DIVUS “Divus II”

DIVUS
DIVUS II
Boring Machines

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I Divus sono un duo romano formato da personaggi già noti della scena musicale italiana: si tratta infatti del laboratorio musicale messo in piedi dal musicista elettronico e produttore techno Luciano Lamanna e dal sassofonista Luca T. Mai, che la maggior parte di voi ricorderà almeno quale membro degli Zu.

L’album pubblicato ora segue l’omonimo esordio uscito un paio d’anni fa e vede i due affinare il risultato del loro sodalizio. Nelle sette tracce senza titolo che compongono Divus II, i due musicisti danno vita a una musica che sarebbe perfetta per un futuristico noir espressionista o per un cupo sci-fi movie apocalittico, grazie a un sound le cui evocative qualità cinematografiche sono una delle virtù maggiori.

Si parte quindi col fraseggio di sax quasi ethio-jazz perso tra rumori, effetti e bleep elettronici assortiti di (1), per passare agli scenari da crime movie in bianco e nero di (2), atmosferica, anche se attraversata da un deciso battito ritmico. La terza traccia alza la componente allucinata, virando verso una techno industriale nella quale il sax si perde fra le saturazioni noise. (4) scivola tra landscapes ambient siderali, mentre (5) traghetta, tra echi e riverberi, verso i rimbombi e le lamine taglienti di una (6) nella quale il sax disegna immagini fumose e notturne. Il pezzo più lungo sta alla fine ed evoca la solitudine senza confini dello spazio profondo, facendo brillare davanti agli occhi l’immagine fantasmatica di un’ormai deserta stazione orbitante alla deriva.

Se è cinema per le orecchie quello che stavate cercando, qui lo avete trovato.

Lino Brunetti

Bandcamp Boring Machines

 

CHRISTOPHER PAUL STELLING “Best Of Luck”

CHRISTOPHER PAUL STELLING
BEST OF LUCK
Anti Records

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Visto quanto seminato (cinque dischi dal 2012 ad oggi) e quanto (poco) raccolto in temini di celebrità e successo, è probabile che per la realizzazione del nuovo album Best Of Luck, Christopher Paul Stelling non cercasse solo un produttore all’altezza della situazione, ma anche un nome in grado di offrirgli una certa visibilità e Ben Harper deve essergli sembrata la miglior combinazione possibile delle due cose. D’altro canto è evidente che Harper non deve averci messo molto ad intuire quali talenti custodisse la personalità di Stelling, almeno a giudicare dagli entusiasmi suscitati dall’esperienza – “...E’ stato come scoprire un John Fahey o un Leo Kottke che fosse anche un grande cantante…” – e da quanto si ascolta in Best Of Luck, forse il lavoro più estroverso e versatile realizzato dal giovane chitarrista nato a Daytona Beach in Florida.

Con l’aiuto di una sezione ritmica dai trascorsi importanti composta da Jimmy Paxson alla batteria e Mike Valerio al basso, Christopher Paul Stelling prova a combinare gli accordi da folksinger e le malinconie da loser con lo storytelling della canzone d’autore e qualche fiammata di rock’n’roll, dando vita ad ariose ballate elettroacustiche come la solare Have To Do For Now, a ispirate miniature country-folk come Lucky Star, al soffice soul singing di una splendida Waiting Game, fino alla verve di frizzanti hillbilly dall’aria vintage come Trouble Don’t Follow Me o a deliziose confidenze come la morbida serenata Made Up Your Mind.

Spesso Stelling dimostra doti e raffinatezza da prodigio del fingerpicking come testimoniano gli straordinari solismi dello strumentale Blue Bed o la magia acustica di una cristallina Something In Return, ma a volte prova anche a uscire dalla propria confort zone con un rauco blues come Until I Die, con il colpo di testa di un selvaggio rifferama garage come Hear Me Calling oppure con l’elegante pianismo di una romantica Goodnight Sweet Dreams.

