Iosonouncane live a Milano, 23/4/2022

Un trip. La discesa in una trance percussivo-tribale dagli accenti misticheggianti. Lo sprofondare in un oceano di suoni i cui confini venivano a perdersi in dilatazioni psichedeliche e mantriche. È con definizioni del genere che si può provare a descrivere a parole un’esperienza live che più che mai necessitava di essere vissuta sulla propria pelle dal vivo, appunto. Sto parlando del concerto di Iosonouncane tenutosi all’Auditorium Cariplo di Milano il 23 aprile 2022, ultima tappa del più volte rinviato tour in cui l’intero IRA sarebbe stato suonato per intero, in sequenza, dalla prima all’ultima traccia.

Non è un mistero quanto io abbia apprezzato IRA, proprio su questo blog eletto miglior album del 2021. Miglior album non solo italiano, sia chiaro, proprio miglior album in assoluto, nel caso qualcuno dovesse avere dei dubbi. Serata imperdibile dunque, nonostante un sold out risalente a due anni addietro che, fino all’ultimo, mi ha fatto temere di non poter presenziare.* L’estate scorsa ovviamente non avevo mancato i concerti tenuti come trio devoto a strumentazione elettronica, performance che mi erano piaciute moltissimo in quanto revisione attraverso magmatici flussi di suono potentissimo e visionario del suo repertorio.

Stavolta però c’era la chance di vedere portata sul palco l’opera intera, un disco che fin da subito m’era parso come un unicum più che come una raccolta di brani, un disco a cui abbandonarsi nella sua interezza e da fruire come un viaggio, un trip appunto, da non parcellizzare in ascolti estemporanei, distratti, tronchi.

Portato sul palco da una formazione di sette elementi – ovviamente Jacopo Incani e poi Francesco Bolognini, Serena Locci, Simona Norato e Amedeo Perri (tastiere varie, electronics, qualche sporadica chitarra) più Simone Cavina e Mariagiulia Degli Amori (batteria e percussioni) – IRA è esploso in tutta la sua potenza immaginifica, portando gli ascoltatori per quasi due ore letteralmente altrove. Grazie anche al suono splendido dell’Auditorium – dove normalmente è di casa l’Orchestra Sinfonica e il Coro di Milano Giuseppe Verdi – i pezzi del disco hanno riverberato tutta la magia che ormai conoscevamo, dando forse un po’ di spazio in più alla componente strettamente ritmica, ma comunque ripercorrendo abbastanza fedelmente il disco nella sua interezza.

E qui una considerazione appare ovviamente obbligatoria: a furia di rinvii a causa del covid, questi concerti che avrebbero dovuto essere eseguiti prima dell’uscita del disco, hanno finito per essere suonati dopo, diventando quindi qualcosa di diverso rispetto a quello che dovevano essere. Se già così è stata espressa una potenza immaginifica notevole (e si sapeva a cosa si sarebbe andati incontro), cosa sarebbe successo alle sinapsi del pubblico se si fossero trovati di fronte impreparati, ma anzi con ancora pezzi pop come Stormi nelle orecchie, di fronte a un tale inscalfibile monolite sonoro? La risposta la possiamo solo immaginare, ormai, ma è chiaro che il progetto originario di Incani era nel complesso ancora più radicale di quanto poi non sia riuscito a fare.

È andata così, e in fondo non ce ne possiamo lamentare, dato che ci siamo goduti i bellissimi concerti come trio, la bellissima performance integrale di IRA, mentre in primavera/estate questa formazione a sette sarà in giro per un altra serie di concerti in cui verranno suonate delle canzoni tratte da un po’ tutti e tre gli album pubblicati finora da Iosonouncane, per un’ancora diversa esperienza live che, fin d’ora, non è un azzardo definire nuovamente irrinunciabile.

*Grazie Leo!

Lino Brunetti

DANIEL ROSSEN “You Belong There”

DANIEL ROSSEN
YOU BELONG THERE
WARP

Con l’abbandono di Ed Droste, fuoriuscito dalla band per diventare un terapista, chissà se i Grizzly Bear andranno comunque avanti, dato che il musicista era uno dei due leader e songwriter della formazione. Scioglimenti non ne sono stati annunciati, ma con la band ferma dai tempi di Painted Ruins del 2017, qualche dubbio è lecito porserlo, tanto più che in questi giorni, l’altro frontman della formazione di Brooklyn, Daniel Rossen, si presenta nei negozi con il suo debutto da solista in lungo (c’era già stato un EP, risalente però a dieci anni fa).

Abbandonata da tempo l’originaria Brooklyn, ora Rossen vive a Santa Fe e, proprio nella sua casa nel bel mezzo del deserto del New Mexico, ha messo a punto, si può dire in solitaria, dato che solo in Tangle appare il compagno di band Chris Bear come ospite, le dieci canzoni di You Belong There. Disco tutt’altro che semplice e immediato che, nel suo riflettere sull’irrompere della maturità dopo gli anni selvaggi della giovinezza, anche dal punto di vista musicale mette in campo tutta l’esperienza e maturità, appunto, acquisita nel tempo dal suo autore.

