una complessa combinazione di rock canterburiano, pop, folk, jazz e avanguardia che sfugge qualsiasi classificazione commerciale come testimoniano l’immensa Sea Song, una canzone che da sola dovrebbe valere la gloria al suo autore anche se non avesse composto altro o la stupenda Shipbuilding, scritta per lui da Elvis Costello e interpretata come nessun altro saprebbe.

Non ci sono inediti, ma le rarità e le curiosità non mancano, tra queste la versione di I’m A Believer di Neil Diamond inclusa in un singolo di inizio carriera o i 52 secondi di stranianti vocalizzi di Muddy Mouse (b), in ordine sparso gran parte del resto è prossimo al capolavoro a partire da Free Will And Testament, una magnifica ballata dall’aura folk rock presa da Shleep del ’97, passando per la progressiva Little Red Robin Hood Hit The Road da Rock Bottom, per il jazz rock canterburiano di Solar Flares, per l’esotismo di Arauco e della percussiva Alien, fino all’elegante duetto swing con Karen Mantler di una struggente Mister E da Cuckooland.

Perfetta introduzione per il neofita al meraviglioso mondo di Robert Wyatt, per tutti gli altri His Greatest Misses è l’occasione per riscoprire alcuni classici di uno degli autori più influenti e rispettati dell’intero rock britannico, specialmente in un momento in cui sembra aver purtroppo rallentato la produzione.

Luca Salmini

40 meno 22 = 18 (anni al Buscadero)

Come tutti saprete, col numero di dicembre 2020 Buscadero ha compiuto 40 anni ininterrotti in edicola, un traguardo clamoroso che tutti ci auguriamo sia solo una tappa in una storia ancora più lunga.

Non è l’unico compleanno che si festeggia in questi giorni. L’altro è più personale, ma almeno per me comunque importante. Col numero di gennaio 2021, quello che sta per uscire, giungo infatti alla bellezza di 18 anni di collaborazione col Busca, divento insomma maggiorenne!

La mia collaborazione – possiamo ben dire la mia prima vera esperienza di scrittura su una rivista, e probabilmente nei primi pezzi la cosa si nota eccome, più di una cazzata sarà scappata e chiedo venia a posteriori – iniziava infatti col numero 243, febbraio 2003, Nick Cave in copertina.

Su quel numero partiva la rubrica Backstreets (erede della vecchia “Bobine”), inizialmente dedicata a demo e autoproduzioni, ma ben presto trasformata in uno spazio dove parlare di quel rock (in senso molto ampio) italiano che non trovava spazio sul resto della rivista, cosa che è ancora oggi.

Prima recensione, invece, quella di Each One, Teach One degli Oneida, disco ben poco buscaderiano che, fin da subito, ha marcato quello che si era più o meno deciso dovesse essere il mio ruolo all’interno della rivista, non dico quello del guastatore, ma comunque quello propenso ad andare fuori dal seminato.

All’inizio qualche mugugno tra i lettori più tradizionalisti l’avrò anche creato, ma Paolo Carù ha sempre avuto fiducia in me e, col resto della redazione, dieci anni dopo, nel 2013, mi ha addirittura accolto nel comitato redazionale.

Qui di seguito troverete una lunga playlist di ben 230 brani, quasi 20 ore di musica. È composta da una selezione di canzoni tratte da alcune delle centinaia e centinaia di dischi che ho recensito in questi anni. Ci sono nomi grossi e non, qualcuno manca perché non c’è su Spotify (ebbene si, non c’è tutto!) e, in qualche modo, la potete vedere come una soggettivissima carrellata sugli ultimi 18 anni in musica, dal febbraio 2003 al gennaio 2021.

Oltre a tutte le altre celebrazioni per il quarantennale del Busca, si aggiunge qui anche la mia. Grazie Paolo, grazie Buscadero e tanti auguri per i tuoi primi 40 anni! E, in piccolo, tanti auguri anche a me!

