SENURA “Senura”

SENURA
Senura
Furious Party
senura-copertina-300x300Attivi già dall’inizio degli anni zero come trio, trovano la giusta formazione a quattro lo scorso anno e partono con la registrazione del loro disco d’esordio. Senura è un monolite che si muove su territori decisamente pesanti, un heavy indie rock cantato in italiano dal notevole impatto emotivo, con divagazioni hardcore e cori emo. Indaco mette subito in evidenza le grandi capacità vocali di Giacomo Giorgi in grado di guidare con maestria tracce melodiche che altrimenti avrebbero fatto fatica ad imporsi nel serrato rifferama della composizione. Una dicotomia interessante tra parti violente e repentini rallentamenti (che fanno tanto Deftones) caratterizza la maggior parte delle composizioni. C’è qualche incogruenza, quel flirt col rap di Idolatrya non mi fa impazzire, ma la chitarra di Francesco Banti, la batteria di Francesco Gori e il basso di Samuel Pellegrini sanno come muoversi in questo contesto. Tutto questo è reso evidente dal bis finale costituito dalla dirompente Superverve che mi ha ricordato i Chevelle e la potentissima I Santi, vero e proprio tour de force che riesce ad incastrare un ritornello easy in un contesto di estrema violenza. Un ultima citazione per il miglior brano del lotto: O.DI.O. dispiega tensione tra spigoli e superfici curve che culminano ancora nello splendido lavoro vocale di Giacomo che abbraccia con passione tutto il supporto dato dalla potenza di fuoco dei suoi compagni d’avventura.

Daniele Ghiro

MOON IN JUNE “In Other Words We Are Three”

MOON IN JUNE
In Other Words We Are Three
Autoprodotto

mooninjuneinotherwordswearethreeDopo un decennio di varie collaborazioni nell’ambiente indipendente bresciano Giorgio Marcelli (basso e voce), Massimiliano Tonolini (batteria) e Cristian Barbieri (chitarra e voce) uniscono le loro forze dando vita al progetto Moon In June. La loro proposta spazia dal blues al rock psichedelico degli anni settanta, una strizzatina d’occhio alla west coast americana ed una anche al grunge nella sua versione più rurale che elettrica. Perizia tecnica e capacità di creare un sound compatto caratterizzano le loro composizioni, un pattern sonoro sempre molto controllato e che non esce mai dai binari della tradizione americana. Forse addirittura troppo trattenuto in alcuni passaggi, ma questo non è un difetto bensì sembra essere un preciso volere della band. Desert è una liquida escursione psichedelica, Again è una leggera rock song venata di umori glam, The Picture ha una tesa trama rock dalla tensione post punk. Please Don’t Care About Me ha un bellissimo sottofondo funky che sfocia in un ritornello molto british. Anche quando si danno una riverniciata di modernità azzeccano il feeling giusto contaminando il grunge con il rock blues confezionando una deliziosa Ready Or Not. Chiude il disco una spettacolare cover di Angelene, direttamente dalla penna di PJ Harvey, tanto per far capire che non solo di Soft Machine si può vivere. Ottimo esordio.

Daniele Ghiro

HOPE YOU’RE FINE BLONDIE “Quasi”

HOPE YOU’RE FINE BLONDIE
Quasi
D. Bervisti/D.Soviet/Sisma

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La rabbia raccolta negli anfratti bui delle nostre quotidiane esistenze porta quasi sempre della buona musica. Infatti nelle fatiscenti sale prova trevigiane si fanno le ossa gli HYFB arrivando al terzo disco in gran forma, veicolando livori e frustazioni nel modo giusto, incanalandoli in un disco teso e nervoso, colmo di elettricità instabile, seppur ben impostato su livelli melodici di notevole fattura, vale per questo discorso l’ascolto delle bellissime ballate La tua Collera e Nel Grembo. Paolo Forte (chitarra e voce), Luca Ramon (batteria), Nicola Gubernale (basso), coadiuvati da Davide Dall’Acqua e Tommaso Mantelli in produzione/mixing riescono a dare una forma compiuta a questa loro raccolta di canzoni che senza clamorosi capovolgimenti e novità si dipana in perfetta autonomia tra la dura e nervosa Irene, la concisa e instabile Il Verme, la marziale Grand Guignol. Qui ci sono chitarre che sprizzano energia, e che trasmettono quel senso di inadeguatezza che pervade la vita delle menti più sensibili: l’effetto è particolarmente convincente quando, oltre a suonare, gli HYFB ci mettono anche sinistre rime di accompagnamento (“Dormi dormi bel bambino che l’inferno è vicino” – da Quasi, una ninna nanna al contrario). Insomma, un materiale grezzo e potente che viene delicatamente confezionato con la migliore carta da regalo.