Due cose colpiscono principalmente fin dal primo ascolto. Uno: la bravura di Rossen nel giostrare intricati e caleidoscopici arrangiamenti, tra l’altro eseguiti suonando praticamente tutti gli strumenti, ovvero chitarre, contrabbasso, violoncello, batteria e fiati vari. Due: il talento nel tratteggiare melodie e armonie vocali che non smarriscono un’anima pop, ma che in ben più complessi scenari s’adagiano.

Apre mettendo già in chiaro questi elementi la bella It’s A Passage, psych folk progressivo che scivola nella successiva Shadow In A Frame, non a caso scelta come primo singolo per via di una bella melodia sottolineata da una chitarra acustica, dagli archi, dal rullare di una sezione ritmica d’impronta jazz. La corale su un montare ritmico impro della titletrack forse avrebbe potuto essere sviluppata maggiormente, ma non c’è davvero il tempo per dispiacersene viste le volte intarsiate e pulsanti che abbelliscono una Unpeopled Space di gusto prog folk. E se Celia pare un minuetto medievaleggiante e Tangle un’avant folk che avrebbe potuto essere interpretato anche dal tardo Scott Walker, è a I’ll Wait For Your Visit che spetta il compito d’incarnare il capolavoro del disco, attraverso il suo incrociarsi di frasi melodiche, le sue pause e le sue ripartenze, l’affastellarsi di suono e ritmo.

Ancora ad alti livelli il terzetto che chiude il tutto, a partire da una Keeper And Kin che vi farà pensare alle cose avant folk degli Animal Collective, intrise però di fatalistica malinconia, passando per una radiohediana The Last One, per poi chiudere con grazia con Repeat The Pattern.

Come dicevamo, non sempre facile e immediato, You Belong There ripaga quel minimo di sforzo per penetrarlo con una musica di rara pregnanza e spessore. Soprattutto, non esaurisce il suo fascino in un battito di ciglia.

Lino Brunetti

THE MYSTERINES “Reeling”

THE MYSTERINES
REELING
FICTION

A prenderla alla leggera, è anche divertente leggere di tanto in tanto i soliti proclami circa “la morte o la rinascita del Rock” che, a intervalli regolari, si trovano in giro. Divertenti anche perché quasi sempre pretestuosi nelle loro tesi di fondo, per non parlare poi delle argomentazioni che vengono portate per supportarle. E così, dopo esserci sorbiti a lungo tutta la solfa riguardante la scomparsa della musica fatta con le chitarre, negli ultimi tempi ci è toccato invece imbatterci in roboanti trionfalismi circa il grande ritorno del Rock che, lungi dall’essere pronto per la sepoltura, vive e lotta assieme a noi grazie a grandissime band come Greta Van Fleet e addirittura i Måneskin, e pazienza se nessuna delle due succitate band abbia canzoni degne di questo nome nei loro trascurabilissimi dischi.

Banale pistolotto iniziale per dirvi che potrebbe capitarvi di leggere le minchiate di cui sopra anche riferite a questi The Mysterines, giovanissimo quartetto di Liverpool, già incensato da tutta la stampa inglese che conta, prima ancora che arrivassero all’esordio. Diciamolo chiaro: questi quattro ragazzetti non saranno i salvatori di una musica che forse non necessita di essere salvata, non s’inventano proprio nulla di nuovo e, probabilmente, non hanno altra ambizione che la legittima voglia di fare la loro cosa e divertirsi. E però, sicuramente rispetto ai due nomi citati sopra, bisogna riconoscere loro grande freschezza e la capacità di scrivere canzoni che rimangono in testa ed esaltano, il ché è poco meno che “tutto” se parliamo di rock’n’roll diretto e chitarristico.

Buona parte del merito è della cantante e chitarrista Lia Metcalfe, uno scricciolo di ragazza che però ha una voce che non passa inosservata, ben supportata dal resto della band composta dal bassista George Favager, dal chitarrista Callum Thompson e dal batterista Paul Crilly. Assieme hanno messo a punto questo Reeling, che è un esordio dove quasi ciascuno dei suoi tredici pezzi è un potenziale singolo killer.

Diciamo che siamo dalle parti del rock alternativo anni 90, ovvero grandi melodie pop, chitarre rumorose e grunge, atmosfere torbide e ritmi incalzanti quando serve. In più loro ci aggiungono belle infiltrazioni blues (Reeling, la sulfurea e gotica Under Your Skin), mescolando i Nirvana a PJ Harvey (Old Friends Die Hard) e giostrando al meglio la scaletta, tirando fuori un’acustica e una slide in On The Run, accelerando l’hard psych The Bad Things, profilandosi solo voce e chitarra in Still Call You Home o facendosi avvolgenti in Confession Song.