Best 2020

Che il 2020 sia stato un anno terribile, di cui tutti non vediamo l’ora di sbarazzarci, è una cosa che non devo venire io a dirvela. Che eredità si lascerà alle spalle questo allucinante anno fatto di malattia, morte, isolamento, slanci di solidarietà, ma in alcuni casi anche di follia, è assai difficile dirlo adesso, quando ancora ci siamo in mezzo. Devo dire che all’inizio, tra marzo e aprile, la sensazione che potesse essere almeno l’occasione per rivedere o quantomeno aggiustare la nostra way of life ce l’avevo anche; a distanza di qualche mese quella convinzione vacilla, perché tra le tante discussioni che sento sul nostro futuro da parte di politici e governanti di tutto il mondo, mi pare che la grande assente sia quella riguardante ciò che vorremo fare in futuro per salvaguardare il nostro pianeta e metterci al riparo da altre probabili pandemie (o peggio), come vorremo riaggiustare l’accesso alle sue risorse, per non parlare poi di una analisi seria sul fatto che anche grazie a questa immane tragedia si è ancor di più acuita la divaricazione fra ricchissimi e poveri/poverissimi.

Mi fermo qui, non è questa la sede per discorsi di questo tipo. Francamente non ho neppure gli strumenti e le capacità per addentrarmi troppo in questo territorio. Lasciatemi però ricordare un’immagine che rimarrà nella Storia e che, in futuro, racconterà questi tempi senza bisogno di parole: è quella del papa solitario in una piazza deserta, sotto la pioggia. Non c’è bisogno di essere religiosi, né tantomeno aver bisogno di chissà quali conoscenze per coglierne la portata simbolica e la deflagrante potenza emotiva. In un articolo che parla del meglio del 2020, non si poteva proprio non citarla!

Passiamo quindi alla musica. Per fortuna, da questo punto di vista le cose sono andate benissimo, di dischi bellissimi ne sono usciti una valangata quest’anno e lo dimostra la lunghissima playlist che ho allegato in coda a questo articolo, con pezzi tratti da oltre 200 album, eppure, nonostante ciò, lo stesso parziale, monca di un sacco di dischi che avrei voluto sentire, ma ai quali ancora non sono riuscito ad avvicinarmi.

Nel compilare la lista – trenta titoli internazionali, un disco live, cinque italiani e una piccola selezione di ristampe/boxset – mi sono attenuto alle regole di sempre: il mio gusto personale ovviamente; la volontà di coprire più o meno i vari generi che seguo; infine le frequentazioni (hanno vinto insomma i dischi che ho ascoltato di più).

Mio personale disco dell’anno – ma da quello che vedo in giro, non solo mio – Fetch The Bolt Cutters di Fiona Apple, un’autrice che non si fa viva molto spesso, ma che ogni volta che lo fa dimostra il suo incredibile talento. Qui unisce scrittura eccelsa, arrangiamenti originalissimi, la capacità di piegare i generi al proprio volere e un gusto pop mai diretto, piuttosto laterale anzi, messo al servizio di testi che lasciano il segno. Non la faccio troppo lunga, un capolavoro!

Appena un gradino sotto il nuovo Bob Dylan che, messe finalmente da parte le riletture sinatriane, è tornato con un disco ipnotico e letterario, con una voce macerata dagli anni più fascinosa che mai e un pugno di brani anch’essi forse non così immediati, ma proprio per questo destinati a durare e fonte continua di piacere.

In quello che segue, di tutto un po’: giovani cantautori dal piglio indubbiamente personale (Kevin Morby, Daniel Blumberg, Sam Amidon, Sam Lee); un drappello di cantautrici che avrebbe potuto essere decisamente più ampio e che mi ha fatto penare fino all’ultimo in termini di inclusioni ed esclusioni (Jess Williamson, Waxahatchee, Adrianne Lenker, A.A. Williams, This Is The Kit); band e musicisti “storici” tornati con dischi di altissimo livello (Thurston Moore, The Flaming Lips, Bright Eyes, Fleet Foxes, Sonic Boom, The Dream Syndicate, X, Black Lips); nuove band che consolidano le loro carriere (IDLES, Fontaines D.C., Metz); formazioni di ultra culto (Big Blood); musicisti tra jazz, black music e inafferabilità (Shabaka & The AncestorsMourning (A) BLKstar, Horse Lords, The Heliocentrics); esordienti o giù di lì (Porridge Radio, King Hannah).