Daniele Ghiro

BEST OF THE YEAR 2016

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Quella delle classifiche di fine anno, con la mole di uscite che sempre più contraddistingue il mercato e con il progressivo smarrirsi dell’importanza sociale che un tempo la musica aveva, sempre più pare essere un giochetto fine a se stesso, ad uso e consumo delle micro comunità di appassionati che ancora si radunano attorno alle poche riviste rimaste ad arrancare, ai blog, alle webzines e alle lunghe e stancanti discussioni sui social. E allora, perché insistere a farla? Perché, e passo tranquillamente alla prima persona, io le trovo ancora incredibilmente utili (pur ascoltando centinaia di dischi all’anno, tra dicembre e gennaio, proprio scorrendo le mille liste che impazzano ovunque, continuo a fare nuove, stimolanti scoperte), a volte divertenti, comunque uno stimolo alla discussione e alla riflessione.

A parte i numerosi lutti che hanno caratterizzato questi ultimi dodici mesi, il 2016 è stato un anno veramente molto buono, eccezionale direi, tanto che per stilare questa cinquantina di titoli che seguono, ho dovuto più che altro ricorrere all’empirico metodo della frequentazione, visto che avrei potuto farla addirittura lunga il doppio. Chi più chi meno, quelli che seguono sono dunque i dischi che ho frequentato di più. Diciamo che i primi venti sono titoli che consiglierei comunque a scatola chiusa. Tra questi, PJ Harvey (il mio disco dell’anno), Nick Cave e David Bowie, credo addirittura siano dischi che resisteranno nel tempo. Nel resto della lista una serie di consigli d’ascolto che, essendo firmati da una sola persona, sono per forza di cose molto soggettivi. È infatti chiaro che questa non può che essere la mia lista dei migliori dischi dell’anno, con nessuna pretesa d’esustività (impossibile) o completezza (idem).

Qui dentro non sono state ovviamente prese in considerazione le ristampe (un mercato parallelo floridissimo), mentre i pochi italiani in classifica sono dovuti al fatto che ho intenzione di dedicare loro un post esclusivo.

Infine, qui sotto, una playlist su Spotify creata ad hoc. Buon ascolto!!



Lino Brunetti

TOP 20

PJ HARVEY – The Hope Six Demolition Project

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NICK CAVE & THE BAD SEEDS – Skeleton Tree

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DAVID BOWIE – Blackstar

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OKKERVIL RIVER – Away

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RYLEY WALKER – Golden Sings That Have Been Sung

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ANGEL OLSEN – My Woman

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RADIOHEAD – A Moon Shaped Pool

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SWANS – The Glowing Man

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FAT WHITE FAMILY – Songs For Our Mothers 

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CAR SEAT HEADREST – Teen Of Denials

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TINDERSTICKS – The Waiting Room

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BLACK MOUNTAIN – IV

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LEONARD COHEN – You Want It Darker

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FIRE! ORCHESTRA – Ritual

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SUUNS – Hold/Still

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SAVAGES – Adore Life

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IGGY POP – Post Pop Depression

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HISS GOLDEN MESSENGER – Heart Like A Levee

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HOPE SANDOVAL & THE WARM INVENTIONS – Until The Hunter

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ELEANOR FRIEDBERGER – New View

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GLI ALTRI

KEVIN MORBY – Singing Saw

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STEVE GUNN – Eyes On The Lines

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HERON OBLIVION – Heron Oblivion