In generale, dal punto di vista delle melodie e degli arrangiamenti Best Of Luck può sembrare forse il disco più levigato e mainstream fin qui realizzato da Christopher Paul Stelling, ma di certo è quello che meglio mette a fuoco i molteplici talenti e la straordinaria versatilità di un cantautore che fino a questo punto non ha mai ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato.

Luca Salmini

PURR “Like New”

PURR
LIKE NEW
Anti. Records

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Secondo il protagonista del film Taxi Driver, Travis Bickle “...questa città fa proprio schifo e da tutte le parti poi gentaccia. Roba da rivoltare lo stomaco…”, ma negli ultimi anni New York è cambiata parecchio e agli occhi del mondo oggi rappresenta sempre più l’idea del Grande Sogno Americano, il luogo dove tutto sembra possibile: devono vederla in questa luce anche Eliza Barry Callahan e Jack Staffen dato che è in uno scantinato del centro di Manhattan che i loro sogni da adolescenti hanno cominciato ad assumere la concretezza di una carriera.

I due giovani iniziano a scrivere canzoni ed esibirsi semplicemente come Jack & Eliza quando ancora frequentano l’università, ma è solo nel 2017 che le loro identità si coagulano nel progetto Purr e un paio di registrazioni fatte in casa cominciano a circolare. Hanno poco più di vent’anni e sono appena al loro secondo concerto quando salgono sul palco del Terminal 5 in apertura ai Foxygen di Jonathan Rado, che rimane incantato dalla loro musica al punto da invitarli nel suo studio di Los Angeles per produrre il debutto Like New.

Con l’aggiunta di Sam Glick al basso, Max Freedberg alla batteria e Maurice Marion alle tastiere, i Purr diventano una band che sparge acidule melodie pop dal vago respiro psichedelico intorno alle deliziose armonie vocali della Callahan e di Staffen, a cui Rado, in qualità di produttore, conferisce una seducente aria vintage, quasi avesse preso a modello le romanticherie sixties di Sonny & Cher.

Le canzoni di Like New simboleggiano il passaggio dall’innocenza dell’adolescenza alla presa di coscienza dell’età adulta, come spiegano gli autori nelle note della cartella stampa, “...Stavamo provando a resistere e (a volte) accettare gli inevitabili cambiamenti nell’ambito delle nostre relazioni e amicizie, un momento, uno specifico e strano lasso di tempo nelle nostre vite…e, naturalmente in questo…mondo…” e i Purr lo cantano con tutto l’entusiasmo dei vent’anni e l’ingenua spontaneità dei debuttanti.

Sospeso tra le armonie vocali degli anni ’50 e le atmosfere pop dei primi ’60, Like New allinea seducenti blueyed soul come Hard To Realize, sinfonici pop come Giant Night, lisergiche ballate folk rock come Gates Of Cool, sognanti corali come Wind, riverberate serenate da spiaggia come Cherries, tintinnanti florilegi melodici come Bad Advice o marcette beatlesiane come Take You Back.

Fragranti come jingles e luccicanti come abiti di paillettes, le canzoni dei Purr vivono della spensieratezza e dell’innocenza della gioventù insieme a una piacevole sensazione di nostalgia per i favolosi anni ’60, un periodo che Eliza Barry Callahan e Jack Staffen coniugano al presente in maniera semplicemente incantevole.

Luca Salmini

ROLAND S. HOWARD: le ristampe dei dischi solisti

ROLAND S. HOWARD
TEENAGE SNUFF FILM
POP CRIMES
MUTE

Il suono di chitarra di Roland Howard ha definito una generazione. Era il migliore di tutti noi. La sua influenza continua a riverberare, attraverso gli anni, fino a oggi. Veramente uno dei più grandi. Parola di Nick Cave, uno che Roland S. Howard aveva avuto modo di conoscerlo bene.