Un commento a parte se lo merita Bruce Springsteen. Letter To You non è il capolavoro di cui si è letto da più parti; la sua parte centrale è tutto sommato deboluccia, anche se ammetto che si fa comunque ascoltare con piacere. Ci sono cose, però, qui dentro, che sono tra le migliori sentite quest’anno. Sappiamo tutti che il furbone è andato a ripescare tre pezzi vecchi del suo repertorio inedito, ma non era così scontato che ce le propinasse con un suono così spettacolare, per qualsiasi springsteeniano addirittura da lucciconi agli occhi, ma credo grandiosi per chiunque abbia anche solo vaghe conoscenze musicali. Il resto beneficia del più classico suono E-Street Band e, nei casi migliori, riesce addirittura a esaltare, come probabilmente non succedeva da anni con un disco di Springsteen (anche se a me, per dire, Western Stars piaceva non poco). Molte di queste canzoni (Burning Train, Ghosts, I’ll See You In My Dreams, la stessa Letter To You), sono sicuro che spaccheranno dal vivo e insieme alle tre (citiamole: Janey Needs A Shooter, If I Was The Priest, Songs For Orphans) spero proprio che potremo vederle dal vivo il prima possibile.

I dischi italiani che ho messo in lista avrei potuto tranquillamente mescolarli assieme agli altri, ma ho preferito segnalarli a parte per permettere di identificarli più velocemente. Grandioso il nuovo monumentale album di Giorgio Canali & Rossofuoco, fascinosissime le canzoni oscure e gotiche di Nero Kane, una bella sorpresa l’esordio dei Viadellironia, come sempre ficcante la psichedelia dei Giöbia. Bellissimo poi l’album di Annie Barbazza, scoperto proprio di recente grazie alla sua inclusione in alcune liste di fine anno, uno dei motivi per cui queste classifiche continuano a essere un giochetto sempre interessante.

Sulle ristampe non mi dilungo molto, ne ho scelte otto, ma ne sono uscite una marea di parimenti interessanti. Citando invece lo stupendo disco dal vivo dei War On Drugs, arriviamo invece a quella che è stata la vera tragedia del 2020 musicale: la quasi totale assenza dei concerti. Non voglio tornare nuovamente sulla questione, ma è chiaro che il mio augurio più grande per il 2021 è che si possa finalmente tornare ad assistere alla musica dal vivo, perché è lì che si alimenta sul serio la passione per la musica, che la si vive in maniera completa. Dedico quindi questo articolo a tutti i gestori di locali, promoter, tecnici, baristi e a tutti coloro che operano nel settore a vario titolo, perché questa maledetta pandemia rischia di spazzare via anni di esperienze e una serie di professionisti che non se lo meritano affatto e che da quasi un anno soffrono mille difficoltà. E ovviamente lo dedico anche a quei musicisti che hanno bisogno dei concerti per continuare a fare la propria musica e sopravvivere. Speriamo davvero che nel corso del 2021, almeno in questo, si possa tornare alla normalità, mandando definitivamente affanculo questo annus horribilis!

Lino Brunetti

IL PODIO

FIONA APPLE – Fetch The Bolt Cutters

BOB DYLAN – Rough And Rowdy Ways

IL RESTO (in ordine alfabetico)

SAM AMIDON – Sam Amidon

BIG BLOOD – Do You Wanna Have A Skeleton Dream?

BLACK LIPS – Sing In A World That’s Falling Apart

DANIEL BLUMBERG – ON&ON&ON

BRIGHT EYES – Down In The Weeds, Where The World Once Was

FLEET FOXES – Shore

FONTAINES D.C. – A Hero’s Death

HORSE LORDS – The Common Task

IDLES – Ultra Mono

KING HANNAH – Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine

SAM LEE – Old Wow

ADRIANNE LENKER – Songs & Instrumentals

METZ – Atlas Vending

THURSTON MOORE – By The Fire

KEVIN MORBY – Sundowner

MOURNING (A) BLKSTAR – The Cycle

PORRIDGE RADIO – Every Bad

SHABAKA & THE ANCESTORS – We Are Sent Here By History

SONIC BOOM – All Things Being Equal

BRUCE SPRINGSTEEN – Letter To You

THE DREAM SYNDICATE – The Universe Inside

THE FLAMING LIPS – American Head

THE HELIOCENTRICS – Infinity Of Now

THIS IS THE KIT – Off Off On

WAXAHATCHEE – Saint Cloud

A.A. WILLIAMS – Forever Blue

JESS WILLIAMSON – Sorceress

X – Alphabetland

LIVE ALBUM

THE WAR ON DRUGS – Live Drugs

ITALIA

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO – Venti

NERO KANE – Tales Of Faith And Lunacy

VIADELLIRONIA – Le Radici Sul Soffitto

ANNIE BARBAZZA – Vive

GIÖBIA – Plasmatic Idol

RISTAMPE

A.A.V.V. – The Harry Smith B-Sides

TREES – Trees 50th Anniversary

RICHARD & LINDA THOMPSON – Hard Luck Stories 1972-1982

LOU REED – New York – Deluxe Edition

PRINCE – Sign ‘O’ The Times

TOM PETTY – Wildflowers & All The Rest

THE ROLLING STONES – Goats Head Soup – Deluxe Edition

SWANS – Children Of God/Feel Good Now

Il video di Insulo De La Rozoj degli EAR

Pubblichiamo volentieri il cortometraggio che gli EAR hanno realizzato col regista Massimo Garavini, girato sul loro brano Insulo De La Razoj, tratto dal disco Exousia, recensito da Luca Salmini in Backstreets, nella sua versione di rubrica sul Buscadero. Buona visione!!

