Le novità di Costello’s

Etichetta eclettica, ufficio stampa e molto altro – chi la anima era direttore artistico di quel Circolo Ohibò che a Milano era diventato uno dei locali migliori per quel che riguarda la programmazione live e purtroppo, come anche il Serraglio, ha finito col chiudere a causa del COVID-19 – la Costello’s in questi giorni propone una massiccia serie di novità discografiche.

Si tratta di una serie di singoli che, credo, anticipano futuri album per formazioni quali Cactus?, Garda 1990 e Arancioni Meccanici e solisti come Mykyta Tortora, Qualunque e L’Altro Secolo.

Qui di seguito una carrellata. Tenete presente che le prime due proposte (Cactus? e Qualunque) escono proprio su Costello’s Records, mentre le altre sono gestite come ufficio stampa. Buon ascolto!

PAOLO TARSI “I Can’t Breathe”

Il Covid-19 è un virus che può togliere il respiro. Ora, in conseguenza della pandemia, viviamo in un contesto nel quale tutti, chi più chi meno, siamo portati a riflettere su che cosa significhi respirare. Che cosa sia in fondo, davvero, a non farci respirare. 

Nel 2014 un arresto a New York da parte di un poliziotto bianco provocava la morte a Eric Garner al grido soffocato di“I Can’t Breathe”. Ancora, il 25 maggio 2020 è George Floyd, anche lui afroamericano, a implorare il suo “I Can’t Breathe” immobilizzato dalla polizia di Minneapolis.

Un uomo che può morire asfissiato per strada in quanto nero non è libero. Ha bisogno di respirare così come ogni altro essere vivente. L’essenziale, il minimo, è respirare“. 

Con queste parole il musicista Paolo Tarsi ha presentato il suo nuovo EP, I Can’t Breathe, disponibile in digitale su Bandcamp.

In scaletta 5 brani, di cui due inediti, due remix e una nuova versione di Anitya Ma(sk), realizzati con la collaborazione di musicisti quali l’ex Soft Machine Percy Jones, il sassofonista jazz Bruno Spoerri, EmilKr e il rapper Zona MC.

Artwork e video sono curati dall’artista Robert Rossini.

GORDI “Our Two Skins”

GORDI
OUR TWO SKINS
Jagjaguwar

In misura diversa il flagello della pandemia ha sconvolto la vita di tutti, compresa quella della giovane cantautrice australiana Sophie Payten in arte Gordi, che, avendo da poco conseguito il dottorato in medicina, si è sentita in dovere di indossare il camice e presentarsi in corsia per fronteggiare l’emergenza, mettendo da parte le aspirazioni di carriera e le aspettative per il suo secondo disco in uscita.

Per quanto imprevista possa essere stata la scelta, se non altro Gordi deve essere arrivata preparata al periodo di quarantena, visto che le registrazioni del nuovo album Our Two Skins si sono svolte nell’isolamento di una casetta nei pressi di un impianto di tosatura a Canowindra, una cittadina sperduta del Nuovo Galles del Sud in Australia, dove l’artista insieme ai collaboratori Chris Messina e Zach Hanson ha concepito le tracce per il disco all’insegna della più assoluta austerità, come spiega nelle note stampa: “...l’idea era di tagliarci fuori da qualsiasi cosa, inclusa la possibilità di fare delle scelte, e sforzarci di creare del materiale in maniera molto più minimale…”.

Un metodo che fa venire in mente il processo con cui Bon Iver aveva realizzato l’incantevole esordio For Emma, Forever Ago, non solo perché i tre hanno effettivamente collaborato con Justin Vernon, ma anche perché la magia di quel lavoro sembra in qualche modo aver ispirato le atmosfere rarefatte e sospese di Our Two Skins. Magari si tratta solo del tipo di canzoni che prendono forma da un periodo in cui ci si ritrova a riflettere sul significato della propria esistenza e del proprio ruolo nel mondo come è capitato a entrambe, ma in ogni caso Our Two Skins combina filigrane folk, melodie pop, aerei sfondi d’elettronica e un vago senso di solitudine e malinconia come accadeva in For Emma, Forever Ago, tenendo fede al presupposto minimalista determinato dalla situazione da casa nel bosco in cui è stato realizzato.