Australiano come Cave, aveva mosso i primi passi con gli Young Charlatans, ma era quando s’era unito ai Boys Next Door, in seguito diventati The Birthday Party, proprio con Nick, Mick Harvey e tutti gli altri, che il chitarrista aveva posato le basi per entrare nella leggenda, facendo vedere non solo quello che era capace di fare con una sei corde in mano, ma iniziando a mostrare anche grandi doti come songwriter. Quella compagine di talentuosi pazzi non poteva reggere molto a lungo e quando nel 1983 si sciolse, Howard si ritrovò in Europa, dove s’era trasferiti con tutti gli altri, in cerca di nuovi approdi. Il primo lo trovò a fianco di Simon Bonney co-fondando i Crime & The City Solution, gruppo col quale rimase il tempo di lavorare all’EP d’esordio e al primo, mitico album (Room Of Lights), prima di portarsi dietro il fratello Harry Howard e il batterista Epic Soundtracks e, con l’aggiunta della tastierista Genevieve McGuckin, dare vita ai These Immortal Souls, band in cui finalmente prendeva in mano il microfono e le redini. Un EP e un album poco oltre la metà degli anni 80 e un secondo disco nel 92 il lascito della formazione, in anni in cui Howard era anche coinvolto in collaborazioni con Lydia Lunch e molti altri artisti.

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Arriviamo così al 1999 e al vero oggetto di questa recensione, ovvero la succinta carriera solista del chitarrista e songwriter australiano. Teenage Snuff Film fu registrato a Melbourne per l’appunto sul finire degli anni 90. A collaborare con lui, Howard chiamò il vecchio amico Mick Harvey (il quale suonò batteria, organo e chitarra) e il bassista Brian Hooper, ma nel disco fa una comparsata anche la McGuckin e ci sono un paio di musicisti agli archi. Irreperibile da tempo e oggi rimasterizzato da Lindsay Gravina, Teenage Snuff Film viene ristampato da Mute sia in CD che in doppio vinile, ed è davvero un bene perché trattasi di un album straordinario. L’album usciva in uno dei periodi più difficili per il musicista, tornato in Australia dopo la dissoluzione dei These Immortal Souls e artisticamente su un binario morto, decisamente lontano dalla luce dei riflettori. La disperazione che probabilmente lo colpiva viene fuori da liriche che parlano di cuori spezzati, autodistruzione e disagio e trova un contraltare in musiche votate all’oscurità. La chitarra di Howard domina queste ballate gotiche e noir, dall’animo blues e dalle melodie ombrose. Che ci siano affinità con l’universo caveiano è quasi scontato, ma Howard, che comunque era il principale architetto sonoro nei Birthday Party e parecchio influenzò il futuro sound dei Bad Seeds, aveva un rapporto con il rock’n’roll classico maggiormente marcato, che qui viene fuori in pezzi straordinari come l’intensa Dead Radio, la minimale e sferzante Breakdown (And Then…), una She Cried che pare arrivare dritta dai sixties, la pulsante e allucinata Exit Everything. Il mood notturno dell’ottima Silver Chain si stempera nel passo più melodico di White Wedding, sorprendente cover di un pezzo di Billy Idol, mentre la lunga Undone si divide fra parti affilate e incalzanti e più atmosferici rallentamenti dai contorni malinconici e westernati. Il passaggio attraverso la lenta e desolata Autoluminescent conduce verso il finale di Sleep Alone, oltre sette minuti di esplosione chitarristica, dove Roland dà il suo meglio sdoppiandosi fra lirismo e folate di feedback assassino.