Begonio ha un desiderio segreto. La notte e poi l’alba. La paura, poi la fiducia. Le tenebre e la luce. La solitudine e poi il conforto. Con cosa coincide la propria libertà? Il nuovo singolo degli EAR “Insulo de La Rozoj” è ispirato alla storia vera dell’Isola delle Rose: la micronazione ideata, progettata e creata dall’Ing. Giorgio Rosa al largo della costa di Rimini. “Non era un atto di ribellione, ma un sogno di libertà”. [Ing. Giorgio Rosa, ideatore, progettatore e creatore dell’Isola delle Rose]

Massimo Garavini: regia e montaggio
Gianluca Palma: artigiano, musicista e artista
Filippo Cantoni: direttore della fotografia
Marco Gianstefani: correzione colore
Roberta Mongardi: supporto fotografico

Interpreti: Begonio, Bozzetto, Tharros, Bruco e Farfalla.
Sceneggiatura: Massimo Garavini, Andrea Barlotti, Cristiano Sapori

ANE BRUN “After The Great Storm” + “How Beauty Holds The Hand Of Sorrow”

ANE BRUN
AFTER THE GREAT STORM
HOW BEAUTY HOLDS THE HAND OF SORROW
Baloon Ranger Recordings

Ane Brun è una cantautrice norvegese, ormai da moltissimo tempo residente in Svezia. Di buona fama sia nel paese d’origine che in quello adottivo, dalle nostre parti è nota giusto agli appassionati di cantautorato al femminile e questo nonostante, coi due qui recensiti, arrivi ad almeno nove album in studio, a cui vanno aggiunti live, EP e altre cose collaterali. Sebbene negli ultimi anni sia rimasta attiva e abbia continuato a pubblicare opere a suo nome, in realtà era dal 2015 che non pubblicava un nuovo album di inediti. La morte del padre, nel 2016, è stato uno shock anche superiore a quello che avrebbe potuto immaginare, tanto da inibire la sua scrittura, solitamente il mezzo da lei usato catarticamente per superare qualsiasi trauma o per sublimare le emozioni. Questo fino all’anno scorso, periodo in cui ha ricominciato a scrivere, tanto da arrivare a pubblicare oggi addirittura due album, inizialmente pensati per essere un doppio, ma poi separati per via del loro diverso carattere, più estroverso e ardito il primo, decisamente più raccolto e introspettivo il secondo.

After The Great Storm è un disco di cantautorato pop moderno, piuttosto lontano dalla Ane Brun più classica, quella armata di chitarra acustica dei primi tempi. Qui si mette in mostra un certo amore per il moderno soul/R&B contemporaneo, accolto tra le maglie del proprio songwriting in pezzi come Honey o We Need A Mother, brani in cui la fanno da padrone beat elettronici e tastiere, così come avviene anche in altre parti del disco, vedi il pulsare dei sequencer in Take Hold On Me, il ritmo hip hop a là Streets Of Philadelphia di Don’t Run And Hide, il groove incalzante di The Waiting. Non che qui ci si scrolli del tutto di dosso la malinconia, perché a un bel pezzo pop come Crumbs, rispondono ballate orchestrali come After The Great Storm o Fingerprints. Il tutto è buono, ma alcuni lo potrebbero trovare fin troppo mainstream e, un po’ paradossalmente, non sempre del tutto coinvolgente.