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GRANT LEE PHILLIPS – The Narrows

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LUCINDA WILLIAMS – Dust

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DAMIEN JURADO – Visions Of Us On The Land

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JULIA JACKLIN – Don’t Let The Kids Win

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LAURA GIBSON – Empire Builder

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WILLIAM TYLER – Modern Country

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VINICIO CAPOSSELA – Canzoni Della Cupa

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GOAT – Requiem

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XYLOURIS WHITE – Black Peak

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NOURA MINT SEYMALI – Arbina

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THE DWARFS OF EAST AGOUZA – Bes

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TOMORROW THE RAIN WILL FALL UPWARDS – Wreck His Days

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RAIME – Tooth

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JENNY HVAL – Blood Bitch

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CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND – The Rarity Of Experience

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CAVERN OF ANTI-MATTER – Void Bets/Invocation Trex

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PARQUET COURTS – Human Performance

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AFTERHOURS – Folfiri O Folfox

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ZEN CIRCUS – La terza Guerra Mondiale

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THE LEMON TWIGS – Do Hollywood

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THE ROLLING STONES – Blue & Lonesome

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CATE LE BON – Crab Day

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FRANKIE COSMOS – Next Thing

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MOTHERS – When You Walk A Long Distance You Are Tired

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SHIRLEY COLLINS – Lodestar

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MARISSA NADLER – Strangers

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LAMBCHOP – FLOTUS

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THEE OH SEES “A Weird Exit” + “An Odd Entrances”

THEE OH SEES
A Weird Exits
An Odd Entrances
Castle Face

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Finalmente, a inizio autunno, è giunta alla pubblicazione discografica la versione dei Thee Oh Sees che da ormai oltre un paio d’anni sta infiammando i palchi di mezzo mondo, quella con doppia batteria (Ryan Moutinho e Dan Rincon), Tim Hellman dei Sic Alps al basso e, ovviamente, il leader maximo John Dwyer a voce e chitarra, che fino ad oggi (su disco) avevamo potuto sentire solo su Live In San Francisco. Chi ha assistito ad un loro concerto sa più o meno cosa aspettarsi: un turbinio sonico apparentato a quanto fatto da Ty Segall coi Fuzz (l’iniziale Dead Man’s Gun); una bomba di ritmo e rumore chitarristico tale da non lasciare il tempo di riprendersi (Ticklish Warrior); un tuffo all’interno del groove più esaltante in circolazione (Plastic Plant). A Weird Exit, un disco perfetto per entrare nel mondo di Dwyer, nel caso non lo abbiate mai fatto, non è però un album monodimensionale: Jammed Entrance è una jam strumentale di gusto krauto degno dei migliori Can; Gelatinous Cube è un hard garage punkettoso, scuro e incattivito; Unwrap The Fiend Pt. 2 un altro strumentale ossessivo e ipnotico. Quando poi nel finale – complice il ritorno di Brigid Dawson e di altri ospiti al violoncello – prende piede il lato più psichedelico e space (dapprima con una splendida ed onirica Crawl Out Into The Fall Out, poi con una memorabile The Axis, mood sixties, abbraccio tra organo e chitarra, un solo finale acido/rumorista) il cerchio definitivamente si chiude, mostrando le varie facce di una formazione straordinaria, molto più eclettica di quanto i torridi live potrebbero far pensare. Consigliata la versione in vinile, doppia, a 45 giri.

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Ma il 2016 dei Thee Oh Sees non si è fermato con A Weird Exit, visto che proprio a all’inizio di dicembre è uscito anche An Odd Entrances, disco, per esplicita ammissione dei diretti interessati, a quello complementare e legato a doppio filo. Stessa formazione e, probabilmente, provenienza dalle stesse session del disco precedente, per queste nuove canzoni. Le quali dimostrano, ancora una volta, che Dwyer sarà anche prolifico ed inarrestabile, ma che tutto quello che pubblica, di finire su disco se lo merita proprio. Così a noi non resta che gioire per l’ennesima volta con brani ficcanti quale You Will Find It Here, con una ballata soave e lisergica come la bella The Poem; con la psichedelia groovata e liquida di Jammed Exit; con l’insolito tropicalismo rock di At The End, On The Stairs; con le melodiche chitarre fuzzate dello strumentale Unwrap The Fiend Pt.1; con l’acid-rock krauto della lunga improvvisazione Nervous Tech (Nah John). Più rilassato e moody del suo compagno, An Odd Entrances è anch’esso consigliabile in vinile, visto che vi troverete dentro un brano in più su un 7” flexydisc trasparente. Bellissimi gli artwork di entrambi gli album, opera del grande disegnatore Robert Beatty. Nel genere, tra i dischi più belli dell’anno che sta per chiudersi.