È chiaro che un ascoltatore scafato e di lungo corso potrebbe essere portato a snobbarli, scovando in dischi e artisti del passato tutto quanto si sente qui dentro, però credo sia un errore, un po’ perché non è questa musica da intellettualizzare e poi perché un pezzo come All These Things è uno di quegli inni che non si vede l’ora di poter cantare saltando e urlando a squarciagola in mezzo a migliaia di altre persone. Eleggete Reeling a colonna sonora della corsetta mattutina e le vostre prestazioni subito miglioreranno.

Lino Brunetti

Best 2021

Dopo l’orribile 2020, il 2021 è stato nuovamente un anno difficile. La speranza sarebbe di poterlo archiviare come anno di transizione verso la normalità, cosa che però non si può affermare dato che al momento è ancora difficilissimo fare previsioni su ciò che ci attende e quindi è meglio tacere.

Quantomeno, sia pur ancora timidamente, è ripresa l’attività live (mentre scrivo tornata però nuovamente in forse), tanto che il sottoscritto è stato anche a diversi festival durante l’anno (End Of The Road in UK, Le Guess Who? in Olanda, Ferrara Sotto Le Stelle, Todays e Barezzi in Italia), oltre ad aver assistito a molti altri concerti, magari non come ai bei vecchi tempi, ma quel tanto che basta da poter cominciare a sperare che le cose possano tornare presto a rimettersi sui binari definitivamente. Come si diceva, però, anche solo per questioni di scaramanzia, è meglio non lanciarsi in previsioni.

Quella che di sicuro non è mancata, nel 2021, è stata la bella musica, tanto che credo di non essere stato investito da così tanti dischi come quest’anno. Un problema per certi versi, perché è diventato praticamente impossibile seguire tutto ciò che si desidererebbe, ma spesso anche frequentare come si deve i dischi che emergono dal marasma, pur dedicando alla musica un sacco del proprio tempo (è chiaro che a casa mia lo stereo non è mai spento).

Sono una prova di quanto dico le classifiche di fine anno che avrete già iniziato a vedere in giro, mai così varie e diversificate, nelle quali pure uno come me che ha ascoltato letteralmente centinaia di album nuovi, continua a trovare decine e decine di dischi potenzialmente da esplorare, a riprova ulteriore dell’incredibile mole di uscite, della varietà delle proposte, dell’impossibilità di abbracciare tutto anche per chi, come il sottoscritto, non ha preclusioni verso nessun genere e, pur avendo i propri gusti e le proprie idosincrasie, è animato sempre da grande curiosità.

In coda a quest’articoletto troverete il collegamento a una mega playlist di oltre 250 brani per svariate ore di musica. S’intitola Best 2021, ma il titolo è fuorviante, nel senso che dentro ci ho stipato dei brani tratti dai molti dei dischi che ho ascoltato durante l’anno (non da tutti, però). Non sembrasse presuntuoso potrei sostenere che sia una sorta di sunto dell’annata messa in piedi da un avveduto curatore, ma la realtà è che essa è più una sorta di promemoria e taccuino d’appunti realizzato soprattutto per me stesso, senza dimenticare poi che in essa mancano comunque moltissime cose, compreso quello che potrebbe essere il vostro disco preferito del 2021! V’invito comunque a dedicarle un ascolto, in mezzo al mazzo qualche bella scoperta la farete di sicuro.

Come detto altre volte, ma ogni anno sempre di più quindi, queste classifiche di fine anno sono più una sorta di gioco, il cui valore è quello che è. Personalmente però le trovo utilissime e divertenti, perché attraverso di esse continuo a scoprire cose che mi erano sfuggite, oppure sono portato a rivalutare cose che inizialmente avevo momentaneamente accantonato non dedicandogli la giusta attenzione. Nella lista che andrete a leggere qui sotto, almeno due/tre titoli sono entrati in extremis, proprio grazie a scoperte dell’ultima ora, fatte attraverso qualche lista o tramite l’accorto suggerimento di qualche contatto social illuminato.

La lista è così organizzata: in evidenza c’è un singolo disco scelto come “Disco dell’anno”, ben sapendo che la cosa di per sé non ha alcun senso; seguono cinquanta dischi in ordine alfabetico, cinque album dal vivo, tre ristampe (scelte tra le cose meno risapute) e tre film a carattere musicale.

A vincere la palma di disco dell’anno stavolta è toccato a Iosonouncane, il cui Ira è un lavoro di incredibile forza immaginifica, un mastodonte sonoro di quasi due ore che è continuato a crescere con gli ascolti e che è esploso ulteriormente attraverso la sua riproposizione live (ho avuto modo di vederlo tre volte). Un disco importante per la visione che gli sta dietro, per il suo essere stato pensato fin da subito come album e non come una semplice raccolta di canzoni da lanciare sui siti di streaming (sempre più la norma, apparentemente), per lo stile adottato che è sintesi fra vari linguaggi musicali. Se n’è parlato moltissimo, spesso a sproposito o comunque non con il giusto distacco, e sono convinto che sia un disco che rimarrà e che anche in futuro verrà ricordato come un classico della musica italiana.