Interpretate da una voce calda e affascinante, capace di passare da sussurri intimi e confidenziali a toni tenorili che ricordano vagamente Toni Childs, quelle che riempiono Our Two Skins sono per lo più umbratili ballate dai colori pastello e dai contorni lo-fi come l’intensa Aeroplane Bathroom, la pianistica Radiator, la boniveriana Free Association, l’evocativa folktronica della corale Extraordinary Life o la struggente Look Like You, anche se non mancano momenti liberatori in cui echeggiano le chitarre elettriche e in cui spicca una brillante vena pop come accade in Unready e Sandwiches. Visto quanto si ascolta in Our Two Skins, ci si augura che l’emergenza medica termini rapidamente, non solo per la salute di tutti, ma perché Gordi possa tornare presto a far sentire la propria voce: sarebbe un peccato essere costretti a sentirla cantare solo da un balcone.

Luca Salmini

SEABUCKTHORN “Through A Vulnerable Occur”

SEABUCKTHORN
Through A Vulnerable Occur
IKKI Records

A giudicare dai termini con con cui viene presentata la fotografa di Melbourne Sophie Gabrielle – “...i suoi lavori sono un’esplorazione del mondo del non visto, attraverso ottiche, reazioni chimiche e il processo investigativo usato per fotografare qualcosa di invisibile a occhio nudo…” – è facile intuire come sia scaturita la collaborazione con il chitarrista inglese Andy Cartwright in arte Seabuckthorn, dato che la sua musica mistica e astratta pare applicare ai suoni i principi della ricerca per immagini effettuata dall’artista australiana.

Il progetto consiste nella pubblicazione di un libro e di un disco dal titolo Through A Vulnerable Occur, entità fisicamente distinte e idealmente interdipendenti, che insieme costituisco un’opera d’arte particolarmente suggestiva. Del resto i dischi di Cartwright hanno sempre avuto potenzialità da colonna sonora e che si tratti di insonorizzare le fantasie dell’ascoltatore o le più concrete immagini della Gabrielle, i presupposti di Through A Vulnerable Occur sono quelli di un aereo e pittorico affresco in chiaroscuro in stretta corrispondenza con il bianco e nero degli scatti.

Non ci sono dubbi che, parafrasando quanto accennato riguardo la fotografa, la musica di Seabuckthorn rappresenti un’esplorazione del mondo del non sentito attraverso chitarre elettriche, acustiche e slide, saz (un liuto di origini turche), charango ed effetti, frutto di un’attitudine che qualche tempo fa l’autore definì “...an open mind to the guitar…”. Qualunque cosa intendesse ha davvero poco a che vedere con strofe e ritornelli, cambi di accordi, sequenze di note o quanto di solito può far venire in mente i gesti di un chitarrista, perchè Through A Vulnerable Occur suona “altro” e straniante come gli esperimenti di un iconoclasta quale Loren Connors o almeno è quello che viene in mente quando si ascoltano atmosferiche partiture ambientali quali la lunare Toward The Warmth e l’astrale titletrack, in cui tuba il clarinetto di Gareth Davis, l’insistito arpeggio di una sinistra While There By The Woods, le interferenze aliene di And Bickers Into Colour, i lampi elettrici di Which Is Hid, l’astratto fingerpicking di Other Other, sinfonie minimaliste come Copper & Indigo o ipnotici mantra come Sunken Room.

Magnetico e affascinante, Through A Vulnerable Occur è un disco visionario e spettrale come fosse stato concepito nel corso di una lunga seduta di meditazione più che di una qualsiasi session di registrazione. 

Luca Salmini

TIEDBELLY & MORTANGA “Old Joe Gravy & Three More Songs”

TIEDBELLY & MORTANGA
Old Joe Gravy & Three More Songs
Bandcamp

Chiusi in casa per gli effetti della pandemia, sono tanti i musicisti che hanno provato a far sentire la propria voce o a sentirsi vivi nonostante l’isolamento della quarantena: c’era chi cantava dal balcone, chi impartiva lezioni di chitarra dalla cucina, chi improvvisava concerti in salotto e chi come il duo blues Tiedbelly & Mortanga, metteva a fuoco il materiale per un disco, un EP per essere precisi, dall’ispiratissimo titolo Old Joe Gravy & Three More Songs.

Del resto in un periodo in cui angosce, paure e incertezze sono all’ordine del giorno, c’è sempre una buona ragione per del blues, una musica che accompagna i momenti bui e difficili della vita e dell’umanità fin da quando Skip James cantava Hard Time Killin’ Floor o Robert Johnson Hellhound On My Trail. È a quegli spettri, a quell’immaginario e all’effetto che fanno quelle note scolpite nella storia della musica che si ispira il duo romano, anche se le chitarre di Tiedbelly e i tamburi di Morganta ne combinano lo spirito con l’elettricità e la rivoluzione del garage rock, dando vita a un crudo e febbrile rifferama che fa venire in mente una folle serata in un jukejoint del Mississippi più che “la dolce vita” di Trastevere.