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Nonostante la sua bellezza, Teenage Snuff Film non fece andare il suo autore oltre il solito circuito di culto e per tutto il primo decennio del nuovo millennio di fatto Howard sparì dai radar. Dopo qualche sporadica comparsata qui e là, rientrò in studio con Mick Harvey (organo e batteria) e J.P. Shilo (chitarra, violino, basso) nel 2009 per registrare Pop Crimes, il suo secondo lavoro solista, del quale però riuscì a malapena a vedere l’uscita (nell’ottobre 2009) visto che, per tragica ironia della sorte, due giorni prima del capodanno del 2010 morì a causa di un tumore al fegato, mentre aspettava di avere un trapianto. Pop Crimes non ha la stessa dolorosa urgenza dell’esordio, però è comunque un altro ottimo album ed è sicuramente denso di ottime canzoni a partire dal duetto pop noir con cui si apre, (I Know) A Girl Called Jonny, nella quale la voce di Roland si alterna a quella di Jonnine Standish degli HTRK. Due le cover in scaletta, l’ipnotica e acida Life’s What You Make It, in origine dei Talk Talk, e la Nothing di Townes Van Zandt affogata tra sibili spettrali e lamine chitarristiche, elementi che finiscono per accrescere l’oscurità già presente nell’originale. In Shut Me Down Howard veste i panni del consumato crooner, in quella che è una splendida torch song, mentre nella disillusa e amara Ave Maria fornisce l’appropriato sentimento a una ballata accorata. La title-track si appoggia a un giro di basso da spy-story, Wayward Man incalza livida e potente, mentre The Golden Age Of Bloodshed mette la parola fine a questo involontario testamento ponendosi visionaria e sciamanica.

Entrambe le ristampe non propongono nessun contenuto aggiuntivo, ma nel caso non li conosceste questa è un’occasione ghiotta per riscoprire (o scoprire per la prima volta) due album e un autore che non solo non meritano l’oblio, ma a cui va riassegnata l’importanza che gli compete. Consigliatissimi insomma.

Lino Brunetti

Shitdisco è il nuovo singolo dei CACTUS?

Shitdisco è il nuovo singolo dei Cactus?. Il brano è stato mixato e masterizzato da Federico Carillo presso il Monnalisa Studio di Milano e apre un nuovo ciclo per la band veneta del roster Costello’s Records, che nei prossimi mesi è pronta a presentare un nuovo album e ad aprirsi sempre più al mercato internazionale.

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I Cactus? sono un trio proveniente dalle pianure industriali del nord Italia. Nel 2016 pubblicano il loro primo EP Sorry for My Accent, ispirandosi all’indie di stampo british ma con un sound lo-fi.

Nel 2017 vengono contattati da Bodhi, un indie rapper di Denver, per collaborare ad una canzone che i Cactus? avevano caricato su Soundcloud come beat strumentale; il video di Amazing, Pt.1 diventa virale e ad oggi la canzone ha raggiunto gli 800k ascolti. Il primo LP No People Party vede la luce nel febbraio del 2019 sotto l’etichetta Costello’s Records.

BOLOGNA VIOLENTA “Bancarotta Morale”

BOLOGNA VIOLENTA
BANCAROTTA MORALE
Overdrive/Dischi Bervisti/Truebypass

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Era dal 2017, con l’EP Cortina, che Nicola Manzan, in compagnia del batterista Alessandro Vagnoni non pubblicava niente con il suo monicker Bologna Violenta. Non che se ne sia stato con le mani in mano vista la sua notevole mole di collaborazioni e produzioni. Torna ora al suo primo amore proseguendo l’evoluzione già intravista in Cortina, vale a dire con la quasi totale sostituzione delle chitarre con il violino, la viola e il violoncello, armonizzati da bass pedal, sintetizzatori ed organo.

Con queste premesse si intuisce immediatamente che le furiose scorribande del bellissimo Uno Bianca (2014) sono un lontano ricordo e quei furiosi assalti all’arma bianca sono stati riposti (momentaneamente?) in un cassetto. Questo però non toglie nulla al nuovo corso di BV, che si attesta comunque su livelli di creatività decisamente inusuali, andando a comporre una sorta di partitura classica moderna (intesa proprio come musica classica) imbastardita con scorie attuali di elettronica e campionamenti, imbastita sui tempi assurdi della batteria di Vagnoni.