Tra i cinquanta dischi c’è di tutto un po’. Si conferma la prosecuzione della lunga ondata delle nuove leve post punk, con alcune conferme (Shame, Viagra Boys, IDLES, anche i black midi, che però non sono in lista) e alcuni esordi che vengono segnalati tra le cose migliori sentite quest’anno (Black Country, New Road, Dry Cleaning, Squid). Parallelamente ad essa, si confermano tra le cose più interessanti quelle che arrivano dall’immenso e variegato universo black, nel quale confluiscono soul, jazz, hip hop, elettronica, funk e contaminazioni varie, per una serie di proposte eccitanti e stimolanti a dir poco. Qui i nomi da fare sono quelli di artisti quali Little Simz, Damon Locks Black Monument Ensemble, Sault, Ben Lamar Gay, Sons Of Kemet, Space Afrika, Cleo Sol e, se vogliamo, BadBadNotGood e pure l’incontro tra una leggenda quale Pharoah Sanders e un maestro dell’elettronica quale Floating Points.

In mezzo al resto, di tutto un po’, da quella che è stata, per me, l’artista rivelazione dell’anno (la cantante e compositrice di origini pakistane Arooj Aftab, fresca di firma per la prestigiosa Verve), a conferme di nomi ormai consolidati e sempre sulla breccia (gli inossidabili Low su tutti, ma poi The Notwist, gli Arab Strap, Nick Cave & Warren Ellis, i Goodspeed You! Black Emperor, Alessandro Cortini, Amerigo Verardi, Tindersticks, la grande accoppiata Bonnie “Prince” Billy/Bill Callahan o quella tra Sufjan Stevens e Angelo De Augustine, Sleaford Mods), a cui si aggiungono alcuni nomi nuovi (Anna B Savage, Marta Del Grandi, Arlo Parks), battitori liberi (lo strepitoso incontro tra The Body e Big/Brave, l’esordio epocale degli Springtime, l’intensissima LINGUA IGNOTA, la canzone disossata di Emma Ruth Rundle, il visionario Blak Saagan, i Vanishing Twin, l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp), ma anche alcune cose di rock più (The War On Drugs, Weather Station, The Hold Steady, Mdou Moctar, The Mountain Goats, Hiss Golden Messenger, Jim Ghedi, Steve Gunn, Ryley Walker) o meno “classico” (ancora Big/Brave, Tropical Fuck Storm, Deefheaven, gli sconosciutissimi Horseloverfat).

Tutti imperdibili i dischi dal vivo segnalati, mentre nel mare magnum delle ristampe mi pare giusto segnalare il cofanetto definitivo dedicato ai Faust, le ristampe dei dischi dei Seefeel e quella dell’album degli El Muniria.

Chiudo infine con tre film musicali imperdibili, con menzione speciale per Get Back ovviamente, un colpo al cuore per qualsiasi beatlesiano.

È tutto, vi lascio alle liste, alla playlist e ovviamente vi auguro uno splendido 2022 di musica e non solo!

Lino Brunetti

Album Of The Year
IOSONOUNCANE – IRA

TOP 50 (in ordine alfabetico)
AROOJ AFTAB – VULTURE PRINCE

ARAB STRAP – AS DAYS GET DARK

BADBADNOTGOOD – TALK MEMORY

BIG/BRAVE – VITAL

BONNIE “PRINCE” BILLY/BILL CALLAHAN – BLIND DATE PARTY

BLACK COUNTRY, NEW ROAD – FOR THE FIRST TIME

BLAK SAAGAN – SE CI FOSSE LA LUCE SAREBBE BELLISSIMO

THE BODY + BIG/BRAVE – LEAVING NONE BUT SMALL BIRDS

NICK CAVE & WARREN ELLIS – CARNAGE

ALESSANDRO CORTINI – SCURO CHIARO

DAMON LOCKS BLACK MONUMENT ENSEMBLE – NOW

MARTA DEL GRANDI – UNTIL WE FOSSILIZE

DRY CLEANING – NEW LONG LEG

DEAFHEAVEN – INFINITE GRANITE

BEN LAMAR GAY – OPEN ARMS TO OPEN US

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR – G_D’S PEE AT STATE’S END!

JIM GHEDI – IN THE FURROWS OF COMMON PLACE

STEVE GUNN – OTHER YOU

HISS GOLDEN MESSENGER – QUIETLY BLOWING IT

THE HOLD STEADY – OPEN DOOR POLICY

HORSELOVERFAT – GREETINGS FROM NOWHERE

IDLES – CRAWLER

LINGUA IGNOTA – SINNER GET READY

LITTLE SIMZ – SOMETIMES I MIGHT BE INTROVERT

LOW – HEY WHAT

MDOU MOCTAR – AFRIQUE VICTIM

THE MOUNTAIN GOATS – DARK IN HERE

THE NOTWIST – VERTIGO DAYS

ORCHESTRE TOUT PUISSANT MARCEL DUCHAMP – WE’RE OK, BUT WE’RE LOST ANYWAY.