Disponibile in formato digitale per l’ascolto o il download dalla loro pagina Bandcamp, Old Joe Gravy & Three More Songs comincia dal punto in cui si era interrotto Satan Built A House, l’esordio lungo dello scorso anno, lustrando a dovere le lapidi di Blind Lemon Jefferson, Charly Patton o Leadbelly con quattro rauche parabole ispirate al loro vangelo e trattate con tutta la furia del punk, a partire dal boogie apocalittico di Old Joe Gravy, passando per l’adrenalinico urlo rock’n’roll dell’esplosiva Honey Honey, per il selvatico rollio hillbilly di una anfetaminica Call Me Ray, fino alle ipnotiche cadenze blues di The Chain.

Magari non inventano nulla Tiedbelly & Mortanga, ma è probabile che siano i primi a rendersene conto e che nemmeno ne avessero le intenzioni quando provavano a sconfiggere la noia della quarantena con un pugno di nuove registrazioni, ma l’anima e il sangue che buttano in queste canzoni e il temperamento feroce con cui le interpretano, fanno in modo che Old Joe Gravy & Three More Songs suoni autentico e sincero come fosse appena esalato da un sobborgo di Detroit o dalle paludi del profondo Delta (che si tratti di quello del Mississippi o di quello del Tevere ha davvero poca importanza). 

Luca Salmini

MEGANOIDI “Mescla”

MEGANOIDI
MESCLA

LIBELLULA

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È uscito il 6 marzo scorso il nuovo disco dei genovesi Meganoidi, formazione partita dallo ska punk, ma col tempo attestatasi nell’alveo di un alternative rock melodicamente pop. Nell’anno in cui festeggiano i vent’anni di attività, Mescla consolida il loro fare musica con dieci nuove canzoni frizzanti e chitarristiche, spesso caratterizzate da una base funky, come evidenziato da pezzi come Condizione Non Indugio, o da trame chitarristiche che ben si sposano alle melodie tratteggiate da una voce sempre in primo piano nel mix.

Personalmente, però, penso che il meglio lo diano non tanto nei brani più uptempo come la title-track o l’iniziale Ora È Calmo Il Mare, facilmente memorizzabili, ma non così originali da essere anche memorabili (e scusate il bisticcio di parole), quanto più nei brani un po’ più lenti, vedi la bella 1982, la dinamica ballata rock Esercito In TV e soprattutto quella Persone Nuove, nella quale ben s’infila la tromba di Luca Guercio, che proprio oggi viene pubblicata come secondo singolo tratto dall’album e che nelle parole della stessa band vuole raccontare esattamente ciò che stiamo vivendo in questo momento: l’isolamento, le distanze, la riflessione, ciò che eravamo e ciò che, se lo vogliamo, potremo essere.

Sia pur scritta un anno fa, la band oggi vede la canzone come un pezzo in grado di essere una buona colonna sonora di queste giornate difficili e a noi piace appoggiare questa suggestione, specie dopo aver visto il mini video realizzato con l’aiuto dei fan in lockdown (lo potete vedere sulla pagina Facebook della band qui). Persone Nuove ve la facciamo  sentire qui sotto e vi segnaliamo pure il loro progetto Fotografie d’ascoltare, realizzato assieme alla fotografa Elisa Casanova, in cui ogni foto da lei realizzata per questa serie sarà accompagnata da un verso di una canzone dei Meganoidi.

Lino Brunetti

MARCO DENTI “Forze Speciali”

MARCO DENTI
FORZE SPECIALI
Fragile Libri

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Non è il suo primo libro, ma Forze Speciali è probabilmente quello in cui Marco Denti combina l’amore per la letteratura e la passione per la musica con maggior lirismo e brillantezza: del resto basta scorrere una delle tante recensioni, dei tanti articoli o interviste che ha stilato negli anni sulle pagine di diverse riviste specializzate, non ultima la mainstreet a cui fa capo questo blog, per intuire quanto Marco sapesse padroneggiare acume critico e eccellenti qualità da romanziere (attualmente si possono apprezzare le sue critiche letterarie nella sezione libri del sito Rootshighway).