Per il sottoscritto meglio, diciamo almeno una mezza stella in più, How Beauty Holds The Hand Of Sorrow (c’è da dire che entrambi i titoli sono parecchio evocativi), disco decisamente più in linea con la Ane Brun che forse conoscete, più malinconico e cantautorale, ma anche più libero di far fluire i sentimenti senza filtri e in maniera più autentica e toccante. Vi basterà del resto sentire la versione che c’è qui dentro di Don’t Run And Hide, l’unica canzone in comune fra i due dischi, a cui bastano la voce e il piano per raggiungere il cuore. Sono canzoni queste che si spostano dai club alla solitudine di una stanza dalle luci fioche e le finestre rigate dalla pioggia. Il pianoforte domina brani toccanti, intensi e tristissimi quali Last Breath e Closer, la prima anche spolverata dagli archi. Il tono generale è quello della canzone d’autore, magari ingentilita da una bella melodia (Song For Thrill And Tom) o permeata da una limpidezza abbagliante, quasi a là Joni Mitchell (una Meet You At The Delta per voce, acustica e qualche nota di piano). Qui ovviamente le ballate la fanno da padrona: vale per le più arrangiate Trust e Gentle Wind Of Gratitude, così come per l’ipnotica, bellissima Breaking The Surface o l’accorata Lose My Way (con un featuring di Dustin O’Halloran). Sul primo decidete voi, ma quest’ultimo disco io vi consiglio d’ascoltarlo.

Lino Brunetti

VICTOR HERRERO “Hermana”

VICTOR HERRERO
HERMANA
El Volcàn Music

“...Una grandiosa miscela di folk spagnolo e esplorazioni psichedeliche…magari difficile da descrivere…ma semplicemente straordinaria...”: in genere è questo il tenore dei commenti che la musica di Victor Herrero suscita tra gli addetti ai lavori come il chitarrista Buck Curran e del resto basta ascoltare i suoi preziosi accompagnamenti nei dischi della cantautrice americana Josephine Foster, il suo lavoro nell’album Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela o l’esotica meraviglia di un disco come il nuovo Hermana per intuire quali siano le ragioni di tanto entusiasmo.

Se lo si chiedesse a lui, Victor Herrero direbbe magari che le sue fonti d’ispirazione sono le canzoni di protesta di Violeta Parra e Victor Jara, ma c’è anche chi nella sua musica riesce a fantasticare di suggestioni con l’arte di Leonard Cohen, Robbie Basho o Fred Neil e nonostante lo sforzo d’immaginazione, almeno per quanto riguarda Hermana potrebbe effettivamente essere il disco che i suddetti personaggi sarebbero stati in grado di realizzare se solo fossero nati a Toledo in Spagna, avessero studiato musica classica e canto gregoriano in un monastero nei dintorni di Madrid e infine avessero suonato una chitarra spagnola con la stessa sensibiltà di Victor Herrero.

Basico e asciutto come un capolavoro della scuola dei cosiddetti primitivisti, Hermana è una sentita ode alla femminilità per sola voce e chitarra: una raccolta di sognanti ballate e affascinanti componimenti strumentali tracciati con cura nella polvere delle tradizioni popolari della cultura latina, che si tratti di dolci nenie che ondeggiano tra la malizia e la malinconia di una bossa nova come l’incantevole Plancie De Canto, di tenorili serenate come La Mancha, di deliziose combinazioni di note speziate dai sapori piccanti del Messico come Cucharita, di intense parabole folk che potrebbero stare in un qualsiasi disco di un cantautore dell’area mediterranea come Anil, di evocativi solismi strumentali come la virtuosistica Valentina o di desertiche scenografie dall’aura vagamente western come la splendida Barcarola.

La magia che riempie un disco come Hermana ha tutta l’aria di essere frutto di quel sentire che molti chiamano blues, anche se magari Victor Herrero preferirebbe definirlo duende, per avere un’idea di cosa si intenda basta ascoltare la meraviglia di queste canzoni sospese tra la polverosa risonanza della canzone popolare, l’eleganza colta della musica classica e l’immenso estro di un solista mai così ispirato.

Luca Salmini

Le novità di Costello’s

Etichetta eclettica, ufficio stampa e molto altro – chi la anima era direttore artistico di quel Circolo Ohibò che a Milano era diventato uno dei locali migliori per quel che riguarda la programmazione live e purtroppo, come anche il Serraglio, ha finito col chiudere a causa del COVID-19 – la Costello’s in questi giorni propone una massiccia serie di novità discografiche.

Si tratta di una serie di singoli che, credo, anticipano futuri album per formazioni quali Cactus?, Garda 1990 e Arancioni Meccanici e solisti come Mykyta Tortora, Qualunque e L’Altro Secolo.

Qui di seguito una carrellata. Tenete presente che le prime due proposte (Cactus? e Qualunque) escono proprio su Costello’s Records, mentre le altre sono gestite come ufficio stampa. Buon ascolto!