ARLO PARKS – COLLAPSED IN SUNBEAM

EMMA RUTH RUNDLE – ENGINE OF HELL

FLOATING POINTS, PHAROAH SANDERS & THE LONDON SYMPHONY ORCHESTRA – PROMISES

SAULT – NINE

ANNA B SAVAGE – A COMMON TURN

SHAME – DRUNK TANK PINK

SLEAFORD MODS – SPARE RIBS

CLEO SOL – MOTHER

SONS OF KEMET – BLACK TO THE FUTURE

SPACE AFRIKA – HONEST LABOUR

SPRINGTIME – SPRINGTIME

SQUID – BRIGHT GREEN FIELD

SUFJAN STEVENS & ANGELO DE AUGUSTINE – A BEGINNER’S MIND

TINDERSTICKS – DISTRACTIONS

TROPICAL FUCK STORM – DEEP STATES

VANISHING TWIN – OOKII GEKKOU

AMERIGO VERARDI – UN SOGNO DI MAILA

VIAGRA BOYS – WELFARE JAZZ

RYLEY WALKER – COURSE IN FABLE

THE WAR ON DRUGS – I DON’T LIVE HERE ANYMORE

THE WEATHER STATION – IGNORANCE

LIVE ALBUMS
THE BLACK CROWES – THE HOMECOMING CONCERT, ATLANTA, DECEMBER 1990 (in Shake Your Money Maker Deluxe)

JAMIE BRANCH – FLY OR DIE LIVE

CAN – LIVE IN STUTTGART 1975

BRUCE SPRINGSTEEN & THE E STREET BAND – THE LEGENDARY 1979 NO NUKES CONCERTS

THE THE – THE COMEBACK SPECIAL

RISTAMPE
FAUST – 1971-1974

EL MUNIRIA – STANZA 218 + REMIXES

SEEFEEL – ST / FR / SP + (CH-VOX) REDUX + SUCCOUR REDUX

FILM MUSICALI
PETER JACKSON – GET BACK

TODD HAYNES – THE VELVET UNDERGROUND

AHMIR “QUESTLOVE” THOMPSON – SUMMER OF SOUL

SLEATER-KINNEY “Path Of Wellness”

SLEATER-KINNEY
PATH OF WELLNESS
Mom+Pop

Due anni fa, The Center Won’t Hold, nono album in studio per le Sleater-Kinney, era stato un album parecchio discusso, non tanto perché contenesse canzoni di scarso valore, quanto piuttosto per lo scarto sonoro effettuato, il quale portava la punk-rock band originaria di Portland, in Oregon, ad inserire nel proprio pentagramma strumentazione elettronica e stilemi produttivi di stampo più pop.

Niente di male, in fondo, ci sta che una band voglia provare strade nuove, non fosse che la produzione di Annie Clark risultava veramente troppo ingombrante, facendo suonare il tutto più come un disco di St Vincent che non della band. Un tentativo di cambiamento non privo di strascichi, comunque, visto che subito dopo la sua pubblicazione ci fu la defezione della batterista Janet Weiss, chiaramente poco a suo agio col nuovo corso intrapreso della band.

Nuovo corso in realtà interrotto subito, visto che il nuovo Path Of Welness (più o meno) torna invece al sound chitarristico e graffiante per la quale la band è universalmente conosciuta. Per la prima volta in una carriera più che venticinquennale, Carrie Brownstein e Corin Tucker hanno qui preso in mano le redini della produzione, solitamente sempre affidata a qualcuno di esterno alla band, e devo dire che hanno fatto un ottimo lavoro. L’album suona pulsante e vitale e il suono è decisamente ottimo, con una resa complessiva notevole.

A rendere poi Path Of Wellness un album più che mai godibile e interessante ci pensano le canzoni, senz’altro degne di stare a fianco delle pagine migliori della loro discografia. Dal punto di vista lirico, i pezzi del nuovo album sembrano voler trovare il modo di superare la crisi politica, sociale, in definitiva anche umana, vissuta dagli Stati Uniti negli ultimi anni. In questo è del tutto un’evoluzione rispetto al tono rabbioso che invece permeava alcuni testi dell’album precedente. Un buon esempio ci viene dalla ballata che l’album lo chiude, Bring Mercy, un brano che cerca di riflettere costruttivamente su quanto accaduto dopo l’omicidio di George Floyd e le conseguenti proteste in quel di Portland, con tanto di confronti violenti con la polizia, la quale, tra tocchi di piano elettrico e chitarre liriche, nel ritornello vede Tucker invocare con passione l’abbandono della violenza.

Musicalmente, come si diceva, l’album torna a far risuonare potenti le chitarre, ottimo scenario per le melodie e gli approcci diversi, ma complementari messi in campo dalle voci di Brownstein e Tucker. Si attacca con la puntuta e grintosa Path Of Wellness, per scivolare tra le sfumature blues della bella High In The Grass o per la groovata pop song chitarristica Worry With You. Splendida la doppietta Method e Shadow Town, la prima una rock song classica ben guidata da un’interpretazione sentita da parte di Carrie, avvolta da un florilegio di chitarre; la seconda con una Corin in gran spolvero, più trattenuta nelle strofe, letteralmente fiammeggiante e prorompente nel ritornello.