Forze Speciali è un’opera di fantasia ambientata nell’attualità di un conflitto che sconvolge la vita di una metropoli europea: uno scenario apocalittico a cui ci hanno abituato tante drammatiche cronache dal Medio Oriente e dove l’ultima cosa che possa venire in mente è l’organizzazione di un concerto di Bob Dylan. La trama è quindi quella di un romanzo d’azione con il colonnello Blind, veterano appassionato di Delta blues, come protagonista principale, ma a renderla diversa da quella di qualsiasi altro libro di genere sono i tanti contenuti musicali che danno l’impressione che Forze Speciali possa essere la fantasiosa combinazione tra un volume di Fredrick Forsyth e un saggio di Peter Guralnick.

Marco racconta di armi, mezzi, tattiche e regolamenti con perizia e linguaggio da esperto militare, costruendo una storia drammatica e avvincente a cui la musica fa da sfondo attraverso versi di canzoni, citazioni, titoli e nomi di artisti che danno un’identità ai personaggi e alla sua prosa. Di sicuro la scrittura ha il ritmo e la potenza del rock’n’roll: spesso incalzante, a volte forsennata, altre volte malinconica e perfino romantica con dialoghi serrati e una serie di frasi primarie che paiono raffiche di mitra o scariche di tamburi. Nell’intreccio dell’azione si delinea un particolare ritratto di Bob Dylan e della sua musica, eletto a icona, metafora e presenza spirituale nel contesto del libro come nella realtà. In proposito sono davvero d’effetto le pagine cinematografiche che raccontano del concerto, in cui con poche frasi Denti inquadra emozioni, energie, sensazioni e atmosfere che trasformano la cronaca in esperienza.

Le oltre 300 pagine di Forze Speciali si leggono tutte d’un fiato come fossero quelle di un thriller, anche se non rappresentano una celebrazione dell’eroismo, ma piuttosto una malcelata denuncia dell’assurdità e della cieca crudeltà di qualsiasi guerra e dei suoi meccanismi: una tesi che per quanto non smetta mai di essere d’attualità, può sembrare quasi banale, ma che Marco Denti elabora e argomenta con ingegno, passione e in maniera mai banale.

Luca Salmini

A.A.V.V. “Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose”

A.A.V.V.
TEN YEARS GONE: A TRIBUTE TO JACK ROSE
Obsolete Recordings/ Tompkins Square Records

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Il 5 dicembre del 2009 furono in molti a piangere la morte del chitarrista Jack Rose, forse uno degli artisti più talentuosi e influenti emersi dall’underground weird folk del nuovo millennio, tra questi ci sono la cantautrice Meg Baird che “…pensa alla musica in termini di “prima” e “dopo” la scomparsa di Jack…”; Ben Chasny dei Six Organs Of Admittance che è convinto che sia “...difficile descrivere il suo modo di suonare senza cadere nell’iperbole…” o Steve Gunn che ritiene ci fosse “...qualcosa di estremamente potente e drammatico nel suo modo di suonare…”; ma nessuno deve sentirne la mancanza quanto il chitarrista Buck Curran, che per celebrare l’anniversario dei dieci anni dalla morte si spende con un tributo in suo onore intitolato appunto Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose.

Con competenza da addetto ai lavori (due ottimi tributi in memoria di Robbie Basho da lui curati: We Are All One, In The Sun del 2010 e Basket Full Of Dragons del 2016) e in ricordo del rapporto di amicizia che lo legava a Rose, Curran mette insieme 14 brani originali eseguiti da altrettanti musicisti, non solo chitarristi, selezionati con cura tra quanti gli furono vicini e tra quanti invece se ne sentono in qualche modo influenzati.

La scelta non prevede ovviamente alcun nome celebre, ma tante figure di culto che girano attorno al mondo dei solisti della chitarra acustica e oltre a rappresentare un’eccellente panoramica sull’attuale stato dell’arte dello strumento, riesce a cogliere le molteplici sfumature della musica di Jack Rose, a partire dalla passione per la tradizione old-time con la selvatica The Other Side Of Catawba del violinista Mike Gangloff, qui probabilmente la persona più vicina a Rose, visto che suonarono insieme nel progetto Pelt e collaborarono con i Black Twig Pickers; passando per il fingerpicking faheyiano di Sir Richard Bishop con una bluesata e straordinaria By Any Other Name e per i dinamici cambi di accordi di una brillante A King’s Head di Nick Schillace; per il lato più lirico e minimalista con lo splendido e spettrale gospel di Greenfields Of America (Spiritual For Jack Rose) suonata da un’ispiratissimo Buck Curran; fino ai momenti più sperimentali evocati qui dal violoncello di Helena Espval, impegnata in una mantrica e straniante Alcantara.