Lino Brunetti

OTTONE PESANTE “Brassphemy Set In Stone”

OTTONE PESANTE
Brassphemy Set In Stone
B.R.A.S.S.-SoloMacello-Toomi Labs

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È passato circa un anno da quando gli Ottone Pesante si sono fatti conoscere al pubblico con un Ep che ha fatto discretamente scalpore. La domanda sottintesa in quelle prime tracce e posta dall’intero progetto era ed è: si può fare metal senza basso e chitarra, ma armati di tromba, trombone e batteria? Oggi, dopo una novantina di concerti, molti a supporto e in collaborazione con gli amici Calibro 35, e la defezione del batterista Simone Cavina (al suo posto, a fianco di Paolo Ranieri e Francesco Bucci, c’è oggi Beppe Mondini) e con la pubblicazione del primo album lungo, questo Brassphemy Set In Stone, possiamo dire ancora più convintamente che si, è possibile. Quella degli Ottone Pesante è musica super fisica, fatta dei serratissimi fraseggi di tromba e trombone, sotto i quali si srotola un turbinio di tamburi che letteralmente travolge tutto ciò che incontra. La brutalità di pezzi come Brutal (appunto), Bone Crushing, Copper Sulphate, Pig Iron o come il thrash inesorabile di una notevole Redsmith Veins, trova un oasi di pace giusto in una umbratile e rarefatta Trombstone o nelle evocative traiettorie melodiche di Melodic Death Mass, per altri versi tutt’altro che pacificata. Notevolissimo poi il finale con Apocalips, dove la mistura fra aggressività e capacità di saper essere anche evocativi trova la quadratura perfetta, indicando tra l’altro possibili ulteriori sviluppi futuri. Come una sorta di mutazione bandistica, gli Ottone Pesante divertono e stuzzicano l’ascoltatore, trovando una loro strada all’interno della musica estrema italiana.

Lino Brunetti

FLACOPUNX “Coleotteri”

FLACOPUNX
Coleotteri
Maninalto!

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Non è stata una separazione semplice e ricca di strette di mano quella tra Flaco e i Punkreas, ma fortunatamente, in un modo o nell’altro, è ormai alle spalle visto e considerato che il chitarrista ha già pronto il suo progetto solista insieme a Carlo Ferrè alla voce, Dario Magri alla batteria, Mattia Foglia al basso. Non c’è, e per fortuna aggiungo, un netto smarcamento dalle sonorità della band che ha contribuito a formare, si percepiscono però evidenti delle piccole ma significative differenze in materia di impostazione e di globalità. Flaco apre con entusiasmo ad un sound decisamente più accessibile e pur muovendosi in ambito punk aggiunge surf, reggae e ska a supportare le proprie idee, aggiungendo inoltre un piglio decisamente più pop e fruibile. Questo non vuol dire perdere potenza ed integrità perchè ad esempio Dodici Ore è un bell’esempio di punk sostenuto e fatto con l’attitudine giusta. Flaco è abile ed efficace nello scrivere soprattutto ritornelli dal bel impatto melodico, non cercate rivoluzioni che tanto non ne abbiamo bisogno quando i tre accordi di una canzone punk sono ben fatti e messi a terra con la giusta potenza. Questo è quello che il suo nuovo progetto solista riesce a trasmettere: ancora una forte esplosione di vitalità disordinata, dopo tutti questi anni ritrovarsi ancora con queste motivazioni non è cosa da poco.

Daniele Ghiro