Favorite Neighbor ha il deciso passo del punk rock, con basso martellante in primo piano; Tomorrow’s Grave mette in scena un sound potente, reso più evidente da rallentamenti e accelerazioni; No Knives  si consuma in poco più di un minuto; Complex Female Characters non dà tregua, mentre Down The Line  affoga in un magma di chitarre perfettamente orchestrato. Un gran bel ritorno Path Of Wellness, che farà tirare anche un respiro di sollievo a chi poco aveva digerito la mutazione elettronica di The Center Won’t Hold.

Lino Brunetti

ST VINCENT “Daddy’s Home”

ST VINCENT
DADDY’S HOME
LOMA VISTA

A volte, leggendo certe cose in rete, ho la sensazione che nei confronti di Annie Clark, meglio conosciuta come St Vincent, ci sia una forma di pregiudizio, quasi come se le lodi nei confronti dei suoi dischi o il rispetto tributatole da moltissimi musicisti (oltre che dal pubblico) fosse in qualche modo malriposto. Potrebbe essere il retaggio di una cultura maschilista, che poco sopporta l’esistenza di una musicista (donna) dalla personalità indubbiamente molto forte, di grande carisma e soprattutto dotata di idee chiare e di un talento tale da permetterle d’imporre la sua visione artistica più di molti uomini, sicuramente in campo musicale, ma non solo.

Scordatevi le atmosfere sintetiche e ultra pop del precedente (e comunque bellissimo) MASSEDUCTION. In Daddy’s Home, sesto album della sua discografia, non contando quello in tandem con David Byrne e le riletture proprio di MASSEDUCTION effettuate con MassEducation, il tutto vira verso atmosfere decisamente più vintage e seventies. I synth rimangono in prima linea solo nel funky rhythm & blues che apre il tutto, Pay Your Way In Pain, pezzo in cui tra l’altro Clark dà sfoggio delle sue doti vocali, ma nel resto del disco, anche se ci sono, vengono armonizzati in un sound organico e, come si diceva, tutt’altro che futurista, dove trionfano batteria acustica, basso, piano elettrico, degli archi qui e là, oltre che ovviamente la chitarra della titolare.

St Vincent ha raccontato che le canzoni del disco sono state scritte all’indomani della scarcerazione del padre, dentro dal 2010, non so per cosa, avvenimento che l’ha riportata agli album che il padre le faceva sentire da ragazzina, tutta roba uscita nella prima metà degli anni 70, cose come Steely Dan, Lou Reed, Stevie Wonder, Derek And The Dominos, Harry Nillson, War e Joni Mitchell, per citare solo alcuni degli artisti che Annie ha riunito in una playlist che ha postato su Spotify, nella quale paga il tributo alla musica che l’ha ispirata nella realizzazione di questo nuovo album.

Per certi versi, l’ascolto del disco vi farà pensare a un’operazione di mimesi postmoderna, portata tra l’altro oltre l’aspetto musicale, quindi anche per tutto ciò che riguarda l’artwork, le foto, i video e, statene certi, l’impianto teatrale dei futuri concerti (almeno a giudicare dalle sue recenti performance al Saturday Night Live). In parte è così, ma ovviamente il tutto si va poi a sovrapporre alla sua personalità e al suo songwriting, facilmente identificabili in ogni pezzo dell’album, il quale è forse solo un po’ meno party album sudato lascivo di quello che le premesse potevano far pensare, ma anzi è in molti frangenti venato di un velo di nostalgica malinconia.

L’attacco, come dicevamo, è all’insegna del funk, visto che dopo la citata Pay Your Way In Pain ci s’immerge tra le sinuose atmosfere venate di psichedelia di Down And Out Downtown e in quelle guardinghe e ficcanti della titletrack. Subito dopo è la volta di una lunga e ammalliante ballata, Live In The Dream, e di un pezzo soul pop con tanto di coriste (che ci sono in varie parti del disco) come The Melting Of The Sun. Il resto dell’album oscilla fra questi estremi, passando da una raffinata The Laughing Man dalla batteria effettata, alla ritmata e pulsante Down, da una ballata capace di delineare lo skyline di New York come Somebody Like Me (Lou Reed nelle vene, gli archi a spandere miele, la pedal steel di Greg Leisz ad aggiungere bellezza), fino a una My Baby Wants A Baby capace di tracciare una retta tra i girls group e il cantautorato pop dei seventies di Paul McCartney o di Harry Nillson.

Sul finire del disco, At The Holiday Party si lascia andare a un tripudio di percussioni, fiati R&B e chitarre acustiche, mentre Candy Darling sugella il tutto con una melodia pop intinta in chitarre col wah-wah. È un gran bell’ascolto Daddy’s Home, ma il sospetto forte è che queste canzoni daranno veramente il loro meglio quando arriveranno su un palco. Si spera presto!