A dare un respiro internazionale ci sono inoltre gli italiani Simone Romei, che mostra un gran feeling nel bluegrass Hawksbill Mountain Blues e Paolo Laboule Novellino con il blues spettrale di Scheletri e Spiriti; lo spagnolo Isasa con le note sospese di Saeta De La Calle Mozart e l’argentino Mariano Rodriguez con la magica Raga For Dr. Ragtime.

Tutto questo e molto altro ancora fanno di Ten Years Gone: A Tribute To Jack Rose il miglior omaggio che si potesse immaginare all’arte e al talento del chitarrista che era e che probabilmente sarebbe diventato Jack Rose, se il destino non avesse spezzato il cuore di tutti questi artisti e di molti altri ancora, portandolo via all’età di soli 39 anni.

Luca Salmini

L’album è acquistabile qui.

GRAVE T “Silent Water”

GRAVE T
SILENT WATER
Seahorse Recordings

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Formatisi nel 2015, i Grave T da Torino riescono solo ora a pubblicare il loro debutto. Ed è qualcosa che lascia piacevolmente sorpresi. Metal, ok, ma con tanti ma all’interno della definizione iniziale. Innanzitutto siamo su un livello di produzione e di suoni di grande professionalità, sound pieno, ricco, con quel grasso anni 90 che cola da riff maestosi e una miriade di sfaccettature che si vanno a posizionare una nell’altra, fino a comporre un puzzle eterogeneo e nello stesso tempo costante, posizionato sul confine di vari generi ma centrale nello sviluppo totale dell’album e con un filo logico conduttore che non perde mai la prospettiva giusta. Potreste immaginare un gruppo grunge (diciamo Alice In Chains) che di volta in volta, con il proprio sound, si sposta verso i Motorhead, i Faith No More, l’hardcore e i Pink Floyd. Può essere complicato e tutto sommato fuorviante dare questo tipo di riferimenti, resta il fatto che non riuscire ad inquadrarli perfettamente in un range musicale fatto di settorialità imperante è un bonus non da sottovalutare e si traduce sotto quella piccola parola dal significato importante: originalità. Se del rock si dice ormai che sia tutto stato già scritto, allora prendiamo dischi come quello dei Grave T ad esempio per come si possa ancora declinare con impetuoso ritmo tutta quanto è stato fatto sino ad ora. La band torinese ci riesce alla grande infilando una serie di brani dal sicuro impatto, ricchi di idee, costruiti con un piglio moderno pur avendo evidenti radici nel passato. Per concludere non posso che dare una menzione d’onore alla splendida voce di Marco Magnani, limpida e potente.

Daniele Ghiro

DIVUS “Divus II”

DIVUS
DIVUS II
Boring Machines

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I Divus sono un duo romano formato da personaggi già noti della scena musicale italiana: si tratta infatti del laboratorio musicale messo in piedi dal musicista elettronico e produttore techno Luciano Lamanna e dal sassofonista Luca T. Mai, che la maggior parte di voi ricorderà almeno quale membro degli Zu.

L’album pubblicato ora segue l’omonimo esordio uscito un paio d’anni fa e vede i due affinare il risultato del loro sodalizio. Nelle sette tracce senza titolo che compongono Divus II, i due musicisti danno vita a una musica che sarebbe perfetta per un futuristico noir espressionista o per un cupo sci-fi movie apocalittico, grazie a un sound le cui evocative qualità cinematografiche sono una delle virtù maggiori.

Si parte quindi col fraseggio di sax quasi ethio-jazz perso tra rumori, effetti e bleep elettronici assortiti di (1), per passare agli scenari da crime movie in bianco e nero di (2), atmosferica, anche se attraversata da un deciso battito ritmico. La terza traccia alza la componente allucinata, virando verso una techno industriale nella quale il sax si perde fra le saturazioni noise. (4) scivola tra landscapes ambient siderali, mentre (5) traghetta, tra echi e riverberi, verso i rimbombi e le lamine taglienti di una (6) nella quale il sax disegna immagini fumose e notturne. Il pezzo più lungo sta alla fine ed evoca la solitudine senza confini dello spazio profondo, facendo brillare davanti agli occhi l’immagine fantasmatica di un’ormai deserta stazione orbitante alla deriva.

Se è cinema per le orecchie quello che stavate cercando, qui lo avete trovato.

Lino Brunetti

Bandcamp Boring Machines