Nella prima parte del disco rimane la suddivisione in brevi brani che raccontano un mondo fatto di storie reali legate alla meschinità umana. Vengono infatti ricordate le gesta di Manuele Bruni un truffatore attivo a cavallo della seconda guerra mondiale; della Banda Przyssawka che nella Polonia degli anni trenta si rese colpevole di furti e crimini a sfondo sessuale; della famiglia Subito, di Badia Polesine, che riuscì nella circonvenzione di una ricca signora per ereditarne il patrimonio e che in seguito fu uccisa. Infine si ricordano le gesta di Sophie Unschuldig, che in Germania, negli anni venti. grazie alla sua avvenenza circuì un discreto numero di uomini strappandogli beni e poi uccidendoli.

A livello lirico, essendo il disco completamente strumentale, non ci sono testi a supporto, ma la guida musicale si trasforma in una sorta di colonna sonora per un film che non c’è di questo spaccato amorale della nostra società. Ma la sorpresa maggiore e la definitiva evoluzione di Bologna Violenta si manifesta, forse fissando anche una direzione per il futuro, con i diciannove minuti di Fuga, Consapevolezza, Redenzione, una suite dal profumo drone ambient inserita in un contesto che accoglie in sé le dinamiche sia di John Carpenter che quelle di Mozart.

Insomma, ancora una volta Manzan e Vagnoni hanno tirato fuori dal cilindro qualcosa di cui poter parlare e soprattutto ascoltare in tutta libertà, senza preclusioni di genere e con un idea ben precisa in testa.

Daniele Ghiro

 

PROGETTO NO NAME “Restart”

PROGETTO NO NAME
RESTART
Hamfuggi Records

cover

Potrebbe magari evocare la plumbea Sheffield dei Cabaret Voltaire o la malsana Brooklyn dei Black Dice, ma di certo è difficile supporre che siano le morbide colline della provincia toscana il luogo dove il Progetto No Name ha ideato e sviscerato il destabilizzante coagulo di rumori industriali, improvvisazione free, sperimentazioni elettroniche, droni krauti e note dadaiste che riempie il nuovo album Restart.

Del resto Sara Fontana (chitarra, effetti, distorsioni) e Dario Arrighi (elettronica, drum machine, sintetizzatori) non fanno mistero di quali siano le fonti d’ispirazione del progetto quando dichiarano sulla loro pagina Facebook “…La nostra è una storia d’amore, quella che abbiamo per tutto il suono che ci circonda…”: parole che fanno presagire quanto la musica del duo abbia più in comune con il concetto di ricerca che con un’idea di ordinario intrattenimento. Ciò non significa che Restart sia un esperimento da laboratorio privo di sentimento, anzi le emozioni che suscita sono molto simili (altrettanto intense e per certi versi disturbanti) a quelle che si sprigionano dalla lettura di una pagina di William S. Burroughs, dall’osservazione di un capolavoro di Marcel DuChamp o dalla visione di una pellicola di Andrej Tarkowskij, ma di certo molto distanti dall’accattivante consonanza di un qualsiasi ritornello pop.

Del resto le melodie cantabili o anche il minimo accenno ad una forma canzone sono del tutto assenti dall’estetica di Restart e probabilmente anche dall’idea di musica che hanno in mente i componenti del Progetto No Name, visto che per intercettare un pattern di batteria bisogna attendere la quarta traccia It’s So Glam e per qualcosa che assomigli ad una voce il bel mezzo di un allucinante bordone rumorista come With Love To Mr. C. Quando non esplora le scenografie atmosferiche del minimalismo come succede nelle ipnotiche e affascinanti Vidmar part 1, part 2 e part 3, Restart è un conturbante magma di distorsioni ed effetti, di trame elettroniche e detriti sonici assemblati con furia futurista e nello spirito di un disco come Metal Machine Music, o almeno è l’impressione che suscitano il caotico roboare di Fucking Metalheads o le frequenze aliene di In The 90s You Would Been a Ghost Track, a cui un giro di chitarra conferisce una singolare aura esotica.

Opera coraggiosa e estrema, Restart è un disco perfetto per abbandonarsi all’estasi dell’immaginazione attraverso una musica che a suo modo suona straordinariamente psichedelica.

Luca Salmini