Lino Brunetti

ABORYM “Hostile”

ABORYM
HOSTILE
Dead Seed Productions

Tornano con un nuovo album gli Aborym e lo fanno con un disco dal sound potente, superbamente prodotto, seguendo il solco ormai consistente della loro discografia (se non sbaglio questo è il loro ottavo disco) e senza stravolgere il proprio sound inseriscono nuove sfumature che rendono il lavoro molto appetibile

La formazione è consolidata ormai da qualche anno e vede il “capo“ di lungo corso Fabrizio Giannese (voce, programmazione, pianoforte, sintetizzatori) insieme a Riccardo Greco (basso, chitarre, programmazione), Gianluca Catalani (batteria, pads, elettronica), Tomas Aurizzi (chitarre). Formatisi a Taranto nel 1992, essenzialmente come progetto black metal, mostrava già però sin dalle prime uscite un’atteggiamento più inclusivo e che mano mano si è spostato decisamente verso la musica industriale, i cui geni già si intravedevano nell’album Dirty del 2013, poi ulteriormente evolutisi con il sorprendente Shifting.negative del 2017.

Con Hostile giungono alla definitiva elaborazione del proprio percorso, accasandosi in sound che vede come riferimento principale ed evidente i Nine Inch Nails dell’epoca Downward Spiral, ma senza fossilizzarsi su di una pedissequa riproposizione di quel sound, piuttosto partendo da lì e mettendoci idee proprie, includendo metal e sperimentazione, elettronica e progressive, in un monolite della durata di oltre un’ora.

Prendete per esempio un pezzo come Solve Et Coagula, sembra uscito direttamente da quegli oscuri club anni ’80 dove dark e metallari a volte se le suonavano di brutto, senza capire che le esigenze erano le stesse: scatenarsi su marziali riff ballabili e potenti, neri come la pece e poco inclini alla dolcezza. La sua nemesi potrebbe essere la finale Magical Smoke Screen che ha dentro di sé quella delicata dolcezza malata che il buon Trent ha saputo tradurre così bene in tutti questi anni e che gli Aborym riprendono con piena consapevolezza.

Nel mezzo ritroviamo ancora le accelerazioni brutali di una volta, riscritte con un linguaggio diverso (Nearly Incomplete) oppure l’omaggio evidente agli Alice In Chains e al grunge in Lava Bed Sahara. Comunque, senza andare a fare un noioso elenco di titoli, dovreste approcciare questo album nella sua interezza, perché tra le sue pieghe si possono scoprire percorsi musicali tra i più variegati, sintetizzati però sotto il comune denominatore che è la loro personale visione della musica, una piacevole conferma della vitalità di questa band.

Daniele Ghiro

Le Jour Du Cobra è il primo singolo tratto dal nuovo album dei La Jungle

Uscirà il 21 maggio su etichette À Tant Rêver du Roi/Black Basset e Rockerill Records il nuovo album del duo belga chitarra e batteria La Jungle.

Fall Of The Apex è il titolo del quarto disco in studio per questa band ascrivibile alla scena noise rock, che in passato ha pubblicato anche diversi split singles, un doppio live e tre pubblicazioni con dei remixes.

Mathieu e Rémy si sono fatti aiutare stavolta dal produttore e ingegnere del suono loro amico Hugo-Alexandre Pernot, per dare vita alle cinque tracce più tre interludi che formano il nuovo disco.

Pubblicato in CD, LP e digitale, Fall Of The Apex è anticipato dal singolo Le Jour Du Cobra.

Tracklist:
Aluminium River
Le Jour Du Cobra
Du Sang Du Sing
Hyperitual
Marimba
Feu L’Homme
Interloud
The End Of The Score

JUANITA STEIN “Snapshot”

JUANITA STEIN
SNAPSHOT

Nude Records

La prima volta che le è capitato di cantare in uno studio di registrazione, l’australiana Juanita Stein era una bambina di appena 5 anni, ma le emozioni suscitate da quei timidi vocalizzi che addolcivano un’aspra ballata country del padre Peter, devono essergli rimaste in testa come una specie di fissazione, visto che da quel momento pare non abbia mai voluto fare altro: al principio con formazioni giovanili come i Waikiki, dal 2004 con il progetto Howling Bells, col quale otteniene un più che discreto successo e oggi con una brillante carriera solista, già al terzo capitolo con il nuovo Snapshot.

Crescendo sono stati i dischi dei Beatles, di Bob Marley, Nirvana, Juliana Hatfield, Bjork, Kate Bush e Jimi Hendrix a plasmare i suoi gusti musicali, ma il ricordo di quella prima esperienza, che ha in qualche modo determinato il futuro di Juanita Stein, deve essere riaffiorato spesso e in particolare nel corso della realizzazione di Snapshot, dato che a ispirarne le canzoni è stata la triste e improvvisa scomparsa del padre, un cantautore d’ingegno e di scarsa fama (almeno al di fuori del continente australiano) che per primo aveva intravisto del talento nell’amorevole figlioletta.

Stavolta a credere nelle sue capacità e nelle sue canzoni è il celebre produttore Ben Hillier, che ha registrato Snapshot nelle stanze del suo studio Agricultural Audio in Inghilterra, senza ricorrere agli artifici delle mega produzioni a cui è abituato (Blur, Elbow, Depeche Mode e Doves nel suo curriculum), ma provando a cogliere tutta la freschezza e l’immediatezza dell’affascinante combinazione di aeree melodie pop, nervosa urgenza rock, etereo country e sognante psichedelia generata da un quartetto composto da Juanita al canto e alla chitarra, dal fratello Joel Stein alla chitarra solista, da Jimi Wheelwright al basso e da Evan Jenkins alla batteria.

“…Non c’è un incantesimo che possa alleviare la sofferenza…” canta Juanita Stein nella titletrack, ma le canzoni di Snapshot sembrano esserci riuscite, perché non c’è una sola nota di dolore nella gioiosa vitalità che pervade ariosi folk rock come la solare Lucky, seducenti mosaici pop rock come Reckoning, acidi blues come L.O.F.T., affascinanti ballate lynchiane come quelle che interpretava Julee Cruise come 1, 2, 3, 4, 5, 6, ovattate parabole psichedeliche come The Mavericks o serenate country come In The End: solo un lieve senso di pensosa malinconia filtra nel folk cameristico di una personalissima Hey Mama.

È passato molto tempo dalla sua prima volta davanti a un microfono, oggi Juanita Stein ha una bella voce e ha imparato a usarla, gli argomenti non le mancano e la personalità nemmeno, ma quando canta le canzoni di Snapshot pare che l’entusiasmo e le emozioni siano proprio le stesse di allora.

Luca Salmini

SONGHOY BLUES “Optimisme”

SONGHOY BLUES
OPTIMISME

Transgressive Recordings/ Fat Possum

E’ difficile oggi considerare il rock’n’roll come una musica in qualche modo rivoluzionaria, salvo si stia parlando di una formazione pugnace come i Songhoy Blues, che ha combattuto a suon di chitarre le restrizioni sociali imposte dalle leggi dell’estremismo islamico in Mali e in generale sul territorio africano, spesso scontando in prima persona le pene dell’esilio e della persecuzione.

Di quell’espressione artistica che per assonanza geografica con i luoghi d’origine subsahariani, il mondo ormai conosce come “desert blues”, i Songhoy Blues rappresentano l’ultima generazione, la più contaminata, probabilmente la più occidentale in quanto ad ispirazione: sono cresciuti infatti osservando da lontano il successo del più eminente interprete del genere, il leggendario Ali Farka Touré, ascoltando i Beatles, Jimi Hendrix e John Lee Hooker e in un secondo tempo provando a intercettare tutto il r’n’b e l’hip hop che passava dalle parti di Timbuktu. Ci sono voluti l’interesse di Damon Albarn dei Blur e di Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs insieme alle riprese del documentario They Will Have To Kill Us First, perché l’occidente si accorgesse di loro, ma da quel momento i Songhoy Blues non si sono più fermati, mettendo in fila tre dischi uno più bello dell’altro (Music In Exile del ’15, Résistance del ’17 e il nuovo Optimisme) e centinaia di concerti sui più prestigiosi palcoscenici dell’emisfero (dal festival di Glastombury alla Royal Albert Hall).

È sull’onda dell’entusiasmo per il successo fin qui ottenuto che i Songhoy Blues hanno cominciato le sessions di registrazione del loro nuovo album di studio Optimisme, inciso in uno studio di Brooklyn a New York con la produzione del chitarrista Matt Sweeney, che eleva ulteriormente il volume delle chitarre e il ritmo dei tamburi del quartetto che la cartella stampa già considera “…il futuro del rock’n’roll africano…”.

Le intenzioni di Sweeney sono di imprimere su nastro l’eccitazione e l’immediatezza degli spettacoli dal vivo e l’operazione pare essergli riuscita almeno a giudicare dalla ruvida furia punk-rock di Badala, in pratica quello che avrebbero suonato i Ramones se fossero nati nella lower east side di Bamako; dallo psichedelico riverberare di Assadja o dai bollori afro-funk di una incandescente Fey Fey.

Con un processo simile a quanto a suo tempo accadde al blues del Delta quando arrivò a Chicago, i Songhoy Blues elettrificano il tribalismo della musica maliana trasformandolo nell’esplosiva ed esotica miscela di rock, funk, soul e psichedelia che echeggia quando partono gli accordi circolari di una frenetica Gabi, i Led Zeppelin del terzo album smarriti tra le dune del Sahara di Korfo, i canti berberi in salsa funkedelica di Bon Bon, il blues all’acido lisergico di Worry o la dolce malinconia di una ballata corale in orbita gospel come Kouma.

Secondo Alex Chilton “…il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa…” ed è con lo stesso spirito che i Songhoy Blues devono aver interpretato la realizzazione di Optimisme, trasformando le tradizioni, i canti e la cultura della loro terra nel più eccitante prototipo di rock’n’roll che possa capitare di ascoltare.

Luca Salmini